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I diplomatici anglo-americani in Vaticano e il “silenzio” di Pio XII

ROMA, sabato, 20 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo scritto dal prof. Matteo Luigi Napolitano, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università del Molise.

* * *

1. Preludio: l’eccitazione della citazione

Sono bastati minimi passaggi di due dispacci inviati rispettivamente da Tittman nella seconda metà del 1943 e da Osborne verso la fine del 1944, ignorando deliberatamente tutto il resto, per scatenare un putiferio di polemiche. Neppure da molte parti cattoliche si è fatto caso ad alcuni dati elementari, che di per sé sarebbero bastati a sgonfiare il dibattito dall’aria di scoop, insufflato da un lancio dell’ANSA e poi riverberatosi il 1° febbraio 2010 per effetto di due articoli del Corriere della Sera e della Stampa.

Casarrubea e Cereghino se la sono presa, anche col sottoscritto. Rispondendo a un lettore che li accusava di far male il loro lavoro, i due “studiosi” hanno detto: «Quanto ai libri che il suggeritore ad orecchio del Tornielli, e cioè il prof. Napolitano, ci accusa di non aver letto, è noto che Cereghinoed io lavoriamo principalmente su documenti. Non andando a caccia di reperti inediti, ma per il semplice gusto di sapere gli errori che chi ci ha preceduto ha commesso».

A parte la caduta nel ridicolo, Casarrubea e Cereghino hanno dimostrato d’ignorare l’abbiccì della metodologia storiografica: sapere ciò che esiste su un tema che si vuole studiare ed evitare, per quanto possibile, di arrivare buoni ultimi a dire ciò che gli storici veri hanno detto da tempo. E semmai accade ciò, prendersi la briga di riconoscere il lavoro altrui attraverso quella formula cortese che scientificamente si esprime nella locuzione “citato in”, citato da”, “cfr.” “vedasi”, ecc.

Ma non sapendo chi aveva già pubblicato e che cosa, e quindi non sapendo chi citare, Casarrubea e Cereghino bellamente si sono ben guardati dall’onesta pratica di riconoscere i cosiddetti credits.

Non parliamo poi di altre loro lacune nell’abbeccedario storiografico: per esempio, nello studio delle fonti si parte sempre dalla saggistica, dalla memorialistica e dai documenti editi, per poi iniziare lo scavo archivistico su ciò che è ancora ignoto. Perché se la ricerca d’archivio non crea “valore aggiunto” per la Storia, allora essa diventa sterile citarsi addosso.

Non ci esprimiamo sugli altri temi storici su cui Casarrubea e Cereghino lavorano, perché non potremmo giudicarli. Diciamo solo che nel campo specifico a noi noto, quello di Pio XII, essi si sono mossi assai goffamente, soprattutto quando sono stati “scoperti”.

Il documento di Tittman era noto da anni; per saperlo ci è bastato aprire un libro in un arco di tempo (diciamo la pura verità) pari a quattro-cinqueminuti. Casarrubea e Cereghino se n’erano accorti? No.

Ma essi dicono di non aver mai detto che si trattava di un inedito. Sarà. Certo che posare da pionieri archivistici descrivendo il dispaccio di Tittman, dato alle stampe nel lontano 1964, come il documento «da noi ritrovato a Londra poche settimane fa» non equivale a dire la stessa cosa?

Alla luce dei precedenti ci pare di sì. Perché anche un paio di anni fa Casarrubea e Cereghino pensavano di aver fatto chissà quali scoperte. Accadde il 27 novembre 2008, quando nel post Quando Montini vedeva rosso pubblicarono il verbale (fra l’altro mal tradotto) di una conversazione avuta dal diplomatico americano Parsons con Giovanni Battista Montini (il futuro Paolo VI), per dimostrare che questi era un fervente anticomunista. Questo documento, essi scrissero, era stato «da noi rintracciato al Nara [National Archives and Records Administrations: gli archivi americani, n.d.r.] di College Park nel Maryland nel 2004».

Sapete la novità? I due ritenevano il documento “inedito”, ma esso era già stato pubblicato, guarda caso, sempre da Ennio Di Nolfo (a cui fischieranno le orecchie?), nel suo libro Vaticano e Stati Uniti del 1978. Anche in questo caso, lo facemmo notare ai due “scopritori”, i quali così ci risposero: «Effettivamente, Lei ha ragione e ci scusiamo dell’errore. Come Lei stesso ha notato, abbiamo provveduto immediatamente a rimuovere la dicitura “inedito” dal nostro blog».

Errare è umano; ma perseverare? Poco più di mese prima (era l’ottobre 2008), l’ANSA aveva parlato di un documento pubblicato sul blog diCasarrubea in questi termini: «Un nuovo tassello da inserire nel cangiante e spesso contraddittorio mosaico del rapporto tra Pio XII e gli ebrei nell’autunno del 1943». Un nuovo tassello? Il documento in questione, verbale di un colloquio tra Osborne e il Papa avvenuto il 18 ottobre 1943, era già noto dalle ricerche di Owen Chadwick, il cui Great Britain and the Vatican era uscito nel 1986, e in edizione italiana nel 2007. E siamo a tre.

Non hanno mai parlato, Casarrubea e Cereghino, di aver scoperto degli inediti noti da gran tempo? Ammesso e non concesso ciò (dato che hanno riconosciuto l’errore e se ne sono scusati con noi), resta il fatto che i due sono un esempio inimitabile (leggasi: da non imitare) di disinformazione storiografica.

«Non abbiamo parlato d’inediti», affermano; ma neppure hanno mai detto che le cose che si pubblicavano erano edite, e da chi. Semplicemente non ne sapevano niente. E questo la dice lunga sull’inconsistenza del metodo storico di Casarrubea e Cereghino.

Se la prendono col sottoscritto? Pazienza.

All’indomani della pubblicazione del nostro recente articolo su di loro, hanno scritto: «Desideriamo ringraziare Matteo Luigi Napolitano, esimio professore di Storia delle Relazioni internazionali, per l’ illuminante articolo Pio XII e i falsi scoop pubblicato il 2 febbraio 2010 nel sitowww.vaticanfiles.splinder.com. Ci sorprende tuttavia che un intellettuale di tale levatura ignori l’esistenza del fascicolo confidenziale Sir D.Osborne’s audience with the Pope on 10th november 1944, reperibile ai National Archives di Kew Gardens (GB), ai segni [SIC! Per «segnatura archivistica» n.d.r.] FO 371/44213, da noi riportato nel Pdf allegato al post Beato lui!, in data 30 gennaio 2010, nel nostro sito www.casarrubea.wordpress.com. Ci sorprende altresì che nel citare tale documento Napolitano abbia omesso la frase che introduce e spiega la natura della discussione tra Sir Osborne e il principe Pacelli».

Amen.

A parte che siamo noi a ringraziare loro per l’eccessiva attenzione (e non lo diciamo pro forma), aggiungiamo che non vale la pena neppure di replicare con ciò che è ovvio: il nostro articolo del 2 febbraio è quasi tutto incentrato sulla lettura del documento che essi pensano (non sappiamo perché) che noi abbiamo ignorato.

Ma hanno letto ciò che abbiamo scritto?

Resta, certamente, ancora molto da dire sul dispaccio di Osborne. Lo faremo fra un momento. Ma ora, una prima una diversione: sul documento diTittman datato 19 ottobre 1943.

2. Ma il documento di Tittman è proprio del 19 ottobre 1943?

Sul documento di Tittman ritenevamo di aver detto tutto già in un articolo precedente.

O quasi tutto.

Cereghino e Casarrubea hanno giurato e spergiurato che il colloquio fra Tittman e Pio XII si svolse il 19 ottobre 1943, e che il documento in questione dimostra l’insensibilità del Papa, che non parlò degli ebrei romani, razziati tre giorni prima.

A parte che i due non spiegano come non sia stato Tittman, proprio tre giorni dopo i tragici eventi romani, a tirar fuori lui l’argomento col Papa, di sua iniziativa (e quindi non spiegano il “silenzio” di Tittman in proposito); a parte ciò, forse la questione della data in cui si svolse effettivamente il colloquio fra Tittman e Pio XII richiederebbe assai maggiore prudenza.

Andiamo a spiegare.

Di recente, in un’intervista a ZENIT, il prof. Ronald Rychlak ha ricordato che l’ “Osservatore Romano” del 15 ottobre 1943 dava notizia di un’udienza concessa dal Papa a Tittman il giorno prima, 14 ottobre 1943. Ciò spiegherebbe come mai fra i due non sia stato affrontato il tema della razzia degli ebrei romani, verificatasi solo due giorni dopo quel colloquio.

Visto che dalla precisa datazione di questo colloquio dipende l’accusa di “silenzio” di Pio XII sulla razzia degli ebrei romani, la questione non è di poco conto, ma va necessariamente affrontata su basi più solide di una semplice segnalazione del pur autorevole giornale vaticano.

Ebbene, le fonti archivistiche confermano la segnalazione dell’ ”Osservatore Romano”. Come si legge infatti nel foglio d’udienza del 14 ottobre 1943[1], Tittman venne effettivamente ricevuto in udienza dal Papa alle ore 11,00 di quel giorno. Se si sfoglia il registro e si va alla data del 19 ottobre 1943, il nome di Tittman non compare affatto, neppure inserito come aggiunta dell’ultim’ora. Né appare successivamente. Al foglio del 18 ottobre 1943, invece, compare il nome di Osborne (udienza alle ore 9,00, di cui infatti c’è traccia archivistica). E infatti, lo stesso Osborne parla dei fatti del 16 ottobre nel suo dispaccio del 31 successivo: esito dei colloqui avvenuti col papa a ridosso dei tragici eventi romani.

