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I bambini e l’Italia che se li perde

Una riflessione sul dramma dei minori non accompagnati di ogni nazionalità che sbarcano in Italia senza genitori né familiari

«I bambini rappresentano il messaggio vivente che noi trasmettiamo ad un futuro che non vedremo».

A rileggere le parole dell’educatore statunitense Neil Postman, di avvenire l’Italia sembra averne perso già parecchio  negando ai figli degli extracomunitari senza permesso di soggiorno ma nati nel Belpaese addirittura il diritto anagrafico all’esistenza. Un vuoto incredibile tanto è assurdo, al quale alcune forze parlamentari, nei giorni scorsi, hanno annunciato di voler porre rimedio attraverso un’apposita legge.

Va bene, vedremo, ma non sarà risolutivo. Soprattutto non fermerà la strage degli innocenti che si consuma lontano dai riflettori. Quella dei minori non accompagnati: bimbi di ogni nazionalità che giungono in Italia per lo più a bordo delle carrette del mare. Non accompagnati, perché viaggiano senza genitori né familiari. Dove vanno? Dove sono? «Le cose non penso stiano come sembrano», fa esclamare Andrea Camilleri ad un insolitamente tranquillo dottor Pasquano nel suo Il giro di boa, mentre il commissario Montalbano indaga su trafficanti di pezzi di ricambio umani che si spediscono da una costa all’altra del Mediterraneo minori non accompagnati da trasformare in carne da macello.

Oltre l’apparenza portano anche i numeri: stando ai dati del Ministero dell’Interno, nel 2014 sono stati 3.707 i minori scomparsi nel nulla. Non dovrebbe accadere. Per legge, non potrebbe: una volta approdati in Italia, bimbi e adolescenti andrebbero trasferiti in comunità, per il completamento della procedura di affido. Ma i Comuni non hanno fondi. Così i minori stranieri restano nei centri di prima accoglienza. Ed evadono,o si dileguano ancor prima d’entrarvi. Nella primavera del 2011 l’allora Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso denunciava: «Quattrocento minori sbarcati a Lampedusa sono scomparsi. Alcuni sono stati trovati con dei bigliettini con il numero di un referente che, probabilmente, fa capo a qualche organizzazione criminale». «Temiamo che questi minori siano coinvolti in attività di lavoro irregolare, nonché di accattonaggio, furto e prostituzione», gli faceva eco il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg.

Voci autorevoli, che però non hanno cambiato il corso delle cose. Osman, tredicenne libico, ha raccontato: « sono stato imbarcato a forza da gente che voleva liberarsi della mia famiglia e spedito come un pacco». Lo hanno soccorso al largo, prima che a riva qualcuno potesse ritirarlo. Nabil, tunisino suo coetaneo, è diventato muratore dopo la gavetta al Pratello, il carcere minorile di Bologna: era entrato nell’esercito dei migranti desaparecidos al servizio della mala. Mussa Khan, giovanissimo afgano, il ronzio dei kacakcilar, i trafficanti di esseri umani, lo aveva twittato mentre attendeva di imbarcarsi a Patrasso: «Si confondono tra la gente nei vicoli, nelle caffetterie, nella piazza davanti alla moschea. Sulla rotta dei migranti. Sfuggenti, invisibili, onnipresenti». Proprio come i bimbi fantasma: non si vedono, e perciò si crede che non esistano. Ma le cose non sono come sembrano, e non solo nei romanzi.

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