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Cardinal Pietro Parolin during the Synod of family

Catholic Church England and Wales

I “sermoni umili” di Papa Francesco

Nel saggio “Il vocabolario di Papa Francesco” di Antonio Carriero, Parolin analizza il linguaggio di Bergoglio: parole al servizio della verità, che risuonano nell’animo dell’ascoltatore

Riportiamo di seguito ampi stralci della presentazione del libro Il vocabolario di Papa Francesco di Antonio Carriero, a cura del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.

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Un linguaggio semplice, accessibile a tutti, fatto di frasi brevi, poche subordinate con vocaboli ordinari e la ripetizione delle parole chiave. È lo stile di Papa Francesco nei suoi interventi pubblici, perché tutti possano comprendere. In controluce si percepisce la profondità del suo pensiero: quella di un uomo che riflette, prega, comunica una ricca esperienza e ha una visione complessa della realtà, ma la esprime, appunto, con un linguaggio veramente accessibile a tutti.

Colpisce, per esempio, il fatto che il Papa qualche volta citi dei piccoli episodi: già questi esempi dicono la forza e la peculiarità del suo stile di comunicazione. Ma questo emerge soprattutto nel momento in cui il Santo Padre si distacca dal testo e parla a braccio. Lo si vede anche fisicamente alzare i fogli e guardare le persone con cui sta parlando. E qui viene alla mente un celebre detto del Talmud: «Ciò che esce dal cuore, entra nel cuore».

Mi sembra che proprio questo sia il caso di Papa Francesco: noi sentiamo che dal cuore di questo Pastore scaturisce qualcosa di molto profondo a proposito di Dio, della vita, della Chiesa, dell’uomo. E scaturisce in maniera molto diretta, coinvolgendo con immediatezza le persone. Le coordinate portanti dello stile del Papa si fondano proprio sul primato della parola nel suo statuto comunicativo-relazionale, che desidera esprimere l’oralità: è il primato della colloquialità, dell’accessibilità, della chiarezza e anche della bellezza. Sul piano letterario, il Papa ama Dostoevskij e Tolstoj, i quali definivano la semplicità e la bellezza «funzioni della verità»: la verità di quanto si vuole comunicare si manifesta, in modo quasi intuitivo, anche attraverso la scelta di parole che subito aprono e illuminano.
Le parole di Papa Francesco, proprio perché colpiscono e risuonano immediatamente nell’animo dell’ascoltatore, si ricordano con maggiore facilità e sono capaci di richiamare tutta la forza di un’idea, di un concetto, di un esempio. Si tratta a volte di un linguaggio figurato, che condensa efficacemente in poche parole temi di ampio respiro e ha una risonanza particolare, subito avvertita. 

Ma prima di tutto, il parlare di Papa Bergoglio è un sermo humilis, che il suo maestro per eccellenza, sant’Agostino, definiva con i due termini «utile» e «adatto». Sermo humilis, infatti, significa parlare a tutti, aver presente l’universalità e, allo stesso tempo, la contemporaneità, il divenire del mondo. È il linguaggio evangelico, il linguaggio delle Scritture: la sapienza del porgere contenuti alti (e suscettibili a volte di una multiforme interpretazione) facendo uso di un lessico e di immagini che traggono la loro forza dalla vicinanza con la vita quotidiana.

Lo stile di comunicazione di Papa Bergoglio esprime una profonda novità, registrata anche dagli studiosi dei linguaggi dei media. Nello stesso tempo, questa forza comunicativa non è frutto di studiate tecniche di comunicazione. La sorgente della sua efficacia sta nell’autenticità evangelica, nella sua consonanza alla natura stessa della Chiesa e all’agire che le conviene. Anche le espressioni brevi e dense a cui Papa Francesco ci ha abituato fin dall’inizio (pensiamo al «Dio spray» o alla Chiesa che non deve essere una «babysitter») sono più che mai adatte alla comunicazione dei nuovi media, poiché riescono a condensare in poche parole di forte impatto temi di ampia trattazione. Ma allo stesso tempo, rivive in esse la «sapienza del porgere», la pronuntiatio, che veniva ricercata già dai Padri della Chiesa.

Ritorna qui il sermo humilis di cui parlava Agostino, che anche oggi è il modulo espressivo più adatto a una Chiesa che vuole essere amica degli uomini e delle donne del suo tempo e per questo sceglie la via della colloquialità, dell’accessibilità. La verità cristiana — questo ci suggerisce Papa Francesco col suo modo di parlare, di predicare, di agire — non è una conoscenza raggiunta con sforzo e riservata a congreghe di iniziati, che poi la sequestrano come loro possesso. Piuttosto, il Papa mette l’interlocutore, chiunque sia, in una condizione di parità e non di distanza. Le sue parole aprono, abbracciano, facilitano. Aiutano a sollevare lo sguardo da se stessi. Diventano semi che possono fiorire nei modi più inaspettati nella vita di chi le ascolta: in maniera gratuita e misteriosa, come dono di grazia, fuori da ogni pretesa “funzionalista”.

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Fonte: L’Osservatore Romano

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