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Aleppo

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Il popolo di Aleppo, nella disperazione, scopre la solidarietà

L’arcivescovo armeno-cattolico della città spiega che la tragedia della guerra ha tuttavia suscitato un fervore di fede, uno spirito ecumenico e la solidarietà tra le persone

Parole strazianti, ma anche cariche di speranza. Sono quelle pronunciate dall’arcivescovo armeno-cattolico di Aleppo, Boutros Marayati, nell’omelia della Messa celebrata nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, a Roma, lo scorso 22 febbraio.

Il presule ha in primo luogo ringraziato Andrea Riccardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio, per il suo appello pubblicato su Youtube dal nome “Aleppo sta morendo, salviamo Aleppo”.

“Veramente stiamo morendo – commenta mons. Marayati -. La nostra gente vive ormai come un piccolo resto e tanti fuggono, vanno fuori e sono i bambini le prime vittime. Tutti noi siamo diventati profughi nelle nostre case, senza acqua, senza luce, senza medicine, senza niente. Non è vivere ma sopravvivere”.

Tuttavia, malgrado la tragica situazione, egli rileva che “anche qualcosa di buono” sta covando tra le macerie. Elenca in particolare tre cose. “La prima è che noi stiamo vivendo un tempo forte, di fede, di speranza e di pazienza”, afferma. E aggiunge: “La nostra gente prega, prega. Le chiese sono piene. E Cristo ha detto: c’è un genere di male che non si vince se non con la preghiera e con il digiuno. Perciò queste sono cose molto positive e noi preghiamo come abbiamo pregato oggi con il salmo: il Signore, è lui la nostra luce, è lui la nostra salvezza”.

C’è poi lo “spirito ecumenico”, secondo aspetto positivo nonostante la guerra. “Aleppo è stata sempre una città ecumenica ma durante questa guerra abbiamo sentito il bisogno di essere insieme, di lavorare insieme”. Mons. Marayati ricorda le parole di Papa Francesco a proposito, l’ecumenismo del sangue, “cioè i martiri sono per tutti i cristiani e non c’è differenza tra cattolico, ortodosso, protestante”. E “anche nella realtà – aggiunge – c’è l’ecumenismo del servizio, la diaconia”.

A queste considerazioni sull’ecumenismo si lega anche la “terza cosa molto importante” che – afferma il vescovo – i cittadini di Aleppo hanno imparato durante la guerra: il senso della solidarietà. “Solidarietà non solamente fra noi cristiani, ecumenismo,  ma solidarietà con tutti gli altri, anche con i  musulmani, solidarietà tra vicini di casa, solidarietà fra parenti, fra grandi e piccoli, tra ricchi e poveri”, spiega. Mons. Marayati parla commosso di come tanti fedeli che prima contribuivano alla beneficenza parrocchiale, oggi siano costretti “a venire a chiedere aiuto”. Non esita dunque a dire: “Siamo diventati un popolo di mendicanti” e di “profughi nelle nostre case”.

Di qui il commosso raccontato di un aneddoto: “Tre settimane fa è venuta una signora da me per chiedere un aiuto. Una povera signora e voi sapete bene che se non dai qualcosa a un povero è un problema, un problema di coscienza, ma se dai è un guaio perché ritornerà il giorno dopo. I poveri sono insistenti, vogliono tutto. Sono poveri sì, ma qualche volta sono anche egoisti. Dopo aver preso l’aiuto la signora ritorna dopo due giorni per chiedere un altro aiuto per le analisi per una operazione. Ritorna ancora dopo due giorni per chiedere soldi per le medicine. Dopo due giorni, per la quarta volta, ritorna da me. Mi sono detto: ma ci sono tanti altri che hanno bisogno. Ora basta! Volevo mandarla via per dare il posto ad altri che hanno bisogno, forse più di lei, ma mi son detto: va bene per l’ultima volta posso riceverla. La signora viene da me e aveva tra le mani un pacchetto e mi dice: padre queste sono sciarpe, sciarpe di lana per le famiglie più bisognose di me. Per favore date queste ai bambini per questo inverno”.

Infine mons. Marayati ha lanciato un appello: “Non lasceremo il nostro popolo. Tutti preghiamo per la fine della guerra, per il cessate il fuoco e per la pace”

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