Le fonti archivistiche danno quindi per probabile che il famoso dispaccio di Tittman (che anche nella collana americana reca la data del 19 ottobre 1943) sia in realtà il resoconto della conversazione fra Tittman e Pio XII del 14 ottobre precedente. Ecco perché non si parla della razzia degli ebrei romani, che è di due giorni posteriore; mentre, al contrario, nel caso di Osborne, si vede bene che la questione degli ebrei romani è stata toccata.

In un appunto del 21 ottobre 1943, monsignor Tardini si riferisce proprio a un colloquio fra il Papa e Tittman sulla sorte di Roma e sulle assicurazioni date da Myron Taylor in proposito. «Sua Santità – scrive Tardini – si era lamentata perché il popolo italiano non era stato trattato secondo le date assicurazioni» dategli da Roosevelt nelle due lettere del 16 e del 20 giugno 1943 (e infatti il 19 luglio era arrivato il primo bombardamento di Roma[2]). Fu proprio la salvezza di Roma uno dei temi del colloquio Tittman-Pio XII; anche se il primo non riferì al PresidenteRoosevelt le lamentele del Papa.

L’appunto di Tardini non potrebbe tuttavia, preso in sé, lasciar ipotizzare l’errore di datazione del dispaccio di Tittman, se non si andasse proprio all’originale del documento conservato negli archivi britannici di Kew, e se non si conoscesse un minimo di tecnica di corrispondenza diplomatica.

Non essendoci in Vaticano un’ambasciata o una rappresentanza diplomatica ufficiale americana, Tittman non aveva (a differenza di MyronTaylor, rappresentante personale di Roosevelt presso il Papa) un proprio servizio cifra per la corrispondenza segreta col suo Governo. Nel caso del dispaccio in esame, Tittman lo affidò alle cure del collega britannico, Osborne, perché fosse cifrato e ritrasmesso a Washington. Osborne, ricevuto il messaggio, lo trasmise al Foreign Office di Londra, che a sua volta lo “rifischiò” a Washington e  anche al Ministro britannico residente ad Algeri.

Tre passaggi del dispaccio, dunque: Tittman a Osborne, Osborne al suo Governo, e quest’ultimo a Washington.

Ed è proprio a questo punto che la copia archivistica del dispaccio di Tittman, resa nota da Cereghino e Casarrubea, rivela qualcosa d’insospettato.

La copia che i due hanno pubblicato è conservata nei file della Rappresentanza britannica ad Algeri (infatti in intestazione appare il timbro “copia per il ministro residente”). Vi si legge che essa è partita dal Foreign Office alle ore 21,25 del 21 ottobre 1943, per arrivare ad Algeri alle ore 13,00 del giorno dopo.

Ma ecco l’intestazione del documento:

«Indirizzato a Washington tel. No. 7199, 21 ottobre, e al Ministro Residente ad Algeri. Quanto segue ricevuto da [Rappresentanza] Santa Sede telegramma No. 388, 19 ottobre. Inizia. “Quanto segue [stavolta è Osborne a scrivere] è del mio collega statunitense No. 198, che egli chiede sia ritrasmesso a Washington”»

Ed è a questo punto che Osborne inserisce a sua volta le virgolette e cita il testo integrale del dispaccio di Tittman.

E’ insomma un gioco di matrioske: il Foreign Office apre le virgolette e cita il dispaccio di Osborne, il quale a sua volta apre le virgolette e cita quello di Tittman.

Ed è proprio osservando questa concatenazione che si nota una cosa: la data del 19 ottobre 1943 è quella del telegramma di Osborne dal Vaticano,non quella del dispaccio di Tittman. Quando infatti il Foreign Office scrive che ha «ricevuto da Santa Sede telegramma No. 388, 19 ottobre» significa infatti che il telegramma di Osborne è del 19 ottobre 1943. Nulla, quindi, ci dice che quello di Tittman, inoltrato a Londra perché giunga a Washington, abbia la stessa data.

E infatti, aperte le virgolette dopo il «begins» (ossia: «Inizia la citazione del dispaccio di Tittman»), Osborne non riporta alcuna data, ma solo il testo del dispaccio di Tittman. Se Osborne avesse conosciuto la data del dispaccio di Tittman, l’avrebbe indicata insieme al numero di dispaccio, riportato perché evidentemente appariva nella minuta da cifrare e ritrasmettere (anche Eden, quando ritrasmise a Washington un altro telegramma diOsborne, indicò, oltre al numero di partenza del di lui dispaccio, anche la data).

Si consideri poi un altro elemento, che forse non è trascurabile. Nella bozza presentata da Casarrubea e Cereghino, Tittman scrive: «Ho avuto un’udienza oggi col Papa, che non avevo visto da lunedì». Se si identifica quell’oggi con il 19 ottobre 1943, ebbene quel giorno era martedì. Non sarebbe stato più logico che Tittman scrivesse:«Ho avuto un’udienza oggi col Papa, che non vedevo da ieri»?

Ultima considerazione: Tittman aveva il rango di un’incaricato d’affari, e come tale non aveva col Papa un contatto diretto come accadeva per i colleghi col rango più elevato di ambasciatore. I contatti più frequenti Tittman li aveva col Segretario di Stato card. Maglione, ma ancor più con i due Sostituti alla Segreteria di Stato, i monsignori Tardini e Montini (il futuro Paolo VI). Non è quindi pensabile, per l’attenta prassi diplomatica e di protocollo vigente non solo in Vaticano ma anche altrove, che egli fosse ricevuto in udienza personalmente dal Papa (ossia da un Capo di Stato) addirittura per due giorni di seguito.

Ma come si è visto, il registro delle udienze del Maestro di Camera del Pontefice né alla data del 18 ottobre né a quella del 19 riporta un’udienza concessa dal Papa a Tittman. Considerate quindi le fonti vaticane, ma soprattutto il gioco a incastro di dispacci che furono trasmessi dal Vaticano (quello di Osborne che “contiene” quello di Tittman; quello del Foreign Office che li contiene entrambi), le probabilità che Tittman non abbia mai incontrato Pio XII il 19 ottobre 1943, e che il suo dispaccio sia anteriore di ben cinque giorni, sono altissime.

Priva di senso sarebbe quindi la polemica su Pio XII che non si sofferma con Tittman sulla sorte degli ebrei romani: come poteva, dato che la razzia non era ancora avvenuta? E poi va ribadito che chi apre questa polemica contro Pio XII, sostenendo che il suo colloquio con Tittman avvenne il 19 ottobre 1943 e che il Papa tacque sugli ebrei romani, non si chiede poi come mai non sia stato lo stesso Tittman ad affrontare l’argomento, di sua iniziativa, col Papa. Volendo parlare superficialmente del “silenzio” di Pio XII, non s’indaga insomma su quello di Tittman.

Resterebbe da vedere l’originale conservato negli archivi americani dell’esemplare che poi è stato pubblicato nella raccolta statunitense con la data del 19 ottobre 1943. E’ l’unico punto che invita davvero alla cautela, anche perché riporta una differenza nel testo (Tittman, vi si legge, non vedeva il Papa dall’anno precedente, e non dal precedente lunedì). Alla nota che accompagna questo documento si legge: «Questo messaggio fu trasmesso al Dipartimento di Stato dal Rappresentante britannico in Vaticano, attraverso l’ambasciata britannica a Washington e ricevuto al Dipartimento il 25 ottobre»[3]. Il che ci fa supporre (data l’impossibilità per Tittman di cifrare i suoi dispacci) che si tratti non di un originale ma di una copia circolare, in cui ci sarebbero errori di datazione.

3. Il documento di Osborne del 10 novembre 1944. Basta leggere per capire

Vale ora la pena allora di fare alcune considerazioni aggiuntive sull’altro documento, quello di Osborne del 10 novembre 1944, oltre quanto abbiamo già detto a ridosso della polemica.

3.1 Il documento di Osborne del 10 novembre 1944 è ricco e sorprendente per diversi aspetti. Vi abbiamo contato almeno diciotto punto, alcuni non proprio trascurabili per un serio dibattito storico. Peschiamo a caso

a) Osborne nota il risentimento di fascisti e nazisti perché il Vaticano sta ospitando diplomatici stranieri di Paesi in guerra con l’Italia, molti dei quali erano già accreditati presso il Quirinale (tipico è proprio il caso di Harold Tittman, autore dell’altro documento assai discusso, quello del 19 ottobre 1943);

b) Osborne è convinto che se le sorti belliche non fossero poi mutate a svantaggio della Germania, quest’ultima avrebbe certamente invaso sia il Vaticano sia le sedi diplomatiche dei Paesi nemici dell’Asse, ospitate in Vaticano. Di conseguenza, Pio XII offrì questa ospitalità in un momento in cui le sorti belliche erano ancora favorevoli alla Germania, accollandosi pertanto un grave rischio di rappresaglia;

c) Osborne è grato a Pio XII poiché questi ha tollerato che i diplomatici in Vaticano, rappresentanti dei Paesi Alleati, inviassero all’esterno corrispondenza segreta di carattere politico e militare. Questo fatto non ci sembra trascurabile. Perché Osborne dimostra che Pio XII fu il capo di uno Stato neutrale ma non imparziale, perché schierato con gli Alleati. Il che conferma delle ipotesi di lavoro già note agli studiosi, perché formulate in un importante dibattito fra studiosi italiani, i cui risultati possono leggersi nel bel libro su Pio XII, curato da Andrea Riccardi[4].

d) Osborne propone al suo Governo che si ringrazi ufficialmente il Papa: per tutto questo, ma anche per aver ospitato ufficiali già prigionieri di guerra della Germania);

e) Candidamente Osborne s’illude che in Russia, dopo la libertà concessa alla Chiesa ortodossa, ci si trovi alla vigilia di un grande mutamento, di cui Stalin è l’artefice: quello di una Russia con una rinata religione nazionale cristiana!

