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Maronite Cathedral in Aleppo

ACN

“I siriani non vogliono più la guerra, sono gli stranieri a fomentarla”

La denuncia del vicario apostolico di Aleppo, mons. Georges Abou Khazen. Oggi la Giornata mondiale di preghiera e digiuno per la pace promossa da ACS

L’esercito regolare siriano, con la collaborazione dei russi, “ha iniziato la campagna di liberazione della regione di Aleppo. Fra i civili in fuga, vi sono anche combattenti del fronte dei ribelli con le loro famiglie, la gente ha paura. Ma l’obiettivo dei militari è ripulire il territorio e far rientrare i civili; e in alcune aree questo è già successo”.

È quanto riferisce ad AsiaNews il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, mons. Georges Abou Khazen, raccontando gli ultimi sviluppi della guerra nella “capitale del nord” della Siria. “L’obiettivo è liberare la zona dai miliziani estremisti – spiega il prelato – e permettere alle persone di rientrare nelle loro case. In alcune aree hanno riaperto le scuole ed è tornata parte della fornitura di luce e acqua”.

Nel paese oggi, in occasione del Mercoledì delle Ceneri, si celebra la Giornata mondiale di preghiera e digiuno per la pace promossa da Aiuto alla Chiesa che Soffre, che ha invitato tutti i cristiani del mondo ad aderire all’iniziativa dal titolo “Porterai la loro croce per un giorno?”.

Secondo fonti Onu l’assedio dell’esercito ad Aleppo, un tempo hub commerciale e industriale della Siria, potrebbe privare fino a 300mila persone degli aiuti. La guerra in Siria, divampata nel marzo 2011 come moto di protesta popolare contro il presidente Bashar al-Assad e trasformata in conflitto diffuso con derive estremiste islamiche e jihadiste, ha causato oltre 260mila morti e originato una delle più gravi crisi umanitarie della storia, costringendo 4,6 milioni di siriani a cercare riparo all’esterno, soprattutto in Giordania, Libano, Turchia, Iraq ed Egitto. Altre centinaia di migliaia hanno provato a raggiungere l’Europa, pagando a volte al prezzo della vita la traversata del Mediterraneo.

Dal 2012 la città è divisa in due, con la zona ovest sotto il controllo di Damasco e il settore orientale ai ribelli. Le Nazioni Unite chiedono alla Turchia di aprire i confini e consentire l’ingresso di 30mila rifugiati, accampati alla frontiera.

In una situazione di tensione, mons. Abou Khazen intravede spiragli positivi: “Molti dei combattenti locali, dei guerriglieri siriani, chiedono di mettere fine alla guerra, vogliono anch’essi la riconciliazione e il dialogo con esercito e governo. Dove invece – aggiunge – vi è una prevalenza di miliziani stranieri e jihadisti, legati a potenze straniere della regione e fuori dalla regione, vincono le armi. È un dato di fatto che i locali vogliano trovare una via per il dialogo, cercando di evitare altre battaglie sanguinose per città e villaggi”.

Sul tema dei rifugiati, il vicario apostolico vuole lanciare un messaggio non solo alle Chiese, ma ai governi e ai cittadini di un’Europa sempre meno unita, che parla di “emergenza” immigrazione e, in alcuni casi, persino “invasione” e per questo vuole chiudere le frontiere. “Voi avete un afflusso di profughi, parte dei quali sono cristiani. Il vostro compito – spiega il prelato – non è solo aiutarli, ma ‘approfittare’ di loro perché è gente di fede. Vivono con gioia il servizio pastorale ed ecclesiale, possono essere un piccolo lievito anche per la vostra Chiesa dell’Occidente”.

Allargando il discorso a tutti i migranti, compresi i musulmani, il vicario esorta a “non avere paura e di testimoniare loro il Vangelo. Questo è un segno dei tempi, perché prima i missionari dal Vecchio Continente andavano in tutto il mondo. Adesso da tutte le parti del mondo vengono da voi, in Europa, ed è vostro compito annunciare la Buona Novella senza fare proselitismo. Si tratta di dare una testimonianza”.

Tornando ad Aleppo, il presule riferisce che “dove infuria la battaglia la situazione resta drammatica”, ma sono scontri che “non durano a lungo, al massimo due o tre giorni. Noi siamo da cinque mesi senza rifornimento di elettricità e da un mese senz’acqua – aggiunge – perché l’impianto che rifornisce la zona è nelle mani dello Stato islamico”. Di contro, il cibo c’è “anche se molto caro”, perché arriva in città “da un varco aperto dall’esercito”. La corrente viene fornita dai generatori, che “le famiglie pagano a caro prezzo in base al consumo settimanale”.

Il problema principale resta l’acqua, ma finora “i pozzi che abbiamo realizzato e che sono presenti anche in tutte le moschee e chiese” di Aleppo riescono a fronteggiare l’emergenza, dando da bere “a cristiani e musulmani senza fare distinzioni”. Dal governo arrivano poi autocisterne che si piazzano in diversi punti della città e sono in fase di scavo nuovi pozzi.

Da ultimo, il prelato rivolge un pensiero alla Quaresima che – per le Chiese orientali – è iniziata l’8 febbraio. “È un periodo molto sentito dai fedeli, ad Aleppo, in Siria e in tutto il Medio oriente. Quest’anno desideriamo che diventi strumento per chiedere la pace”. Il dramma dei cristiani in Siria e Iraq, racconta mons. Georges, ha già prodotto “un primo miracolo: l’incontro fra papa Francesco e il patriarca Kirill, alla cui base vi è la comune attenzione per la sofferenza dei cristiani della regione”.

Questa, aggiunge, è una “fonte di consolazione, il segno che il nostro dolore ha dato un frutto inaspettato e ora continuiamo a sperare nella pace e nella misericordia”. In questo tempo quaresimale nelle chiese si terranno messe, prediche, ritiri, via crucis alle quali, conclude, cui “partecipano maroniti, latini, caldei, ortodossi… in fondo noi viviamo sul terreno e sperimentiamo già l’ecumenismo del sangue”.

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