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I poveri “presenza reale di Cristo”

Omelia del Cardinale Vallini per i 30 anni della Caritas diocesana di Roma

ROMA, sabato, 10 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata questo venerdì dal Cardinale Vicario Agostino Vallini, durante la celebrazione liturgica per il trentesimo anniversario di attività della Caritas diocesana di Roma, che si è svolta nella Basilica di S. Giovanni in Laterano.

 

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Cari fratelli e sorelle !

1. La parola di Dio che è stata proclamata è di un’eloquenza sorprendente da suscitare immediatamente la nostra attenta riflessione. L’apostolo San Giacomo (2, 14-26), senza mezzi termini, ci ha posto una domanda: “Fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere, che utilità ne ricava? Potrà forse la fede salvarlo?”

La domanda di S. Giacomo nella sua formulazione asciutta e diretta, con altre parole o in forma di insegnamento, la leggiamo in tutto il Nuovo Testamento. Molto spesso troviamo la fede e la carità l’una accanto all’altra, per esprimere che tutte e due insieme qualificano il comportamento cristiano. Ad esempio, S. Paolo rivolgendosi ai cristiani di Tessalonica, li elogia con queste parole: “Noi dobbiamo ringraziare continuamente Dio per voi, o fratelli, come è giusto, perché la vostra fede fa grandi progressi e cresce la carità di ciascuno di voi verso gli altri” (2 Tess. 1, 3; cfr. Col. 1, 3-4; Ef. 1, 15-16). E S. Giovanni nella sua prima lettera scrive: “Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato” (1 Gv. 3, 23).

Ma nella lettera ai Galati S. Paolo lega ambedue le virtù e dice che “la fede opera per mezzo della carità” (Gal. 5,6). Come dire che la fede è, in qualche modo, la fonte della carità e che non c’è fede vera se non si esprime in carità. La fede che non diventa carità, è senza vita, ci ha detto S. Giacomo.

Se infatti la fede è aprirsi a Dio, essere resi capaci di ricevere il dono più grande che Dio fa all’uomo, cioè la sua stessa vita, poiché Dio è Amore, la vita di Dio che ci viene comunicata deve esprimersi in noi come amore (cfr. 1 Gv. 4, 8. 11-12). La fede che ci è necessaria dunque è quella che diventa amore-carità. Ci ricorda San Giovanni della Croce che “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”.

2. La parola “carità” allora significa sia l’amore che Dio ha per noi, sia l’amore che noi dobbiamo nutrire verso i nostri fratelli. La fede è autentica quando plasma la vita rendendola capace delle stesse manifestazioni di amore che ha avuto Gesù, che ha detto: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi” (Gv. 13, 34).

Amare è imitare Gesù. E Gesù è magnanimo, paziente, benigno, disinteressato (Cf. 1 Cor. 13, 4-7). Egli è colui che protegge il debole, l’orfano, la vedova (cf. Deut. 10, 17-18), il forestiero. Tante volte i Vangeli ci riportano i sentimenti di Gesù nei confronti dei sofferenti e dei peccatori (cfr Mt 20,34; Mc 6,34). Ancora, se la fede è ricevere da Dio, l’amore è donare, meglio donarsi, ai fratelli, con i quali Cristo si identifica. Guardando la vita del Signore nel suo donarsi, è evidente la sua predilezione per i poveri. Egli stesso ha “preso dimora nella povertà”: nasce povero da una donna povera; vive in mezzo ai poveri; tra i poveri inizia il suo ministero; predica la buona novella ai poveri; è condannato alla morte dei poveri e muore nudo sulla croce. Egli – come ci ha ricordato il Vangelo (cf. Mt. 25, 31-45) – è in ciascuno che ha fame e sete, che è senza casa e senza vestito, malato e prigioniero. Cristo è lì.

Questo insegnamento evangelico viene ripreso dai Padri della Chiesa. Sentite che cosa al riguardo dice San Giovanni Crisostomo: “Vuoi onorare il corpo di Cristo ? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Infatti colui che ha detto: Questo è il mio corpo, è lo stesso che ha detto: Voi mi avete visto affamato e non mi avete nutrito, e nella misura in cui l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me” (Omelia 50 su Matteo).