3.2 C’è poi nel famoso dispaccio di Osborne la questione dell’appello in favore degli ebrei d’Ungheria, che ha sollevato tante sterili polemiche.

Nel dispaccio, l’appello per gli ebrei d’Ungheria non è il tema principale (ventitre parole in tutto in un dispaccio fluviale), e ciò per varie ragioni:

a)      perché quella che viene presentata come una “proposta di Eden” (parlare per gli ebrei d’Ungheria), non è affatto di Eden. Scrive Montini: «Il Ministro Osborne circa il suo foglio del 1° novembre, dice che la proposta proviene dall’ambiente israelita: il Governo britannico si limita a raccomandarla» ma del World Jewish Congress, il Congresso Mondiale Ebraico, al quale però il Vaticano sta già rispondendo. Fra l’altro, Eden è stato preceduto, nel trasmettere queste proposte ebraiche, dal Governo americano[5].

b)     Il 28 ottobre e il 19 ottobre 1944, il Delegato apostolico a Washington, Amleto Cicognani, ha già trasmesso al Papa queste richieste diambienti ebraici americani[6]. Insomma, la “proposta di Eden” non è cosa nuova.

c)      Inutile dire che, fra il 19 ottobre e il 10 novembre 1944, la Santa Sede si è già mossa con diverse iniziative in favore degli ebrei d’Ungheria[7]. Ecco perché la questione è, come dire, “tangenziale” e quasi dispersa nella lunga esposizione che si legge nel dispaccio di Osborne. L’enfasi che le è stata data è senza dubbio eccessiva.

d)     E’ la questione dei crimini sovietici, invece, uno dei temi più importanti del dispaccio di Osborne. Ma l’ipotesi della denuncia anonima dei russi, come si dirà fra poco, è formulata da Pio XII “prima” di Osborne, e non su sua sollecitazione; come si evince dal documento, in cuiOsborne dà la sequenza esatta della sua conversazione col Papa.

3.3 Ed eccoci a parlare della denuncia dei crimini russi. Nel dispaccio di Osborne la sequenza esatta della discussione è la seguente:

a) Pio XII dice di essere pressato da più parti a denunciare i crimini russi, ma dice fin da subito che comunque, se decidesse di farlo, la denuncia sarebbe anonima, esattamente come ha fatto nel condannare i crimini tedeschi;

b) Osborne va di rinforzo: lo invita a non denunciare i russi per le gravi ripercussioni che ne seguirebbero e perché si noterebbe la differenza di trattamento rispetto ai tedeschi.

c) Pio XII non lascia finire Osborne; anzi lo interrompe, s’inserisce nel suo discorso («interjected», si legge nell’originale) per ribadire «che non era in questione alcun riferimento alla Russia per nome».

d) Osborne riprende il filo del discorso dicendo di non avere informazioni sui russi in Europa, ma che i crimini russi non potevano eguagliare quelli tedeschi (e «il papa non fece obiezione»); e che anzi non vi era precedente allo sterminio degli ebrei perpetrato con i metodi più efferati («Su ciò il papa concordò», aggiunse Osborne).

Questo si evince dal documento qui in esame, dalla sequenza ordinaria delle frasi, nell’ordinaria concatenazione e interpretazione delle parole che le formano. Questa è l’esatta narrazione dei fatti, trasmessa da Osborne al suo Governo Essa è quindi il portato della narrazione di Osborne. Se il diplomatico britannico avesse notato nel Pontefice un atteggiamento diverso dall’accordo e dalla sintonia con lui, per esempio una sufficiente e alquanto superba condiscendenza, semplicemente, Osborne (che era assai preciso nei suoi resoconti dal Vaticano) l’avrebbe scritto ece lo avrebbe fatto sapere.

3.4 Si chiede sempre a Pio XII di parlare: ma con quale modalità? E poi: qual’è lo step successivo? La cosa sarebbe stata senza conseguenze? E, se ci fossero state conseguenze, quali sarebbero state e chi le avrebbe pagate? Pur non potendo fare la storia con i se , resta il fatto assai probabile, studiando le circostanze storiche, che nel 1942-44 avrebbero potuto essere erano fondamentalmente due: rappresaglie a 360 gradi contro tutto ciò che fosse cattolico o che fosse collegato ai cattolici collegato; seria compromissione, se non totale smantellamento, della rete di aiuti vaticani (ma non solo vaticani), che si trovava a operare (vale la pena di ricordarlo sempre) non i Paesi liberi e democratici, ma esclusivamente nei territori occupati o satelliti della Germania.

3.5. Osborne resta in Vaticano per oltre quattro anni; occorre chiedersi se la posizione di Osborne sia sempre stata quella di esigere sempre e comunque una condanna pubblica dei nazisti da parte di Pio XII; o se abbia sempre ritenuto che una vera e propria condanna del nazismo non ci fosse mai stata.

Dal documento del 31 ottobre 1943 già citato, parrebbe di no. E pare di no anche vent’anni dopo quando, nel 1963, esce Il Vicario, e, comericorderemo ancora poco oltre, la posizione del drammaturgo tedesco è assai criticata da Osborne sul “Times”.

A volte la storia è fatta un po’ anche di risultanti algebiche, specialmente quando ci sono in ballo personalità così forti (e neppure cattoliche) come Osborne; ebbene, nel 1963 riteniamo che Osborne abbia voluto chiudere, per ciò che lo riguardava, il discorso sul “silenzio” di Pio XII con una risultante algebrica nettamente positiva per questo Papa

Perché, infatti, elogiare così tanto Pio XII senza essere minimamente obbligato a farlo (Pio XII era morto e Osborne era ormai un privato cittadino; e teneva a specificare al “Times” di non essere neppure cattolico!)?

3.6 Va attirata l’attenzione anche su un altro non trascurabile aspetto della vicenda: l’uso strumentale delle parole del Papa. Esigere dal Vaticano una pubblica condanna di questo o di quello in tempo di guerra sottendeva sempre nei belligeranti fini propagandistici, dato che «ogni stato belligerante desidera che la sua causa sia considerata come una causa morale […]. Ma nella gran parte dei casi, le Potenze non si aspettavano che il Papa dicesse che una delle sue azioni era buona. Essi speravano che dicesse che un atto compiuto dall’altra parte era malvagio, E se fossero riuscite a persuaderlo a dire questo, ciò sarebbe stato un vantaggio politico»[8].

Fin dal 10 giugno 1940, data dell’entrata in guerra dell’Italia, i rappresentanti diplomatici tedesco, inglese e francese presso la Santa Sede, ebbero l’incarico «di attirare l’attenzione del Papa sulle immoralità perpetrate dall’altra parte. Essi avevano inoltre l’incarico di suggerire che egli le condannasse pubblicamente. Di solito essi non si aspettavano di aver successo in questo compito. Sapevano che dal giugno 1940 il Papa aveva adottato una politica di stretta neutralità come la sola via per mantenersi al di sopra («standing above») di una situazione impossibile»[9].

Esempi di uso strumentale della condanna papale sono poi diffusi, e lo stesso Chadwick li illustra.

4. Osborne e il “silenzio” di Pio XII

Si vuole quindi a tutti i costi far passare l’idea di un Osborne non fa altro che chiedere a Pio XII di parlare contro i crimini nazisti.

Non è così. Proprio la razzia degli ebrei romani del 16 ottobre 1943 ne è la controprova. Se Pio XII, come si dice, fu insensibile al destino degli ebrei romani e preferì tacere dolosamente su questa tragedia, quale migliore occasione del 16 ottobre perché Osborne glielo facesse notare?

E invece, il 31 ottobre 1943, egli così scrive al suo Governo: «Non appena seppe degli arresti di ebrei a Roma, il Cardinale Segretario di Stato diresse e formulò all’Ambasciatore tedesco una [sorta? Questa parola è illeggibile ndr] di protesta. L’Ambasciatore si mosse immediatamente con il risultato che gran parte di loro fu rilasciata. L’intervento vaticano sembra dunque esser stato efficace nel salvare un certo numero di queste sfortunate persone. Ho chiesto di sapere se potessi io riferir questo e mi fu detto che avrei potuto ma solo per nostra conoscenza e non per darne pubblica ragione, poiché ogni pubblicazione d’informazioni condurrebbe probabilmente a nuove persecuzioni»[10].

