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I peccatori non hanno altra “chiave” per entrare in Cielo che le membra di Cristo

Commento al Vangelo della XXI domenica del tempo ordinario. Anno A

La risposta immediata di Pietro è come un lampo nella notte: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. La fede che emerge da queste parole non è il frutto di una speculazione, non c’entrano “carne e sangue”. Fosse per queste, in Gesù Pietro non avrebbe potuto che vedere, come gli altri, “qualcuno dei profeti”.

Davanti a Gesù non basta il “pensiero secondo gli uomini”, per quanto sottile e intelligente: a Dio, infatti, “è piaciuto nascondere queste cose ai sapienti e agli intelligenti” per “rivelarle ai piccoli”. Pietro, nel momento che, a nome della Chiesa intera, professa il fondamento della fede, è il più piccolo tra i piccoli suoi fratelli, l’ultimo; per questo, e solo per questo, ne è divenuto il primo, vertice insostituibile di comunione. 

Non si tratta di un pio esercizio di umiltà, ma della verità: “Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell’Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole” (Gilbert Keith Chesterton). 

Il peso e la gloria del primo tra gli apostoli, come quelle dei suoi successori, nascono dal segno divino e celeste impresso nel suo cuore e nella sua mente. Dovrà lottare Pietro, ogni giorno, per tenere a bada “carne e sangue”.

Dovrà obbedire a Cristo che, per proteggere la Verità in un mondo di menzogne, continuerà a ripetergli, nel corso dei secoli, “Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”.

Ma proprio in virtù della sua infinita debolezza, Gesù “consegna” a Pietro “le chiavi” del Cielo, la Croce sulla quale anche lui sarà inchiodato. Su di essa salgono gli umili, gli unici che possono pascere e governare il gregge di Cristo… Le “chiavi”, infatti, designano l’autorità: i genitori saggi attendono molto prima di affidare ai figli quelle di casa.

Un tempo esse erano molto grandi, per questo venivano portate sulle spalle, come incontriamo anche nella Scrittura. La Croce è la “chiave” con la quale il Signore ha aperto il Cielo e chiuso l’inferno per tutti quelli che lo accolgono; l’ha portata sulle sue spalle, ne ha sentito tutto il peso e la responsabilità mentre i chiodi ne trapassavano le carni e lo univano ad essa.

Così ha consegnato a Pietro le “chiavi” del Regno, chiamandolo ad essere crocifisso con Lui, a portare con Lui il giogo leggero e soave sulle spalle, per imparare l’umiltà e la mitezza con le quali “sciogliere” gli uomini dalla schiavitù al mondo, alla carne e al demonio, e “legarli” così a Cristo in un’alleanza incorruttibile che li faccia figli del Padre celeste. Così le consegna a noi, vescovi, preti, suore, mariti, mogli padri, madri, fratelli: per portare sulle spalle i peccati degli altri e legarli a Cristo.

Ma per “sciogliere” e “legare” è necessario innanzi tutto, essere personalmente “sciolti” dall’orgoglio e “legati” alla verità che è umiltà. Per strappare gli uomini dal potere di satana, non c’è altro cammino che quello che conduce a Gerusalemme, l’unico programma vincente per la Chiesa.

Come Isacco sull’erta del Moria e come il Signore sulla via del Calvario, anche Pietro con ogni discepolo dovranno essere “legati” alla Croce per essere “sciolti” dalla morte: “In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tua mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv. 21,18).

Ecco il profilo unico e inconfondibile delle “chiavi”, l’unico che coincide con la serratura del Paradiso, chiusa dal peccato di Adamo ed Eva con cui si sono ribellati alla volontà di Dio: andare dove non si vuole, che è il cuore di ogni discernimento.

“Non la mia ma la tua volontà”: sono queste le “chiavi” che Gesù ha ricevuto nel Getsemani per entrare nella morte e uscirne vittorioso; l’obbedienza che “scioglie” ogni parola della Scrittura per “legarla” alla vita di ogni uomo.

Solo il discernimento impedisce alle “potenze degli inferi” di “prevalere sulla Chiesa” e sulla vita dei suoi figli. Secondo il fine esegeta Frederic Manns, sullo sfondo del Vangelo di oggi vi è un brano del Midrash Tannaim che commenta il passo di Deuteronomio 33,5; in entrambi si ricorda il dono della Legge: “il problema che preoccupa l’autore del midrash è quello dell’autorità che ha il diritto di interpretare la Legge e di dedurne la halakah, cioè l’interpretazione giuridica. Quando il principe raduna gli anziani per deliberare sull’halakah, allora il regno dei cieli si realizza in essi in alto…

Anzi, il regno è una realtà interiore che si realizza in essi, che, riuniti intorno al principe, hanno la “chiave” della scienza, ma anche la “chiave” del regno, poiché da essi dipende la realizzazione attuale del Regno dei Cieli… L’espressione legare-sciogliere significa innanzitutto il potere di interpretare la Scrittura, e di derivarne i comportamenti da indicare al popolo. Ora, questo potere di fissare la Halakah viene dato a Pietro, la roccia, che riunisce i presbiteri”.