3. Cari fratelli e sorelle, ci siamo riuniti questa sera per ringraziare il Signore con la celebrazione eucaristica per i 30 anni di attività della Caritas diocesana e per chiedere al Padre, datore di ogni bene, luce, forza, coraggio, amore sul futuro della nostra Chiesa di Roma, perché la fede di tutti i suoi membri sia viva e diventi sempre più operante per mezzo della carità.

Il nostro pensiero di gratitudine e la nostra preghiera vanno anzitutto a Mons. Luigi Di Liegro, che ne fu il primo direttore per diciotto anni. Egli fu instancabile nell’animare la comunità cristiana ad avere a cuore i poveri e si spese fino alla fine per trovare le modalità più adeguate – alcune delle quali molto coraggiose, che non mancarono di suscitare reazioni – perché i cristiani di Roma fossero fedeli al comando del Signore di amare chi vive nella povertà e nell’emarginazione. Desidero ringraziare poi il Vescovo Ausiliare, Mons. Guerino Di Tora, che ha guidato la Caritas anche lui per lunghi anni, fino a poche settimane fa, proseguendo e consolidando l’opera di Mons. Di Liegro, con la sguardo alle nuove esigenze di carità.

Ringrazio il nuovo Direttore, Mons. Enrico Feroci, per la disponibilità nell’assumere questo importante e delicato ufficio e gli assicuro la mia preghiera e il mio sostegno. La nostra riconoscenza va a tutti i volontari, agli operatori, particolarmente quelli che lavorano nel silenzio e nel nascondimento, agli amici e ai benefattori della Caritas diocesana, delle Caritas parrocchiali e delle molteplici strutture operative. Infine il nostro grazie cordiale a tutte le istituzioni civili che, comprendendo lo spirito e le motivazioni che muovono la Caritas, favoriscono i progetti e le iniziative da essa promossi.

4. La celebrazione dell’Eucarestia, sacramento dell’amore infinito di Dio per noi, è la grande scuola dove nella fede si apprende a vivere la carità. Sotto i segni sacramentali del pane e del vino Cristo si offre per noi, ricordandoci che non c’è vero amore che non tenda al dono totale di se stessi. In questo suo donarsi Cristo ci attira a sé e ci rende capaci di offrire la nostra esistenza a Dio e ai fratelli. Se l’Eucaristia non si prolunga nella vita quotidiana, se non ci rende prossimo a chi ci vive accanto, particolarmente a coloro che soffrono o sono in difficoltà, rimane un rito sterile e insignificante. Non dobbiamo tradire con atteggiamenti di indifferenza l’amore che Cristo ci dona con il sacrificio eucaristico.

L’Eucaristia – ricorda il Concilio Vaticano II – è fonte e culmine della vita cristiana, ma lo è davvero se forgia il modo di pensare, i criteri di giudizio, i comportamenti di quelli che la celebrano e la ricevono. La testimonianza della carità rivela la qualità della nostra fede. Se tanti uomini e donne hanno abbandonato la fede o non hanno ancora scoperto la bellezza dell’incontro con Cristo non dipenderà forse anche dalla nostra insufficiente testimonianza di carità ? Se tanti giovani sono lontani dalle nostre parrocchie non sarà perché spesso alle parole della fede non hanno fatto seguito le opere? Sono domande che ci poniamo tutti per prenderne coscienza e adoperarci a dare sempre più alle nostre comunità ecclesiali quell’identità cristiana che è loro propria.

Nello spirito della verifica pastorale che abbiamo intrapreso sarà dunque importante riflettere sulla capacità educativa e di animazione a cui sia la Caritas diocesana che le Caritas parrocchiali, a partire dalla Eucarestia, sono istituzionalmente chiamate a realizzare. E’ questo, non dimentichiamolo mai, il primo compito che il grande Pontefice Paolo VI, istituendo la Caritas, volle affidarle, vale a dire una paziente e lungimirante azione pedagogica ordinata a far crescere nella comunità dei credenti la consapevolezza che vi è vita cristiana autentica solo quando ciascuno potrà mostrare la fede partendo dalla sua carità.

