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Albatross

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I turbamenti dell’animo, genesi di creatività

Una sedicenne, da un anno in comunità riabilitativa, affida la sua rinascita ad una confessione poetica

Abbiamo affrontato di recente – ricordando il caso della poetessa Antonia Pozzi (1912-1938), morta suicida all’età di ventisei anni – il tema della fragilità psichica, quale si manifesta in alcuni grandi della poesia, la cui sensibilità troppo intensa mal si rapporta al banale divenire della vita quotidiana.

Scriveva Maria Luisa Spaziani in un testo d’impronta autobiografica: “Dio sa quanta indifferenza, se non antipatia, i parenti riservino ai loro consanguinei creatori. Non so se sia stato Flaiano, o un altro, a lanciare un aforisma: I poeti, vivi o morti che siano, sono sempre un guaio per i loro familiari…”.

Le confessioni di disagio sociale e relazionale da parte di letterati ed artisti anche geniali, sono innumerevoli nella storia della cultura. Charles Baudelaire, nella sua raccolta Les Fleurs du mal (I fiori del male, 1857), simboleggiò questa ricorrente condizione esistenziale con la celebre immagine dell’albatro:

 

L’ALBATRO

 

Spesso, per divertirsi, i marinai

catturano degli albatri, grandi uccelli di mare

che seguono, compagni indolenti di viaggio,

le navi in corsa sugli abissi amari.

L’hanno appena posato sulla tolda

e già il re dell’azzurro, goffo e vergognoso,

pietosamente accanto a sé strascina

come fossero remi le ali grandi e bianche.

Com’è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!

E comico e brutto, lui prima così bello!

Chi gli mette una pipa sotto il becco,

chi zoppicando, fa il verso allo storpio che volava!

Il poeta è come lui, principe dei nembi

che sta con l’uragano e ride degli arcieri;

esule in terra fra gli scherni,

con le sue grandi ali non riesce a camminare.

 

La metafora baudelairiana è immediatamente evidente: la sensibilità e la profondità d’animo sono le “ali” che permettono al poeta di volare, ma la società, dominata dalla logica dell’utilitarismo, vede l’artista come un “alieno”: un soggetto improduttivo e vulnerabile, condannato alla marginalità.

La reazione a questo stato di cose (che non riguarda solo i poeti ma, in qualche modo, colpisce tutte le persone d’animo gentile inclini alla meditazione e alla ricerca interiore) può essere molto diversa. Alcuni temperamenti più forti reagiscono con un soprassalto di consapevolezza rivendicando il valore della propria identità, ma altre personalità più fragili – o maggiormente provate dalla vita – rischiano di cadere in una condizione di angoscia che può sfociare in comportamenti devianti, al limite della follia.

Ecco cosa scrive, a tal proposito, lo psichiatra Eugenio Borgna nel suo prezioso volumetto La fragilità che è in noi (2014, Einaudi Editore): “L’angoscia è un’esperienza di vita che è presente, più o meno, in ciascuno di noi e che, solo quando si accresce e si accentua, si fa rovente e si fa inafferrabile, diviene allora malattia che ha bisogno di terapie farmacologiche. Non c’è follia, del resto, che non si accompagni a fragilità e a vulnerabilità, a sensibilità e a dolore dell’anima, a nostalgia di vicinanza e di amore; e queste esperienze psico(pato)logiche e umane sono talora la premessa alla genesi di forme scintillanti di creatività”.

Queste parole si attagliano perfettamente ad un testo (poetico?) che ci è stato inviato nei giorni scorsi da una comunità riabilitativa impegnata nel recupero di forme gravi di disagio. Abbiamo messo tra parentesi l’aggettivo “poetico” perché, da un punto di vista formale, risulta difficile collocare questo testo nell’ambito della poesia: mancano quei criteri di versificazione finalizzati al ritmo e alla ricerca di musicalità, che definiscono convenzionalmente l’agire poetico. Eppure, se si prescinde dagli schematismi mentali, può accadere di avvertire in queste parole il respiro della poesia… una confessione intima che cerca un canale comunicativo per esprimere, in un contesto difficile e doloroso, una profondità emotiva e una ricerca di senso.

