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ZENIT - DDA

Iconografia: un incontro di sguardi

Una suora eremita della Locride illustra il significato mistico delle icone mariane bizantine

L’icona è un incontro. Tu la guardi e lei ti guarda. L’iconografia è una missione ed un servizio alla Chiesa. Molte delle icone raffigurano la Madonna. ZENIT ha voluto chiedere a suor Mirella (iconografa e monaca eremita diocesana nella Locride) come vede la Madre di Dio attraverso l’iconografia bizantina.

Suor Mirella, molte delle icone raffigurano la Madonna. Ci potrebbe parlare della Madre di Dio attraverso l’iconografia bizantina?

La Madre di Dio per l’Oriente rappresenta il Mistero della creatura che ha accolto Dio nella sua vita. Che ha mantenuto e custodito pienamente la sua umanità ma che, allo stesso tempo, ha lasciato che la sua umanità divenisse davvero “portatrice di Dio”. Quindi, sia della sua luce che del suo mistero. Ed in tutto è stata resa partecipe di questo mistero ma in un modo tale da non assumere, come capita spesso nelle nostre devozioni riguardo alle statue, per esempio, il ruolo di una regina terrena. Tante volte abbiamo questa impressione, che ci dà la sensazione di una distanza infinita tra Lei e noi. La Madre di Dio nell’iconografia rappresenta i tre aspetti del mistero: la creatura trasformata da Dio perché ha accolto Dio; la Chiesa in quanto è madre e continua a generare il Verbo nel mondo per gli uomini; ed il suo mistero personale, cioè l’essere comunque Maria di Nazareth, che non è annullata dagli altri aspetti. Maria di Nazareth è sempre Lei. E come ognuno di noi è sempre con la sua identità e la sua storia, e nello stesso tempo ha una vocazione da accogliere. La sua vocazione accolta, le ha permesso di essere veramente il tramite della salvezza. E nella Chiesa d’oriente questa “grandissima dignità” della Madre di Dio si rende visibile attraverso le icone proprio perché le icone rappresentano il mistero che Dio è e che Dio vede in noi. Questo mistero diventa un’immagine che noi possiamo contemplare per comprendere qual è la nostra vocazione. Nelle icone della Madre di Dio noi possiamo contemplare una storia personale che è trasformata al punto da diventare una storia di Dio. In fondo, Maria ha partorito Gesù e con Lui ha accolto in grembo lo Spirito di Dio. Quindi ha accolto la Santissima Trinità, non ha accolto solo Gesù. Quando Gesù è nato, non per questo lo Spirito di Dio ha abbandonato Maria. Quindi l’obbedienza che le è stata chiesta, di essere madre secondo la profezia di Simeone fino ad avere l’anima trapassata, la rende pienamente partecipe di tutto il cammino del Figlio e di tutto il mistero di Dio.

Ci può parlare, a tal proposito, del dolore in Maria?

L’aspetto del dolore in Maria è molto importante. È l’aspetto dell’umanità che Lei continua a condividere. Nella sua storia, il dolore indica la sua piena umanità. È chiaro che bisogna intendere il mistero della Madre di Dio e quello dell’umanità chiamata ad essere sposa di Dio. Nel dolore, Maria esprime la sua partecipazione al mistero di Dio, perché Dio venendo nella storia accetta il dolore. La passione di Dio è una realtà. È il suo modo di essere coinvolto nella nostra storia decaduta. La Madre di Dio con il suo dolore, accettato proprio per generare al mondo l’immagine vera dell’uomo che è il Figlio, porta nella nostra vita e nella nostra storia il dolore di Dio. Lei lo condivide. Tornando a Simeone, quando dice “anche a te una spada trapasserà l’anima” indica che quello che è avvenuto a Gesù nella croce, avverrà a Lei. A Gesù in modo visibile, attraverso la lancia ed i chiodi, a Lei avviene nell’anima. La Madonna ha accettato la partecipazione al dolore in quanto “dono di Dio”. Questo è un modo per imparare a leggere la realtà che ci fa male e che ci fa soffrire. Tante volte noi la sentiamo ingiusta, ma non c’è ingiustizia peggiore che quella di Dio che patisce soffrendo. Perché deve patire Lui? È il massimo delle ingiustizie! Quindi, se io vivo le mie ingiustizie come una partecipazione a questa immensa ingiustizia di Dio che soffre… il regno si avvicina! L’icona ci mostra come il regno è presente perché il mistero del dolore della Madre è nello stesso tempo un mistero di luce. Come entra la luce nel mondo? Attraverso le ferite di Dio. Ugualmente, attraverso il dolore della Madre.

Come si poneva la Madonna dinnanzi alla logica di Dio? eseguiva subito la sua volontà o indicava anche la via, intuendo, da madre, tale logica?