Un grande santo della carità, San Vincenzo dè Paoli, nella Francia del sec. XVII, segnata da una profonda povertà spirituale e materiale, diceva che i poveri “dinanzi a Dio sono i nostri signori e padroni”, riconoscendo in essi l’inviolabile dignità di persone umane e l’immagine vivente di Cristo. Anche noi dobbiamo far crescere nelle nostre comunità l’amore ai poveri: ce li ha lasciati il Signore. In questo senso molto lavoro ci attende, favorendo anzitutto la coscienza dell’appartenenza ecclesiale da parte dei fedeli mediante un’azione evangelizzatrice che miri a irrobustire la fede e ad aprirla a stili di vita personali, familiari e comunitari di sobrietà, di condivisione e di solidarietà, e in secondo luogo faccia in modo che l’agire caritatevole diventi sempre più rivelativo della fede vissuta da suscitare domande di senso ed emulazione che aiutino a uscire da se stessi per fare spazio al povero, allo straniero, al diverso.

I poveri, gli ultimi, gli emarginati dobbiamo considerarli come una “presenza reale” di Gesù Cristo. Offrendo un pasto a chi chiede di mangiare, un luogo dove poter dormire o essere visitato da un medico, le opere della Caritas, prima ancora che attività socialmente benefiche, sono annuncio della buona notizia che Dio è amore e Padre di tutti e ci comanda di rispettare e promuovere l’inviolabile dignità di ogni persona umana.

5. Da questa visione della vita cristiana scaturiscono delle scelte nel vivere la carità. Ne ricordo alcune. La carità vera è accoglienza dell’altro. Può essere facile aiutare qualcuno senza accoglierlo. Dobbiamo domandarci se il Signore non ci chiede di fare un passo in più. Accogliere il povero, il malato, il carcerato, l’immigrato che fugge dalla miseria e dalla violenza è donargli il nostro tempo, è fargli spazio nelle nostre amicizie, è riceverlo nella nostra casa, nella nostra città, è provvedere a lui con le nostre leggi.

La carità, fratelli e sorelle, è molto più impegnativa della beneficenza. Questa s’accontenta di un gesto, la carità crea un legame, perché parte dalla valutazione che ogni persona è una ricchezza. La carità vera è condivisione. S.Paolo ne parla in maniera molto precisa, utilizzando l’immagine del corpo. Come nel corpo umano il sangue si diffonde in tutto l’organismo a beneficio dell’intero corpo, così nel corpo di Cristo che è la Chiesa, “siamo membri gli uni degli altri” (Rom. 12, 5). I Padri della Chiesa ci ammoniscono: “Nutri colui che è moribondo per fame, perché se non lo avrai nutrito, lo avrai ucciso”. Il diritto naturale di possedere i beni sufficienti per sé e per la propria famiglia non ci esime dall’obbligo “di aiutare i poveri, e non soltanto con il [nostro] superfluo” (G.S., 69).

Ancora, la carità vera è corresponsabilità. San Paolo, sempre con riferimento al corpo mistico di Cristo, dice: “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” (1 Cor. 12, 26). Facendosi eco dell’apostolo delle genti il Concilio Vaticano II ha insegnato che “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (G.S. 1). Per questo non dovrebbe avvenire mai che una comunità ecclesiale celebri all’Eucarestia ignorando le sofferenze che affliggono la gente che le vive accanto, verso la quale deve sentirsi responsabile. La mancanza di responsabilità è l’antitesi della carità cristiana.

Il mio auspicio è che il frutto di questa celebrazione del 30° della Caritas diocesana sia lo sviluppo in ogni parrocchia dell’impegno ad incoraggiare e sostenere l’azione della Caritas parrocchiale, sia nell’azione educativa volta a formare alla coscienza di carità i fedeli, sia nella formazione dei membri, che nell’aggregare e qualificare i gruppi Caritas con nuove energie anche di giovani.