Chi scrive è una ragazza di appena 16 anni, passata attraverso drammi e turbamenti che è facile intuire. Nonostante ciò, questa giovane tenta di contrapporre al proprio senso di straniamento una consapevolezza di fondo, una determinazione di vivere che rappresenta auspicabilmente la premessa di una definitiva guarigione:

 

Sono in una comunità riabilitativa da un anno e due giorni.

Ho vissuto abbracci inaspettati, risate, pianti, dolori, gioie e sorprese.

Ho vissuto schiaffi e insulti là dove non c’entravo minimamente.

Ho vissuto la pace e una lieve felicità.

Ho vissuto con la paura, con la paura di morire e diventare pazza.

Ho vissuto la mia fuga dalla comunità per vedere la mia casa dopo quattro mesi di assenza.

Sto vivendo un amore un po’ lontano da quasi un anno, a Velletri dove abito.

Ho visto ragazzini di 15 e 16 anni portati via dai carabinieri e mandati in carcere.

Ho vissuto con ragazzi che aprivano la porta della mia stanza a calci.

Ho vissuto chiudendomi in camera e scrivendo sulle pareti, creandomi il mio piccolo mondo.

Ho vissuto nel mio piccolo, provando a farlo diventare grande e non riuscendo più a gestirlo.

Ho vissuto con la rabbia, con le persiane chiuse per paura della luce e delle parole altrui.

Ho vissuto il giorno in cui un signore anziano morì e visto adolescenti rinascere.

Ho visto operatori fare di tutto per noi.

Ho visto la mia tutor fermarsi anche dopo il turno per starmi accanto.

Ho vissuto con ex pazienti divenuti operatori.

Ho vissuto tramonti, musica e concerti.

Ho vissuto anche con la voglia di andare a scuola e non riuscirci e colloqui interminabili.

Ho vissuto i caffè offerti con amore e biglietti della metro regalati quando finivo i soldi.

Ho vissuto tutto questo e molto altro.

Quest’anno invece voglio vivere la mia vita e quella che sono.

Perché ho vissuto il mio voler andar via da questo posto per poi tornare e decidere di rimanere, perché questo è il mio percorso, perché il ritorno dà senso al viaggio.

 

Una lettura molto coinvolgente e che non mancherà di colpire – ne siamo certi – anche i nostri lettori. E allora affidiamo idealmente le conclusioni alle parole di Eugenio Borgna laddove afferma: “Non c’è cura della follia se non quando la somministrazione farmacologica sia inserita in un contesto di ascolto e di dialogo senza fine. Questo fiume ininterrotto, che è la vita, questo fiume nel quale siamo quotidianamente immersi, ci travolge e non ci consente di riflettere e di riguardare cosa si nasconde nelle sue acque profonde, che sono poi le acque della nostra interiorità; e talora solo quando la follia è in noi le acque del fiume si arrestano, e in esse troviamo strutture di significato non altrimenti visibili”.

 

***

 

I poeti interessati a pubblicare le loro opere nella rubrica di poesia di ZENIT, possono inviare i testi all’indirizzo email: poesia@zenit.org

I testi dovranno essere accompagnati dai dati personali dell’autore (nome, cognome, data di nascita, città di residenza) e da una breve nota biografica.

Le opere da pubblicare saranno scelte a cura della Redazione, privilegiando la qualità espressiva e la coerenza con la linea editoriale della testata.

Inviando le loro opere alla redazione di Zenit, gli autori acconsentono implicitamente alla pubblicazione sulla testata senza nulla a pretendere a titolo di diritto d’autore.

Qualora i componimenti poetici fossero troppo lunghi per l’integrale pubblicazione, ZENIT si riserva di pubblicarne un estratto.

 

 

 

 

 

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