Il resoconto di Osborne conferma dunque i documenti vaticani. Per cui la tesi del silenzio di Pio XII sulla deportazione degli ebrei romani, perOrborne, non regge. Si potrebbe andare avanti sul tema, ma la smentita più efficace alla tesi secondo cui Osborne ebbe un severo atteggiamento critico per il silenzio del Papa e avrebbe voluto una plateale dichiarazione di condanna della Shoah, la dà ancora una volta lo stesso Osborne, intervenendo nel 1963 proprio sulla polemica relativa al silenzio di Pio XII:

«Lungi dall’essere un diplomatico freddo (il che, suppongo, implica una persona di sangue freddo e disumana), Pio XII fu il personaggio più caldamente umano, gentile, generoso, simpatico (e, per inciso, santo) che io abbia mai avuto il privilegio d’incontrare nel corso di una lunga vita. So che la sua natura sensibile era acutamente e incessantemente sensibile al tragico volume di sofferenza umana causato dalla guerra e, senza il minimo dubbio, sarebbe stato pronto e felice di dare la sua vita per redimere l’umanità dalle sue conseguenze. E ciò senza guardare alla nazionalità o alla fede […]. Sono sicuro che Papa Pio XII è stato grossolanamente giudicato male dal dramma del signor Hochhuth».

E, chiudendo le sue considerazioni, Osborne aggiungeva di non essere neppure  cattolico![11].

Pietra tombale, diremmo, quella apposta da Osborne sulla polemica del “silenzio” di Pio XII, scatenata dal dramma Il Vicario di Rolf Hochhuth.

Con ciò non si vuole affatto dire che Osborne non fosse critico verso il Vaticano (era previsto dalla natura della sua missione), o che non volesse che la Santa Sede parlasse talvolta in maniera più chiara o con toni più energici. Ma, come si rileva soprattutto dal suo diario, prima dell’occupazione tedesca di Roma egli aveva in mente, più che gli ebrei in sé, tutti coloro che stavano soffrendo per la guerra. Al punto che lo stesso destino degli ebrei slovacchi, dopo le notizie giunte nel marzo 1942, ancora non sembrava toccarlo, dato che la sua attenzione era in quel momento attirata dalla sorte delle vittime in generale[12].

Certamente, dopo la dichiarazione interalleata del 17 dicembre 1942 la situazione cambiò molto; e anche Pio XII si fece meno prudente, col radiomessaggio natalizio del 1942 (che non va giudicato per la presenza o no della parola “ebrei” invece di “stirpe”; ma per le positive reazioni che esso suscitò in America, e per le negative reazioni che ne conseguirono in Germania).

Che Osborne poi pensasse che una politica di riserbo fosse la più adatta alle circostanze del momento lo si vede dalla raccomandazione fatta a Pio XII (che pure aveva già deciso di muoversi esattamente nel modo auspicato dal diplomatico) di non denunciare apertamente neppure i crimini sovietici.

Occorre insistere su questo punto: Osborne racconta che Pio XII non è ancora giunto «a una decisione su questo punto [denuncia dei crimini russin.d.r.], e in ogni caso la sua condanna sarebbe anonima, come nel caso della sua condanna dei misfatti tedeschi in passato».

Questa è la sequenza espositiva: Pio XII ha quindi già deciso, indipendentemente da Osborne, quale sarà la condotta da tenere. Osborne non fa altro che corroborarla; i due quindi concordano sull’utilità di un silenzio operativo in vari campi.

C’è poi un’altra questione da considerare. Una cosa è il silenzio, altra cosa è l’inazione. E, come si vede dalla documentazione vaticana (che, va ricordato, è in anche di origine ebraica), la Santa Sede non si mantenne inattiva, ma fece il possibile per salvare le vittime della guerra, e in primo luogo gli ebrei. Silenzio e riserbo erano purtroppo le vie più dirette per un’azione di salvezza segreta e articolata. Del resto, specularmente, silenzio e riserbo sui crimini sovietici erano per Osborne del pari necessari alla condotta della guerra.

Pretendere poi che il papa accendesse un megafono e condannasse i crimini hitleriani da Piazza San Pietro significa:

a) illudersi che Pio XII avesse una parola talmente taumaturgica da fermare i crimini hitleriani; ossia attribuirgli poteri di un Papa medievale in un’epoca del tutto secolarizzata;

b) dover spiegare che cosa sarebbe stato della rete di aiuti vaticani che (va ricordato ancora una volta, perché sempre lo si dimentica), si muoveva in gran parte all’interno di Paesi occupati o annessi dalla Germania (e quindi con diocesi e altre propaggini pontificie già compromesse e controllate nelle loro comunicazioni verso l’esterno).

Parlando di “silenzio” di Pio XII, non si considera poi un dato di fatto: che il nesso condanna plateale-alleviamento della sorte degli ebrei è un preconcetto, senza possibilità di controprova che le cose sarebbero andate esattamente in questa sequenza; una sequenza che quindi solo apparentemente è così logica. Tanto per banalizzare, occorre molta immaginazione per vedere un Hitler presenziare una domenica all’Angelus in piazza San Pietro, chiedendo perdono al Papa per la pubblica condanna comminatagli, e promettendo di non perpetrare più i suoi crimini.

La storia, purtroppo (e al di là dei desideri dello storico) non si può leggere inforcando un bel paio di occhiali rosa.

5. Gli “altri documenti su Pio XII” di Casarrubea e Cereghino

In risposta al nostro primo articolo, Casarrubea e Cereghino hanno propinato un “copia-incolla” di documenti d’archivio, su cui ci soffermeremo molto brevemente, rispettando l’ordine nel quale li hanno proposti.

Per evitare inutili ripetizioni, rimandiamo direttamente all’articolo che quei documenti propone. Aggiungiamo qui solo che i documenti non sono riportati integralmente, ma sono pieni di omissis perché trascritti dai due “ricercatori”. Sarebbe stato forse opportuno che essi proponessero gli originali, come hanno fatto (va riconosciuto: meritoriamente) in altri casi. Di fronte agli omissis, come sappiamo, occorre pertanto diffidare, a prescindere dalle buone intenzioni di chi li compie: è solo una questione metodologica.

Ciò detto andiamo avanti.

5.1 Il primo documento che Casarrubea e Cereghino propongono è, ancora una volta, un dispaccio del ministro britannico in Vaticano Osborne, del 29 dicembre 1942. Attenzione alle date: perché il 17 dicembre c’è stata la dichiarazione interalleata contro lo sterminio degli ebrei e il 24 successivo il famoso radiomessaggio natalizio del Papa. In questo radiomessaggio Pio XII, com’è noto, parlò in favore delle «centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento».

Abbiamo fatto questa premessa perché citare un dispaccio di Osborne del 29 dicembre 1942 senza citare il contesto può rivelarsi un boomerang.

Osborne certamente all’epoca non poteva saperlo; ma Casarrubea e Cereghino (pure così solerti frequentatori di archivi) dovevano conoscere l’esistenza di un rapporto segreto siglato dal Reichssicherheitshauptamt [ossia: Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, o RSHA, ndr) del 22 gennaio 1943, e che von Ribbentrop ritrasmise, con precise istruzioni che vedremo, all’ambasciatore tedesco in Vaticano Diego von Bergen, il 24 gennaio successivo. Il documento è un promemoria del Governo nazista proprio sul Radiomessaggio di Pio XII del 24 dicembre 1942. Per la sua importanza, il rapporto del RSHA va citato quasi integralmente:

«Il Papa – vi si legge – in maniera del tutto sconosciuta prima di oggi, ha ripudiato il Nuovo Ordine Europeo del nazionalsocialismo. La sua radio-allocuzione è un capolavoro di travisamento clericale della concezione del mondo nazionalsocialista. E’ vero che egli non ha menzionato per nome i nazionalsocialisti tedeschi, ma il suo discorso è tutto un lungo attacco contro tutto ciò che noi rappresentiamo…Egli concepisce la personalità umana in termini interamente individualistici e liberali. Considera un’aberrazione l’idea che la personalità emani dalla società collettiva. Dice di compiacersi del fatto tale atteggiamento (quello di noi nazionalsocialisti) “incontri una resistenza che cresce di continuo”. Dio, egli afferma, guarda a tutti i popoli e a tutte le razze come se fossero meritevoli della stessa considerazione. E’ chiaro che parla a nome degli ebrei…Nel trattare di questioni economiche fa riferimento a “nuovi sistemi” che sono un labirinto di false dottrine dai risultati imprevedibili per la società umana. Anche in questo caso egli fa riferimento al nazionalsocialismo, poiché dice che quando l’economia e il lavoro non sono governati dai principi soprannaturali della religione tanto il lavoro che il lavoratori si trovano privati della loro nobiltà…Che questo discorso sia diretto esclusivamente contro il Nuovo Ordine Europeo quale concepito dal nazionalsocialismo risulta chiaro dall’asserzione del papa secondo cui l’umanità è debitrice nei confronti di coloro i quali, durante la guerra, hanno perduto la loro Patria, e di quanti, non per loro colpa ma solo a causa della loro nazionalità e della loro origine, sono stati uccisi o ridotti nella più abietta miseria. Qui egli, virtualmente, accusa il popolo tedesco di ingiustizia nei riguardi degli ebrei e si fa portavoce dei criminali di guerra ebraici»[13] .