6. Ma non ci sfugga poi, fratelli e sorelle, un secondo valore della carità, quello di essere inseparabile dalla giustizia. Attraverso le mense, gli ostelli, gli ambulatori medici, le case famiglia, i centri di ascolto, la comunità ecclesiale parla alla città con la volontà di riparare in tanti casi alla giustizia negata e offre il proprio contributo per una cultura in cui i poveri non sono fonte di problemi, ma persone meno provvedute e come noi titolari di diritti. In questa logica non parleremo più di elemosina e di assistenzialismo, ma di impegno per la giustizia e la solidarietà.

Prendendoci cura dei meno garantiti promuoveremo e favoriremo da cristiani-cittadini il bene comune e la pace sociale, stimolando le istituzioni pubbliche perché lo stato sociale non subisca ingiusti ridimensionamenti e le fasce più deboli della popolazione non siano mortificate. Non possiamo limitarci ad offrire ai poveri, sempre più numerosi, un pasto caldo o un posto letto, dobbiamo cooperare per creare i presupposti per l’emancipazione e la liberazione dell’essere umano dall’emarginazione e dai meccanismi dell’esclusione sociale, perché venga loro dato per giustizia ciò che oggi diamo per carità. In questo senso deve crescere la cultura del diritto, dell’uguaglianza e della giustizia sociale, lavorando pazientemente per superare le cause strutturali di ogni emarginazione sociale.

Non è tanto importante allora, anche da parte di istituzioni ecclesiali, che in nome di alti ideali si percorra la ricerca di convenzioni da stipulare con gli enti pubblici, quanto di testimoniare lo spirito di servizio ai poveri, richiamando continuamente al senso della giustizia. Cooperiamo così ad edificare una società nella quale Dio viene annunziato come il Padre che si preoccupa di tutti i suoi figli e l’uomo è riconosciuto e amato per quello che è e non per ciò che possiede.

7. In questi 30 anni la Caritas a Roma ha fatto tanto per venire in aiuto a chi soffre, ma dobbiamo fare di più, perché non possiamo e non dobbiamo accontentarci del bene compiuto. Il salmo responsoriale della liturgia della parola ci ha ricordato che “il povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce”. Siamo noi lo strumento attraverso il quale il Signore ascolta il grido dei poveri e li libera dai loro timori. Chiediamo a Dio nella preghiera di crescere in questa consapevolezza e di non demandare ad altri ciò che possiamo fare noi. In chi altro dovrebbero confidare i poveri se non nella Chiesa, che è la famiglia di quel Dio che la Scrittura definisce “padre degli orfani e difensore delle vedove”, vale a dire di chiunque è piccolo e nel bisogno ? Talvolta, però, il grido di coloro che soffrono è un grido inascoltato e tante situazioni di emarginazione restano nell’ombra.

In questi mesi in cui, a causa della crisi economica, cresce anche a Roma il numero di coloro che si trovano in situazioni di grave disagio e non riescono a conservare un dignitoso tenore di vita: penso alle famiglie, spesso con bambini piccoli, agli anziani, agli emigrati, alle persone scoraggiate per la perdita del posto di lavoro e ai tanti giovani angosciati per l’enorme difficoltà ad inserirsi nella società, dobbiamo interrogarci se non possiamo fare qualcosa di più, come singoli e come comunità.

Il Signore ci doni occhi capaci di vedere queste sofferenze. Soprattutto voi diaconi, che avete ricevuto il compito di essere i primi collaboratori del vescovo e dei parroci nella testimonianza della carità, non chiudete mai il cuore al grido dei poveri e siate solleciti nell’individuare le vie possibili per portare aiuto e sollievo.

8. Cari fratelli e sorelle, Roma ha una grande storia di carità: San Lorenzo, Santa Francesca Romana, San Filippo Neri, San Camillo de Lellis, per citare alcuni santi, e tanti altri, uomini e donne, hanno lasciato una traccia indelebile nella nostra città. Questa sera chiediamo a loro di intercedere per noi, perché ci ottengano la grazia di un cuore ardente, affinché la Chiesa di Roma, con la parola e con le opere, sappia testimoniare la sua fede nel Dio Carità.

Agostino Card. Vallini

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