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I consacrati pronti a testimoniare la gioia della vita evangelica

Dopo la Veglia di preghiera a Santa Maria Maggiore, una solenne Celebrazione Eucaristica presieduta dal Prefetto di Dicastero per la Vita Consacrata, riempie di religiosi la Basilica di San Pietro nella mattina del 30 novembre

Mentre il Papa dialoga a Costantinopoli con gli Ortodossi ed a Istanbul con i Musulmani (la città è la stessa, ma anche la sua denominazione entra nel contenzioso diplomatico e religioso), tocca al Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, il Cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, rappresentarlo in occasione della solenne apertura in San Pietro dell’Anno dedicato alla Vita Consacrata.

La Chiesa Cattolica del Brasile è quella che vanta il maggior numero di fedeli in tutto il mondo, nonché la prima Conferenza Episcopale per numero di componenti.

I Porporati provenienti da quel grande Paese sono stato tra i protagonisti del Conclave, influendo sull’elezione del primo Papa proveniente dall’America Latina.

Si può anzi affermare che proprio grazie ai brasiliani, popolo di lingua portoghese, gli ispano americani hanno superato le loro tradizionali rivalità, e così abbiamo avuto il Papa proveniente “dalla fine del mondo”.

Il Cardinale Braz de Aviz – anche per le sue origini latinoamericane – è in piena comunione con il pensiero del Papa.

Non è dunque esagerato affermare che egli eserciti di fatto – nel campo degli Istituti religiosi – una sorta di “interpretazione autentica” sul Magistero dell’attuale pontificato.

Il Cardinale Braz de Aviz, tuttavia, non vive di luce riflessa rispetto a Papa Bergoglio ma è una figura caratterizzata da un proprio spessore, da una personalità forte.

Nella consonanza con il Papa argentino, ci mette dunque del suo, e l’omelia pronunciata domenica 30 novembre in San Pietro, nella multicolore – per via delle tonache, ma anche delle facce – dei Religiosi, lo conferma.

Dal Papa egli ha certamente mutuato la scansione ternaria degli argomenti, esposta fin dall’inizio del discorso.

I temi riferiti ai frati, ai monaci e alle religiose sono “vangelo, profezia e speranza”.

La lettura del giorno risultava certamente propizia: dice la parabola che non sappiamo quando verrà il padrone.

E dunque, “Estote parati”.

L’essere preparati non significa rimanere passivamente in attesa, bensì preparare il Regno di Dio.

Con il Papa, Braz de Aviz condivide la concezione non solo in chiave trascendente, ma anche in chiave immanentistica della parusia, il che significa rivendicare il valore spirituale della storia, intesa come vicenda dell’umanità.

Noi non dobbiamo attendere che il Regno di Dio, inteso come affermazione della verità e della giustizia, si compia in modo miracoloso, per un atto provvidenziale avulso dalla storia.

Il nostro lavoro, il nostro impegno, non ha soltanto un valore immanente, ma si proietta in una visione trascendente, in quanto è esso stesso preparazione dell’Avvento finale di Cristo.

La profezia e la speranza sono dunque riferite a quella trasformazione del mondo che noi stessi possiamo e dobbiamo realizzare nella storia.

Nelle parole del Cardinale, questa coincidenza tra la trascendenza e l’immanenza sono state spiegate in termini nello stesso tempo magistralmente chiari e poeticamente ispirati.

Nulla di più gradito da chi, come brasiliano, ci ricorda il popolo di profeti e di poeti: musica per le orecchie di un uditorio e di consacrati pronti a rimboccarsi le maniche nell’ospedale da campo che la Chiesa offre al nostro mondo, soprattutto grazie all’opera dei religiosi e delle religiose.

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