Von Ribbentrop, il ministro degli esteri nazista, avallò in toto le considerazioni contenute nel Rapporto del RSHA, che inoltrò all’ambasciatore tedesco in Vaticano, von Bergen, il 24 gennaio 1943, con le seguenti istruzioni:

«Da alcuni sintomi parrebbe che il Vaticano sia disposto ad abbandonare il suo normale atteggiamento di neutralità e a prendere posizione contro la Germania. Sta a Voi informarlo che, in tal caso, la Germania non è priva di mezzi di rappresaglia»[14] .

In risposta a queste istruzioni, il 26 gennaio 1943 l’ambasciatore von Bergen scriveva di aver parlato con Pio XII. Ed ecco il suo resoconto del colloquio:

«Ho conferito con Sua Santità nel senso delineato dalle vostre istruzioni. Quando ho accennato al fatto che i rapporti tra la Germania e la Santa Sede potrebbero essere troncati, con tutto quello che in ciò è implicito, Sua Santità ha osservato dapprima un assoluto silenzio. Poi, nella maniera più calma che sia possibile, mi ha detto che nulla gli importava di quanto potesse accadere alla sua persona, aggiungendo che una lotta tra la Chiesa e lo Stato poteva risolversi soltanto in un modo: con la sconfitta dello Stato. Gli ho risposto che ero di parere contrario. Dissi che Sua Santità, ovviamente, non poteva rendersi conto di quanto i cattolici tedeschi si risentissero dell’atteggiamento antipatriottico del clero cattolico. Un conflitto allo scoperto avrebbe potuto riservare alla Chiesa alcune sgraditissime sorprese, e da un tale conflitto emergerebbe vittorioso soltanto un comune avversario, il bolscevismo. Ho detto al Papa che, a seguito dei succitati motivi, l’atmosfera generale andava ripulita, specie nel senso che le lagnanze del Vaticano dovevano cessare e le direttive della stampa dovevano fasti più moderate di tono, con particolare riguardo all’Osservatore Romano che, giorno più giorno meno, rovesciava fiumi d’inchiostro contro la Germania senza mai nominare, peraltro, la Spagna “rossa” o il Fronte Popolare francese.

A questo il papa rispose che la posizione assunta dall’Osservatore Romano poteva essere spiegata nei termini più semplici: tutto l’interessamento, tutte le cure, tutte le preoccupazioni di quel tempo in seno al Vaticano erano incentrate sulla Germania.

Pacelli non è pi sensibile alle minacce di quanto lo siamo noi.

Nel caso di una rottura aperta con noi, egli calcola che alcuni cattolici tedeschi rinnegheranno la loto Chiesa, ma è fermamente convinto che la maggioranza di essi rimarrà fedele alla sua Fede. Prevede pure che il clero cattolico tedesco riuscirà a farsi coraggio e a predisporsi ai più grandi sacrifici»[15] .

Questo è dunque l’effetto prodotto in Germania dal radiomessaggio di Pio XII del Natale 1942. Il che mostra l’inutilità del dispaccio di Osborne del 29 dicembre 1942, come prova del “silenzio” del Papa.

A Osborne, infatti, il Papa dice di aver già parlato in favore degli ebrei nel suo radiomessaggio natalizio. Quello che conta, pertanto, ai fini della valutazione del “silenzio” di Pio XII, è l’accertamento delle fonti tedesche. E proprio queste fonti ci parlano di un’indignazione nazista, nei duri termini che abbiamo visto. Che altro desiderare?

Osborne parla anche di un dissenso con il Papa. Se non si guarda alle fonti vaticane non si capisce dove Casarrubea e Cereghino vogliano arrivare. Essi vorrebbero per caso provare un dissenso tra Osborne e il Papa in merito a una denuncia aperta dei crimini nazisti? Anche se Osborne fosse in dissenso col Papa, egli avrebbe torto, visto quello che pensano i tedeschi; per i quali la denuncia di Pio XII è stata fin troppo aperta; come ritiene anche un giornale non certo diretto da cattolici, come il New York Times, nel numero del 25 dicembre 1942.

Ma il dissenso tra Osborne e Pio XII? Esso non riguarda il parlare-tacere sui crimini nazisti, bensì  la sorte di Roma. E lo capiamo dal resoconto dell’udienza del 29 dicembre, contenuto nei documenti vaticani.

Da tali documenti si evincono, dell’udienza del 29 dicembre 1942, alcuni importanti elementi:

a)      Osborne consegna al Papa la nota interalleata del 17 dicembre 1942

b)     Osborne suggerisce che il Papa possa appoggiare tale dichiarazione con una pubblica dichiarazione

c)      In mancanza di tale pubblica dichiarazione, il Governo britannico insisterebbe in via urgente sulla necessità che il Papa adoperi la sua influenza, o attraverso una pubblica dichiarazione o per il tramite dei vescovi tedeschi, «per incoraggiare i cristiani tedeschi, e particolarmente i cattolici tedeschi, a fare tutto ciò che è in loro potere per frenare questi eccessi»[16].

Osborne raccomanda al Papa una parola più chiara? Raccomandazione inutile: il Papa ha già trasmesso il suo Radiomessaggio natalizio, suscitando a Berlino i negativi effetti che abbiamo visto. Inutili quindi le esortazioni di Osborne: come il Papa si stia comportando verso i tedeschi sono i tedeschi stessi a dirlo.

Ma allora il «dissenso» tra Osborne e il Papa? Esso non riguarda il parlare o non parlare chiaramente in favore degli ebrei. Ce lo dice lo stessoOsborne, in una nota del 28 dicembre 1942[17]. Il dissenso tra Vaticano e Santa Sede riguarda il possibile bombardamento di Roma[18]. Eden aveva risposto alle lamentele vaticane contro un eventuale bombardamento incaricando il Ministro di Sua Maestà in Vaticano, Osborne, di dire al Papa che il Governo inglese non avrebbe esitato a bombardare Roma, se lo avesse ritenuto utile e conveniente per il corso della guerra. Ogni sforzo, tuttavia, sarebbe stato fatto per preservare nella sua integrità la Città del Vaticano. Al che il Papa aveva obiettato che la richiesta era fatta per Roma, non per la sola Città del Vaticano.

Osborne che chiede al Papa una parola chiara, proprio mentre i tedeschi scrivono che il Papa è stato fin troppo chiaro verso di loro: questa è la situazione.

Strana che questa «ambiguità» o pavidità di Pio XII si trovi comprovata, proprio all’indomani del radiomessaggio natalizio del 1942, da queste parole:

«Prego far sapere oralmente Rabbino Rosenberg New York, essere giunto Santo Padre appello della Unione rabbini ortodossi America et Canada, assicurando che, al riguardo, Santa Sede ha fatto et fa quanto può»[19].

E appelli del genere si moltiplicano[20]; come si motiplicano, da parte ebraica, le espressioni di riconoscenza nei confronti di Pio XII.

5.2 E che cosa dice Osborne, nel secondo documento, quello del 31 dicembre 1942? Narra la reazione euforica dei suoi colleghi al radiomessaggio del 1942. Fra l’altro, tornato sui termini usati nel radiomessaggio del 1942, Osborne si sente dire dal Papa «di aver condannato la persecuzione degli ebrei», senza che lui possa dargli torto.

Condanna indiretta? Non specifica? Non avremmo riserve a giudicarla anche tale se non sapessimo delle reazioni tedesche: a Berlino si pensa, delle parole del Papa, l’esatto contrario di ciò che pensano gli inglesi. E tanto basta.

5.3 Non comprendiamo poi l’esatto valore di documenti come le Note sulla Cooperazione con il Vaticano di Sir Charles Hambro, che Casarrubea eCereghino sbandierano con innocente candore.

Hambro non era un “vaticanista”, non conosceva assolutamente nulla dell’azione della Santa Sede, e tanto meno del lavoro di Osborne in Vaticano. Nel momento in cui egli redige il suo memorandum, sta lavorando in una “Commissione per il sabotaggio dell’acqua pesante” in Norvegia; è nell’Esecutivo del SOE ed è incaricato dei contatti con il suo omologo americano, il capo dell’Office of Strategic Services (OSS: l’antesignano della CIA), il colonnello Donovan.

Nel 1943 Hambro viene ai ferri corti con Donovan (ma anche coi servizi segreti francesi) non solo perché «i navigati funzionari dell’intelligence britannica e del SOE trovavano difficile – se non impossibile – trattare alla pari i giovanotti americani» [21], ma anche per divergenze gravissime su questioni legate all’impostazione delle iniziative in Medio Oriente. Per il resto Hambro si occupa di gestione delle materie prime, ma soprattutto delProgetto Manhattan[22].

Ma ecco un’altra gustosa diversione sull’agente britannico. Charles Hambro, a quanto pare, fu anche un agente segreto alquanto credulone. Egli prestò cieca fede, come altri suoi colleghi dell’intelligence britannica, alla bizzarra teoria di un ungherese, Luis de Wohl (poi assunto dal SOE per far opera di propaganda e tenere conferenze in America), secondo cui Hitler prendeva ogni sua decisione strategica basandosi sull’astrologia, e solo dopo aver consultato il suo astrologo personale, Karl Ernst Krafft[23]. Questo tanto per colorire il personaggio.

Senza tema di smentita, dunque, quando scrive di Vaticano, Hambro si dimostra una penna saccente e in libertà. Ne sa poco, e quel poco che sa, lo sa male.