Lei non comprendeva nel senso in cui noi pretendiamo di comprendere le cose. Sicuramente no! Non come un teologo e neanche come una persona che si pone delle domande per così dire “razionali”, e cerca le risposte. Lei cercava il senso di ciò che le accadeva nell’ascolto, non nel ragionamento! Quando Gesù si smarrì nel Tempio di Gerusalemme, l’angoscia che l’evangelista Luca evidenzia è reale ed è vera. Ma nello stesso tempo, in tale angoscia, c’è molta obbedienza. Molto abbandono al mistero. E c’è la confessione di questa donna umilissima, la donna più grande, che ammette di non capire, chiedendo: “perché ci hai fatto questo?”. Questo cammino di obbedienza la porta anche ad essere al margine del gruppo dei discepoli. Nei Vangeli notiamo che di Lei si parla pochissime volte. Solo in alcuni momenti molto significativi. A Cana Lei assume per l’ultima volta il ruolo di qualcuno che sa di essere ascoltato dal Figlio. Ricordate cosa fece notare?: “non hanno più vino”. Eppure il suo modo di rivolgersi ai discepoli – a noi – indica quello che Lei fa. Ci dice, infatti, ciò che Lei fa! Indica la via maestra: “qualunque cosa Egli vi dica, fatela! Lo dice perché Lei fa così. È l’immagine più perfetta della maestra di vita che dovrebbe essere la Chiesa. È questo il mistero della Chiesa: “qualunque cosa Egli vi dica, fatela! Proprio perché chi parla in prima persona fa così. Alle parole segue la testimonianza. Altrimenti non è un vero insegnamento. Tutto questo si compie sotto la croce, ma si compie anche in un mistero di accettazione del limite.

Tale logica viene esaltata nel Magnificat?

Quando nel Magnificat la Madonna dice “ha visto l’umiltà della sua serva” non intende l’umiltà come virtù morale, ma la miseria umana di cui sa di essere fatta. Sa – e questo con semplicità e immediata chiarezza – che la creatura umana di fronte al mistero è terra. L’incontro con Dio sarebbe impossibile se non fosse Lui a venire incontro. Lei sperimenta questo. Dall’estrema miseria della condizione umana ne discende una cascata di miracoli, di segni, di quello che Dio compie: svuota i ricchi, rialza i poveri, detronizza i potenti ecc. Allora noi ci potremmo chiedere: ma dov’è tutto questo? Infatti sembra che non sia così. Sembra proprio il contrario. L’icona della Madre di Dio ci aiuta a vedere quello che, nella realtà, sembra invisibile. È l’altra faccia della realtà. A noi, infatti, sembra che i potenti non siano detronizzati e che i poveri non vengano sollevati. Questo è il motivo per cui io inizialmente avevo perso la fede da ragazza, in quanto non accettavo l’ingiustizia. A noi sembra che i ricchi non vengano mai svuotati, ma non è così. Perché il regno è tutt’altra cosa. Attraverso il cammino di Maria noi vediamo come il regno dei cieli è presente. Quando Gesù dice: “il regno dei cieli è in mezzo a voi…” vuol dire che non dobbiamo aspettarci qualcosa che – come il Paradiso – ci sarà alla fine del mondo, ma il regno che è la comunione di vita con Dio che cresce man mano che noi collaboriamo e cooperiamo. Il modo di entrare in questo regno non è trionfale, ma è il mondo della piccolezza. Tutto questo la Madre di Dio ce lo mostra.

Quanto detto è riassumibile nelle icone dedicate alla madre di Dio? 

L’icona evidenzia maggiormente il compimento di ciò che è avvenuto in Lei. Nell’icona, quando guardiamo la Madre non vediamo il suo cammino, vediamo il compimento. Perché l’icona è un’immagine del regno, di quello che è già compiuto. E noi abbiamo bisogno di guardarlo per credere che ciò che si sta facendo approderà a quello che vediamo. Questo accade nei vari tipi di iconografia mariana, come la Vergine della Tenerezza, caratterizzata dalla guancia a contatto con quella del Figlio, che rappresenta la tenerezza di Dio: in questo giubileo la contempliamo molto da vicino attraverso la misericordia, che è proprio quella tenerezza senza nulla di sdolcinato e di accondiscendente, ma sostanziale compartecipazione alla nostra piccolezza. Lei la esprime perché è la Donna. La Donna secondo Genesi, plasmata a partire dalla costola tolta ad Adamo non è un’appendice dell’uomo a cui viene data una forma diversa. Quando leggiamo nel libro di Genesi 2, 22 che il Signore la plasmò con la costola tolta ad Adamo e la condusse all’uomo, non conduce all’uomo una schiava, una serva, uno specchio… ma conduce l’immagine della donna che Lui ha plasmato. La donna sta di fronte a Lui mentre Adamo dorme, o meglio, egli è in uno stato in cui è impossibile intervenire con la ragione – non si può dire che sia totalmente assente, per questo viene chiamata “extasis” in greco, in questo stato le facoltà razionali non sono funzionanti, ma lo sguardo per esempio può funzionare benissimo – la donna è davanti a Dio e viene investita della sua vocazione specifica. All’uomo è data quella di chiamare per nome tutte le creature… cioè di stabilire l’identità di tutte le creature e su questo basare il suo governo sulle creature; alla donna invece è impressa l’immagine della somiglianza con Dio nell’amore, in: “Io ti porto all’uomo perché tu sia l’icona della somiglianza con Dio nell’amore”. La donna porta all’uomo l’immagine dell’amore di Dio per l’uomo. Il compimento di questa vocazione è la Madre di Dio.

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