Tutti abbiamo bisogno della Pietra su cui fondare per non restare ciecamente irretiti dagli eventi; di Pietro e della Chiesa perché con la predicazione, le omelie e il Magistero, ci illuminino il cammino che ci fa giungere alla misura della pienezza di Cristo, cui siamo chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. 

Non è un caso che il capitolo seguente quello di oggi, inizi con “sei giorni dopo …” introducendo così l’episodio della Trasfigurazione; con il riferimento alle “tende” o “capanne” che Pietro vuole issare, l’autore ci offre l’indizio per inquadrare l’episodio accaduto sul monte Tabor durante la festa delle capanne (sukkoth).

Essa seguiva proprio di “sei giorni” la festa dello Yom Kippur, o Giorno dell’espiazione, il grande giorno del perdono, l’unico dell’anno nel quale il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi del Tempio e vi pronunciava il nome di Dio: “Era dunque questa festa dell’Espiazione che era stata scelta da Gesù per fare la domanda sulla propria identità e ottenere da Simone la professione di fede. Era anche la data scelta per dare un nuovo nome a Simone e annunziargli il suo destino… Gesù desidera che venga pronunciato il nome divino nella nuova prospettiva in cui la liturgia dell’Antica Alleanza troverà il suo compimento. Quando Simone lo proclama Figlio del Dio vivente, risponde a questo desiderio. Pronuncia il nuovo nome divino… Senza saperlo, Simone svolge il ruolo del Sommo Sacerdote che, nella festa dell’Espiazione, proclamava il nome di Dio; lo fa esprimendo la sua fede nel Figlio di Dio, un Figlio che è Dio.” (Ignace de La Potterie). 

Mentre nel Tempio il Sommo Sacerdote in carica Kaipha pronunciava il Nome dell’Altissimo, “nella regione di Cesarèa di Filippo”, in pieno territorio pagano, Pietro – Keypha, il nuovo Sommo Sacerdote, annuncia il “Tu” di Colui che avrebbe perdonato ogni peccato, confessando la fede della Chiesa in Gesù di Nazaret, il Messia atteso, “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Il suo Nome non è più pronunciato nel chiuso e nel segreto del Santo dei Santi, ma annunciato in mezzo alle strade, nelle “periferie” del mondo, laddove tu ed io siamo immersi, con una familiarità e una confidenza che ci trascina, in un istante, nel cuore stesso di Dio: “Tu” sei Dio, “Tu” mio fratello, e amico, e sposo.

Da quel giorno Pietro e la Chiesa annunceranno la fede che vince il mondo in ogni suo centimetro quadrato, pronti a sporcarsi come Gesù alla ricerca di ogni pecora perduta.

Così anche noi siamo chiamati a riconoscere l’amore di Dio nelle situazioni più difficili, laddove il peccato “lega” gli uomini al dolore e alla morte per “scioglierli” nella libertà dei figli di Dio.

“Beati” noi, allora, che siamo stati chiamati a offrire nella nostra vita, salvata e colma dell’amore di Dio, una pietra su cui ogni uomo possa posare i suoi dolori, le incertezze e i dubbi.

“Beati” noi, scelti per annunciare il Vangelo: per questo, in ogni circostanza, il potere infinito dell’amore di Dio risplendente nella Gloria della sua risurrezione, ci terrà stretti alla sua Croce, chiave del regno di Dio.

E lì, nel matrimonio, al lavoro, ovunque e in ogni circostanza, tra le persecuzioni di ogni giorno come in quelle efferate che colpiscono i nostri fratelli in Iraq e in altre zone, sperimenteremo che “le potenze degli inferi non prevarranno sulla Chiesa”. Essa, infatti, mentre annuncia il Vangelo del regno a ogni uomo, testimonia che nulla è più forte dell’amore di Cristo, neanche i tagliagole, neanche il peccato più grande, anzi.

La Chiesa è seminata nel mondo proprio per i peccatori, che non hanno altra “chiave” per entrare in Cielo che le sue membra crocifisse con Cristo.

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