Solo un talebano alla rovescia (ossia convinto della giustezza del martirio…altrui) può infatti scrivere che «a nostro avviso, un certo livello di martirio sarebbe politicamente utile alla Chiesa cattolica, se ciò servisse a riconquistare la fiducia di Paesi come la Polonia». Follia allo stato puro, condita da furore anticattolico; a riprova di quanto Hambro conosca assai poco e assai male il quadro diplomatico e operativo della Santa Sede e di tutta la Chiesa cattolica in favore delle vittime di guerra (specialmente in Polonia).

Che cosa prova quindi quel documento? Che il Governo britannico tenne conto delle elucubrazioni di Hambro? No di certo.

E infatti Casarrubea e Cereghino ci informano che «qualche giorno dopo il Foreign Office decide di accantonare il piano del SOE [cioè diHambro]». Cadogan è molto scettico su tutta l’operazione, e inoltre bisognerebbe consultare Osborne. E Osborne si mostra del pari scettico.

Quindi l’operazione viene accantonata, anche perché , dato che non si sa chi dovrebbe essere l’alto contatto di Hambro in Vaticano per attuare il suo piano; ed è chiaro che il Foreign Office ritiene l’operazione del tutto irrealizzabile.

Ma questo che cosa proverebbe contro Pio XII?

5.4 E veniamo al riassunto delle opinioni di Weizsäcker, prese dagli archivi americani.

Per la quarta volta Casarrubea e Cereghino non si accorgono che il documento da loro “trovato” è stato già pubblicato, e da tempo. In questo caso, lo ha pubblicato il sottoscritto, esattamente nel 2002[24].

Ma non interessa questo, ora, essendo acclarata la scarsa dimestichezza che i due “studiosi” hanno con le fonti.

Interessano invece altre considerazioni.

Il documento è tratto dalle carte di Fritz Kolbe, un piccolo funzionario del ministero degli esteri tedesco, che decide di passare segretamente al nemico americano, al quale trasmette tantissima documentazione, poi denominata e archiviata con l’iniziale del suo cognome (Kappa).

Kolbe prende il nome in codice di “George Wood” e rende i suoi servigi senza scopi di lucro, retto solamente dalla convinzione che sia ormai necessario abbattere la dittatura hitleriana. La sua credibilità aumenta grazie alle rivelazioni su un caso di fuga di notizie dall’ambasciata britannica ad Ankara, in favore di quella tedesca (“caso Cicero”). Insomma una top-spy story.

Veniamo al documento: tanto per cambiare, Casarrubea e Cereghino ne tagliano parti interessanti. Riecco pertanto il documento in tutto il suo splendore:

«Il Papa è giunto a una decisione circa il suo messaggio natalizio, quest’anno più lungo del normale, e perlomeno ha deciso di tenerne uno. Spera che i nazisti manterranno il fronte militare sul fronte russo ed è ansioso per una pace al più presto possibile, poiché altrimenti il comunismo sarebbe il solo vincitore emergente dalle devastazioni militari. Il sogno del Papa è quello di un’unione dei vecchi paesi civilizzati dell’Occidente con l’isolamento del bolscevismo verso est nello stesso modo in cui Papa Innocenzo XI unificò il continente contro i musulmani e liberò Budapest e Vienna. Egli continua senza successo nei suoi tentativi d’influenzare le potenze occidentali lungo queste linee. I governi britannico e americano non presterebbero ascolto alle sue proposte. Il Vaticano era estremamente contrariato dai risultati delle Conferenze del Cairo e di Teheran. Il Papa sta cercando ancora di vedere se può proseguire nella sua opera per influire sulle potenze occidentali e come dovrebbe procedere. Egli è tenace, maestremamente sensibile laddove il suo prestigio è messo in gioco. Il motivo politico del suo messaggio natalizio sarà distogliere le potenze occidentali dalla formula della resa incondizionata. Egli progetta nel suo messaggio un appello diretto alle coscienze dei popoli, trascurando i loro ostinati governi, nella speranza che i popoli d’America e di Gran Bretagna ne afferrino il senso»[25].

Ora: il quadro schizzato da Kolbe nel suo dispaccio segreto a Washington (presumibilmente frutto di contatti con Weizsäcker) non era del tutto accurato.

Non può trovare conferma, ad esempio, una presunta speranza del Papa che Germania e Russia sovietica continuino a combattere, facendo la prima da baluardo contro l’avanzare del bolscevismo in Europa. Infatti, il testo del discorso (nella parte tagliata da Casarrubea e Cereghino) è un continuo appello alla «pace incondizionata».

In secondo luogo, Pio XII è certamente sospettoso nei confronti di Mosca, soprattutto nella questione della presunta “libertà religiosa” concessa in Unione Sovietica (va ricordato che a Mosca non c’era Gorbaciov, ma un certo Stalin). I documenti ci dicono tuttavia che Washington non comprende a fondo, anche se forse li condivide, questi sospetti, motivati anche dal fatto che i russi hanno sparso la voce di un imminente accordo tra Pio XII e Stalin; così generando comprensibile apprensione nei polacchi[26].

Vero. Gli agenti segreti operanti in Vaticano sanno che il Papa non si fa illusioni sul futuro della libertà religiosa in Russia, libertà che peraltro tocca più da vicino gli ortodossi; ma, dal canto loro, essi sopravvalutano l’apertura di Stalin verso la Chiesa ortodossa russa[27].

Visti i fatti, aveva ragione Pio XII a dubitare della pax religiosa di Stalin; e avevano naturalmente torto gli agenti americani a prestarvi fede. Non ci sembra di poco conto.

5.5 Esaminiamo ora quella che riteniamo a tutti gli effetti una “fola” storiografica: il Papa temeva una vittoria sovietica d pertanto contemplava con favore uno scenario dell’atea Russia debellata da Hitler.

Casarrubea e Cereghino imbastiscono questa teoria citando specialmente dei documenti tedeschi. Prima di vedere che cosa citano, una premessa.

Nel corso della loro missione in Vaticano, i due ambasciatori tedeschi, von Bergen e von Weizsäcker (specialmente il secondo) hanno un solo scopo: quello di accattivarsi le simpatie del Führer da una periferia diplomatica, qual’era per la Germania il Vaticano (Weizsäcker, che non era nazista, vi era stato mandato praticamente in esilio, dopo essere stato addirittura vice-ministro degli esteri). Dimostrare insomma, da quel recesso isolato, circondato dall’Italia fascista prima, e dall’Italia occupata dai nazisti poi, che la loro missione inanellava una serie di successi diplomatici. Vi torneremo fra un momento.

Sia chiaro che qui non è in discussione l’anticomunismo di Pio XII, o la sua paura di Stalin (di Stalin…non di Gorbaciov); qui è in discussione la tesi secondo cui, per questa semplice ragione, Pio XII auspicasse la vittoria di Hitler sui sovietici e la collaborazione fra Potenze democratiche e Germania hitleriana.

Questa, va detto a chiare lettere, è fantastoria: un approccio semplicistico che troppi documenti smentiscono.

Per non citare che due soli esempi, prendiamo i documenti d’archivio britannici.

Il primo documento è un telegramma del 28 ottobre 1942, dell’ambasciatore britannico in Spagna, Sir Samuel Hoare, a Eden. Reduce da un colloquio col Ministro degli esteri spagnolo, Serrano Suñer (la Gran Bretagna intratteneva durante la guerra, com’è noto, normali relazioni diplomatiche col Regime franchista), Hoare così riportava le parole dette da Pio XII al ministro spagnolo, circa l’ipotesi di una vittoria tedesca: «Se i tedeschi vincono, ne conseguirà il più grande periodo di persecuzione che i cristiani avranno conosciuto»[28].

L’altro documento è un promemoria del Foreign Office; anzi, per essere più precisi, è un’interpretazione di Osborne alla seconda enciclica di Pio XII, la Mystici Corporis del 29 giugno 1943. Inviando questa enciclica, anche nel suo testo latino[29], Osborne osservava che alcuni passaggi dell’introduzione erano senza dubbio diretti contro la Germania nazista[30].

Strano modo di compiacere i tedeschi crociati contro i russi, questo di Pio XII («Vedo la crociata, non vedo i crociati», avrebbe detto sarcasticamenteMons. Tardini all’ambasciatore tedesco); ma c’è di più.

Proprio il giorno della promulgazione della Mystici Corporis, il 29 giugno 1943, il Vaticano riceve il seguente messaggio dal Gran Rabbino d’Egitto:

«Gli ebrei egiziani esprimono profonda gratitudine alla Santa Sede per la generosa caritatevole attività continuamente esercitata per la protezione dei loro correligionari europei e per l’alleviamento delle loro sofferenze». Gli ebrei egiziani chiedevano quindi l’aiuto del Papa per gli ebrei internati nel campo di Ferramonti, affinché rimanessero in Italia; lo facevano rivolgendosi alla Santa Sede, «che gli ebrei del mondo considerano il loro protettore storico nell’oppressione»[31].

Di documenti di questo tipo se ne potrebbero citare a iosa. Sono di fonte ebraica, sono conservati in originale, sono pubblicati nella raccolta vaticana, e mai hanno provocato polemiche o smentite da parte di alcuno.

Strano modo vaticano di compiacere i tedeschi, si diceva. Dato che gli archivi britannici, proprio in questo periodo, riportano anche le «proteste del Papa contro il trattamento degli ebrei in Italia settentrionale»[32].

Ciò detto, esaminiamo brevemente le povere pezze d’appoggio di Casarrubea e Cereghino per dimostrare la loro tesi.

L’ambasciatore in Vaticano Diego von Bergen, il 24 giugno 1941, racconta che «un attendibile confidente» gli ha detto che «una personalità di spicco della Segreteria di Stato» ha a sua volta detto che «l’invasione tedesca della Russia non ha meravigliato il Vaticano». A parte il gioco al rimpiattino delle fonti («io dico che tu hai detto che lui ha detto»), tutto ciò che cosa significa?

Sempre von Bergen aggiunge che la Santa Sede ritiene che l’attacco tedesco alla Russia dovrebbe chiarire il nuovo assetto europeo, essendosi anzi temuto che il bolscevismo rimanesse incolume e con accresciuta potenza in Europa. La sconfitta sovietica, insomma, dovrebbe indebolire l’influenza bolscevica nel mondo.

E siamo, per Casarrubea e Cereghino, a cinque casi d’ignoranza delle fonti.

Perché, se avessero visto bene i microfilm ai National Archives di Washington[33], o semplicemente consultato un volume uscito nel 1969[34], i due si sarebbero accorti che von Bergen racconta anche altro.

Ecco il documento di Bergen:
 
«Nelle alte sfere del Vaticano, si è fatto capire, in risposta alla questione sui motivi di questa riserva [ossia: sul fatto che il Papa, come scrive a Bergenl’allora vice ministro degli esteri tedesco von Weizsäcker, mantiene delle riserve sulla guerra dell’Asse contro la Russia, non unendosi alla “crociata”, con grande disappunto di Hitler] che a giudicare dalla piega presa dagli eventi in Germania e nei territori caduti nelle nostre mani, la Chiesa cattolica e anche il cristianesimo [ossia anche i protestanti e gli ortodossi, ndr] devono temere, dopo la caduta del bolscevismo, di cadere di male in peggio (ossia di cadere, per così dire, dalla padella nella brace). Se ora il Papa prende la parola contro il bolscevismo, contro il quale la Santa Sede si è più volte spiegata a fondo, dovrebbe prendere anche posizione contro le misure anticlericali e contro le tendenze anti-cristiane della Germania. Il silenzio del Papa è la prova migliore che egli vorrebbe evitare tutto ciò che potrebbe arrecare un torto alla Germania. Una personalità in alto loco, vicina al governo italiano e a cui la mentalità vaticana è familiare, mi ha spiegato [che il papa non ha parlato pubblicamente in favore della “crociata” anti-bolscevica] per non fare un torto alla Germania e ai suoi alleati in questa fase decisiva per le sorti del mondo. Andare oltre e prendere pubblicamente e chiaramente partito in questa battaglia contro la Russia sovietica gli era stato reso impossibile dalla Germania».
 
Se Casarrubea e Cereghino davvero avessero conosciuto le fonti, si sarebbero poi accorti che la «personalità in alto loco» che dice a Bergen che il Papa non vuol far torto alla Germania non era affatto un monsignore o un cardinale magari vicino al Papa, e di cui quindi rifletteva il pensiero; la «personalità in alto loco» non era affatto un alto papavero della Segreteria di Stato, ma niente meno che l’ambasciatore fascista in Vaticano,Bernardo Attolico. Quindi un collega dell’Asse.
Riassumendo:
a)      von Weizsäcker scrive da Berlino a von Bergen: Hitler è infuriato perché la Santa Sede non dice una parola sulla crociata antibolscevica;
b)     von Bergen presenta la cosa in Vaticano e gli si risponde: se l’URSS cadesse sconfitta dalla crociata antibolscevica di Hitler, cadrebbe dalla padella alla brace, e sarebbe peraltro costretta a denunciare anche l’anticristianesimo nazista. E ‘ esattamente la situazione su cui Pio XII eOsborne concorderanno anche alla fine del 1944.
c)      von Bergen sente Attolico e questi lo insuffla di informazioni frutto di elucubrazioni ideologiche
d)     von Bergen sa che si gioca la sua carriera su questo tentativo di far aderire il papa alla crociata contro Mosca; confeziona quindi un dispaccio in cui il suo insuccesso non sia troppo evidente.
 
Ecco dunque spiegata la deformazione delle informazioni e della realtà di von Bergen nei suoi dispacci
Le sue asserzioni sono peraltro smentite dal verbale di un colloquio fra monsignor Montini e Tittman, del 28 giugno 1941. Tittman riporta in Vaticano la notizia pubblicata dal giornale nazista Deutsches Nachtrichten Büro (rivelatasi poi infondata)[35], secondo cui i vescovi tedeschi sosterrebbero la lotta di Hitler al bolscevismo. La Santa Sede condivide? No che non condivide: «Si risponde: si ignora il fatto; al quale certo la Santa Sede è estranea»[36].
 
Che Pio XII desiderasse la sconfitta dell’Unione Sovietica per mano della Germania è poi smentito dall’operazione condotta dagli americani, per ottenere il sostegno della Santa Sede, e quindi anche dei cattolici americani, all’idea di assistere militarmente Mosca. Questa operazione, che passò attraverso i vescovi americani, è molto documentata; e consistette nel far chiedere al Papa (da parte del Presidente americano) quale fosse l’interpretazione da dare all’enciclica anticomunista di Pio XI del 1937, la Divini Redemptoris. Pio XII fece rispondere che, pur confermando la condanna del comunismo e del bolscevismo, nulla di quell’enciclica era applicabile al conflitto bellico in atto, e poi che essa non poteva essere interpretata contro il popolo russo, per il quale il Papa stesso nutriva profondo e paterno affetto. «La Santa Sede – disse il 10 settembre 1941 il Cardinal Maglione a Myron Taylor – ha condannato e condanna il comunismo. Non ha mai avuto una parola, né può averla, contro il popolo russo. Ha pure condannato le dottrine naziste [il riferimento era all’altra enciclica, quasi contemporanea, Mit brennender Sorge, ndr]. Chi può direche il Santo Padre sia avverso e non sia invece molto amico del popolo russo? […] Del resto se si presentasse l’occasione di fare discretamente la distinzione tra comunismo e popolo russo, tra nazismo e popolo germanico, la gerarchia potrebbe farlo con autorità, sicura di non andare contro l’insegnamento pontificio»[37].
Condannare l’errore senza condannare l’errante. Fu così possibile a Roosevelt mettere in campo un programma di assistenza all’Unione Sovietica anche con il benestare dei cattolici americani.
Questa operazione è documentata, e se ne ha riprova nel diario di Harold Tittman[38].
 
Strano modo di “tifare” per Hitler contro Stalin, questo di Pio XII: considerando anche la nota di protesta che sempre von Bergen presenta al Papa, quello stesso giugno 1941. Oggetto? L’indignazione tedesca per le trasmissioni anti-tedesche (e filo-polacche) della Radio Vaticana[39].
 
Casarrubea e Cereghino poi citano un informativa inviata a von Bergen da Berlino il 10 dicembre 1942. Essa parla di un colloquio con MyronTaylor, secondo cui questi propone al Papa una trattativa di pace con la Germania, in caso di fallimento dell’offensiva prevista per la primavera del 1943. E che il Papa abbia proposto a Taylor «un accordo di base con la Germania», nel caso in cui Hitler avesse mano libera sul fronte russo.
Che Bergen si sia inventata una “bufala” per compiacere i superiori ce lo dicono le carte di Taylor, e in particolar modo i verbali delle sue conversazioni con Pio XII del 21 e 22 settembre 1942: né gli Stati Uniti pensano a una pace separata con la Germania; né il Papa sta pensando a frapporre a qualsiasi costo i suoi buoni uffici per dar modo a Hitler di distruggere l’Unione Sovietica. Poco ci dice invece il documento del 23 febbraio 1943 (fra l’altro, proprio in questo periodo Hitler è arrabbiato col Papa per il suo radiomessaggio natalizio del 1942): raccogliticce sono le informazioni, e prive di alcuna rilevanza. Così come scarsa rilevanza ha il pensiero del Card. Spellman, che riflette l’illusione americana secondo cui Stalin, dopo la guerra, assicurerebbe la libertà religiosa in Unione Sovietica. Inesatta è poi la pretesa (smentita dalle fonti) che vi siano in quel periodo dei «piani inglesi per la costituzione di uno Stato ebraico in Palestina»: ipotesi beninteso respinta dalla Santa Sede; ma anche respinta anche dai dirigenti britannici, che hanno ancora il Mandato su quei territori.
 
Nemmeno von Weizsäcker, esiliato in Vaticano come successore di von Bergen, si rivela un ambasciatore più attendibile. Anche lui aspira, per motivi personali, a presentare i rapporti tedesco-vaticani come un giardino di delizie. Egli scrive il 3 settembre 1943 che il Vaticano teme che gli alleati aprano la strada al bolscevismo in Europa: e allora? Il Papa è preoccupato anche per le sorti dell’Italia. E allora? Ma poi la chicca: «Da una trascrizione attendibile di un colloquio sostenuto da un pubblicista politico italiano con il papa», Bergen apprende che Pio XII ha parlato della Germania come un grande popolo che ha versato il suo sangue sul fronte russo e che non può pensare che tale russo possa essere travolto e la Germania sconfitta. A parte la stranezza di un Papa come Pio XII che si mette a ricevere un giornalista, a cui manifesta i suoi più intimi pensieri sulla pace e sulla guerra, sulla Germania e sulla Russia, nessun documento avvalora ciò che Weizsäcker scrive.
 
Anzi. Weizsäcker, nel corso della sua missione diplomatica in Vaticano, si rende responsabile di una omissione: quella decisiva. Accade quel tragico 16 ottobre 1943, quando viene convocato in Vaticano, una volta che il Papa ha saputo della razzia degli ebrei romani. Il Cardinal Maglione esterna all’ambasciatore le sue rimostranze, chiede che il rastrellamento cessi immediatamente, altrimenti la Santa Sede sarebbecostretta a protestare e si affiderebbe alla Provvidenza per le conseguenze. Weizsäcker promette di impegnarsi ma chiede al Vaticano di non riferire a Hitler di questo colloquio. Il Vaticano lo lascia libero di comunicare o no a Berlino la conversazione, purché la razzia abbia subito fine[40]. Ecco perché di questa conversazione non si troverà traccia negli archivi tedeschi: l’ambasciatore tedesco in Vaticano ne tacque. Sicché si trovano solo due telegrammi posteriori, che riflettono solo la sua ansia di dire che con il Papa, anche dopo la razzia degli ebrei romani, in fondo va tutto bene e che il Vaticano non farà niente[41].
 
Vi è quindi un “silenzio di von Weizsäcker” mai seriamente indagato dalla storiografia. Tanto più che il suo collega Osborne, come abbiamo visto, nel suo dispaccio del 31 ottobre 1943 conferma pienamente gli eventi del 16 ottobre precedente, così come emergono dai documenti vaticani. Come ha scritto Jacques Nobécourt, non certo tenero verso Pio XII, i documenti tedeschi inviati dal Vaticano «manipolavano in larga misura la realtà, trasmettendo interpretazioni più che informazioni […]. Nulla a che vedere con le preoccupazioni e le iniziative intraprese nello stesso momento dalla Santa Sede, relative alle persecuzioni religiose in Germania e nei territori occupati. Weizsäcker, successore di Bergen, seguì la stessa strada: evitare a ogni costo la rottura tra il suo governo e la Santa Sede, perseguendo quella che definiva “una politica di mutua non interferenza”. A beneficio del papa, cancellava i punti più spigolosi delle istruzioni ricevute, e per calmare Berlino, dipingeva un Pio XII spaventato dall’idea del crollo del Reich, “baluardo contro il bolscevismo”, e che auspicava un’alleanza generale in funzione antisovietica. Mosso da ottime intenzioni, e in pari tempo desideroso di non mettersi in cattiva luce a Berlino, Weizsäcker travestì i messaggi di cui era latore, al punto da meritarsi il seguente giudizio: i suoi rapporti vanno considerati “tra i documenti più consapevolmente truccati nella storia della diplomazia moderna”»[42].
 
6. Conclusioni

 
Quando si vuol fare polemica, le conclusioni sono sempre provvisorie. Ci limiteremo a dire che, da quanto emerge in precedenza, non esiste soltanto una questione storiografica relativa al “silenzio di Pio XII”. Ne esiste anche un’altra: quella relativa al “silenzio su Pio XII”, ovvero alla omissione deliberata di documenti che sconfessano le più deteriori teorie (Pio XII filonazista, antisemita e al carro della crociata antibolscevica di Hitler). Casarrubea e Cereghino sono solo la più recente dimostrazione, e nemmeno la più importante, di questo silenzio “su” Pio XII, e di come si possa fare un uso assai approssimativo delle fonti storiografiche, senza guardare i contesti e senza alcun riguardo a una metodologia che sia degna di questo nome. Del resto, in linea generale, non si tratta che della solita lotta, cui si assiste da tempo in campo storiografico, tra verità vere e verità supposte. E capita non di rado che alle verità vere si preferiscano le supposte.

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[1] Segreteria di Stato, Archivio del Maestro di Camera, Registro 1943. Cfr. anche ADSS, vol. 7, nota 1 a p. 678.

[2] Cfr. ADSS, vol. 7, doc. 442.

[3] Foreign Relations of the United States (d’ora in poi: FRUS), 1943, vol. II, Washington DC, U.S. Government Printing Office, 1964, p. 950, nota 61. Nella stessa paginatrovasi il dispaccio di Tittman.

[4] Andrea Riccardi, Pio XII, Bari-Roma, Laterza 1984. Da ultimo, il tema è stato affrontato in maniera indiretta (ma forse più chiara, parlando dell’ospitalità data agli ebrei) anche da Richard Breitman, che ha lavorato sulle carte dell’Office of Srategic Services (OSS), antesignano della CIA.

[5] ADSS, vol. 10, doc. 388; da confrontare con la nota 1 a p. 449.

[6] Ivi, doc. 361.

[7] Ivi, doc. 361 e nota 1 a p. 449; doc. 368 e nota 1 a p. 454; docc. 369, 370, 371, 375 376, 379, 381, 383, 385 e 386.

[8] Così O. Chadwick, Britain and the Vatican, Cambridge UP, 1986, p. 198. Va ricordato che questo libro si basa proprio sulle carte private di Osborne.

[9]Ivi, pp. 198-199.

[10] Osborne a Eden, 31 ottobre 1943 tel. 400, PRO, Kew, UK: FO 371/37255.

[11] The Times, 20 maggio 1963, in O. Chadwick, Britain and the Vatican, pp. 316-317.

[12] Ivi, pp. 205-206.

[13] Rapporto RSHA del 22 gennaio 1943, Bundesarchiv Berlin, AA, Abteilung Inland, pak. 17, vol. 1, citato in A. Rhodes, Il Vaticano e le dittature 1922-1945, Milano,Mursia 1973, p. 283.

[14] Von Ribbentrop a von Bergen, 24 gennaio 1943, Bundesarchiv Berlin, AA, Büro des Staatssekretärs, vol. VI, citato in A. Rhodes, Il Vaticano e le dittature, cit., p. 283.

[15] Von Bergen a von Ribbentrop, 26 gennaio 1943, Bundesarchiv Berlin, AA, Büro des Staatssekretärs, vol. VI, citato in A. Rhodes, Il Vaticano e le dittature, cit., pp. 283-284.

[16] Osborne alla Segreteria di Stato, 29 dicembre 1942, ADSS, vol. 8, doc. 577.

[17] ADSS, vol. 6, doc. 77.

[18] Xfr. Mons. Godfrey a Eden, 6 dicembre 1942, Segreteria di Stato, Archivio Delegazione Apostolica di Londra, HG 116 FO.

[19] Maglione al Delegato Apostolico a Washington, Cicognani, 28 dicembre 1942, ADSS, vol. 8, doc. 575.

[20] ADSS, vol. 8, nota 1 a p. 756.

[21] Così W. B. Breuer, Deceptions of World War II, New York, Wiley 2001, p. 168.

[22] Cfr. Bob Moore, Resistance in Western Europe , Oxford, Berg 2000, p. 235; per un quadro più romanzato: W.B. Breuer, Top Secret Tales of World War Two, New Yok,Wiley&Sons 2000, p. 134.

[23] Cfr. Hitler’s Horoscope, in “History Today”, vol. 58, 5: May 2008, p. 3.

[24] M.L. Napolitano, Pio XII tra guerra e pace. Profezia e diplomazia di un papa (1939-1945), Roma, Città Nuova 2002, p. 239.

[25] NARA, RG 226, Records of the Office of Strategic Service: Events at the Vatican, Boston Series No. 10, Box G-2/File X-2.

[26] Cfr. ADSS, vol 7, docc. 503 e 505.

[27] Special Black Report No III #28: The Pope and Russia, allegato al Memorandum di William J. Donovan per il Presidente. NARA, RG 226, MI1642, OSS Archives Records of the OSS Washington’s Director Office, Roll 24, 735-746.

[28] Hoare a Eden, 28 ottobre 1942, PRO, FO 371/33412, citato in A. Rhodes, Il Vaticano e le dittature 1922-1945, Milano, Mursia, 1973, p. 284

[29] Il testo latino dell’Enciclica trovasi in PRO, FO, R6565/158/57.

[30] Osborne a Eden, 29 giugno 1943, PRO, FO, R12445/158/57.

[31] ADSS, vol. 9, doc. 247.

[32] PRO, FO, 12965/4200/22. Cfr. anche Index to the Correspondence of the Foreign Office, part. IV, Kraus, Neldeln, 1972, p. 520.

[33] NARA, RG 59, Roll 535, ff. 240042-240043.

[34] ADSS, vol. 5, p. 11.

[35] Cfr ADSS, vol. 2, pp. 49 ss.

[36] ADSS, vol. 4, doc. 428.

[37]  Note del Cardinal Maglione, 10 settembre 1941, ADSS, vol. 5, doc. 69.

[38] H. Tittman Jr., Inside the Vatican. The Memoirs of an American Diplomat during World War II, New York, Doubeday, pp. 56-68.

[39] ADSS, vol. 4, doc. 430.

[40] Nota del Cardinal Maglione, 16 ottobre 1943, ADSS, vol. 9, doc. 368.

[41] Von Weizsäcker a von Ribbentrop, 17 e 28 ottobre 1943, in Saul Friedländer, Pio XII e il Terzo Reich, Milano Feltrinelli, 1964, p. 186-187.

[42] J. Nobécourt, Il “Silenzio”di Pio XII, in Dizionario storico del Papato, Milano, Bompiani 1996, p. 1188.

[Tratto da: http://vaticanfiles.splinder.com/]

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