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“Ho superato la paura di morire rappresentandomi nell’abbraccio della mamma-Madonna”

Intervista all’autore, divulgatore scientifico e conduttore televisivo Gianni Milano, che vive “con la coscienza di avere scampato la morte in più occasioni”

Ingegnere, divulgatore scientifico, autore e conduttore televisivo. Lavora per la Rai dal 2004. Da pochi mesi è uscito il suo primo romanzo: “In un battito d’ali”. Incontro Gianni Milano nel cuore di Roma. Ci sediamo al tavolo di una caffetteria per condividere, prima dell’intervista, un tè e un “biscottone” di pasta frolla con gocce di cioccolato. Marcel Proust ci ha soltanto anticipati con la dolcezza evocativa della sua ‘madeleine’. Gianni mi esprime gratitudine per averlo contattato: sono io a ringraziarlo per quel semplicissimo – quindi difficilissimo – “fate tutto con amore e l’amore farà tutto”, con il quale saluta il lettore all’inizio del suo libro. Parliamo per diversi minuti di argomenti che raramente capita di condividere fuori dalle aule universitarie: la meccanica quantistica, il De Rerum Natura di Lucrezio, il concetto di inerzia, la sensibilità come tratto essenziale della persona. I collegamenti  argomentativi hanno tutti un comune denominatore: la nostra passione per la scienza, per la verità, che per sua natura è sempre al singolare. Gustato il tè dalla tazza ‘minimal art’ in vetro trasparente, Gianni ha cura di riordinare il tavolino per permettermi di prendere con agio gli appunti: l’intervista ha inizio, ma noi decidiamo di definirla “un libero parlare in un pomeriggio di aprile, in attesa di maggio, il mese dedicato a Maria, nel quale accade sempre qualcosa di bello, persino d’inesprimibile”.

Che cosa sa esattamente Gianni Milano di Gianni Milano?

Gianni Milano: So di convivere con la coscienza di avere scampato la morte in più occasioni. Non perché io sia  stato particolarmente bravo, ma perché lei, la morte, si è scansata. Di certo so che qualcuno ha voluto che non andassi via.

Stai dicendo che hai avuto più volte salva la vita?

Gianni Milano: Più volte, non una sola. Mi hanno permesso di essere ancora qui, ad interpretare in prima persona la Parabola dei Talenti, che ormai è diventata il mio motto. Ciascuno di noi ha uno o più talenti: non dobbiamo conservali per noi stessi, bensì offrirli, farli circolare. Da talento in talento, per arrivare ad essere come Lui sa che possiamo essere. Visto che ha proprio voluto tenermi qui (si emoziona per le sue stesse parole, e mi fissa con uno sguardo ancora pieno di stupore, ndr), finché non andrò via non perderò occasione per offrire un sorriso, una parola, un gesto che intuisco essere importante. Proprio in quel momento importante. Senza chiedere nulla in cambio.

Ci racconti di quando sei stato miracolosamente salvato?

Gianni Milano: Parto da una data ben precisa: 3 dicembre 1969, il giorno della mia nascita. Se la mia manina, ancora nel grembo di mia madre, non si fosse messa a mo’ di cuscinetto tra il cordone ombelicale e la mia gola, sarei nato morto. Il cordone ombelicale si era infatti già attorcigliato intorno al mio collo: mi stava soffocando. Ancora oggi, magari quando penso fra me e me, mi scopro ad avere la mano destra appoggiata sul lato sinistro del collo, come a custodirmi: forse dai pensieri che mi suscitano le persone non positive. Ce ne sono, purtroppo. Dobbiamo pregare per loro, ma anche sottrarci dal coinvolgimento emotivo: aiutare non significa approvare.

Dopo quanti anni sei stato salvato ancora una volta?

Gianni Milano: Appena dopo 5 anni dalla mia nascita. Un giorno, giocando per casa, ho urtato il tavolo, rovesciandomi così addosso una pentola d’acqua bollente che la mamma aveva appena appoggiato. I medici dissero subito che i segni dell’ustione sarebbero rimasti ben visibili sul petto, soprattutto sul capezzolo sinistro, e che la pelle sarebbe rimasta completamente glabra . Non è avvenuto niente di tutto questo: il mio corpo non porta alcuna traccia dell’incidente, nessuna cicatrice da ustione. Crescendo, il male è stato riassorbito: la pelle non ha memoria della sua sofferenza.
Si direbbe che una protezione ti avvolge e ti tiene stretto: sei d’accordo?

Gianni Milano: Più che stretto. Mi permette anche, nelle situazioni di pericolo, di avvertire una sorta di determinazione interiore, una spinta irrinunciabile a cui non posso non prestare ascolto. Mi risuona nella mente quel “devi” o “non devi” fare quell’azione, proprio nel momento in cui sto per farla. Una voce interiore inequivocabile. Ormai so riconoscerla, ed interpretarla. Ho imparato ad ascoltarla senza farmi domande: lei mi ricompensa sempre con la sua esattezza, confermandomi la protezione che veglia su di me.

Stai per farmi un altro, particolare racconto, vero?

Gianni Milano: … vero. Era il 10 settembre 2001. Mi trovavo a New York per un evento del Lions Club International. Tutti sappiamo che tragedia sarebbe accaduta soltanto 24 ore dopo. Mi trovavo proprio alla Torri Gemelle. All’improvviso, tra un impegno e l’altro, sento quella voce dentro di me: ‘Rientra subito in Italia, e vai a trovare tuo fratello, stai con lui, accertati che stia bene’. Mio fratello Luca, durante l’estate, aveva riportato gravi ferite in seguito ad un incidente: la sua vita era in pericolo. Oppongo qualche resistenza a quella voce interiore, che non ha mai avuto un volto, né un nome. Mi metto a riflettere sul fatto che mi trovo a New York per lavoro, che ho dei doveri, e considero che a casa la mia famiglia  sta assistendo mio fratello con estrema cura ed infinita amorevolezza. Immediatamente avverto una forte pressione sul petto, che mi impedisce di respirare bene: ricordo nettamente quella sensazione di soffocamento. Non resisto più: voglio tornare a respirare, voglio spazzare via quell’angoscia che mi schiaccia. Chiamo subito e cerco un biglietto per il giorno stesso. Mi ripeto ‘mio fratello conta di più del mio lavoro’. Mi alzo in volo poche ore prima dell’attacco alle Twin Towers. Mentre l’aereo stacca la sua ombra da terra, l’insistente voce interiore si zittisce, e la pressione sul petto mi lascia finalmente libero.

La vita eterna dunque è già iniziata dentro di te, e con il tuo racconto anche dentro di me…

Gianni Milano: Mi è stato chiaro ritornando alle Torri Gemelli: aprile 2002. L’aberrante distruzione mi ha portato via amici con cui avevo condiviso molto, persone con le quali avevo lavorato. Sono andato a vedere da vicino le macerie: sono rimasto inebetito. Pezzi di vite su cui piangere: un silenzio impossibile da sostenere.

Penso che la verità convinca attraverso la bellezza. Che cos’è per te la bellezza?

Gianni Milano: La dignità. La dignità in quanto rispetto per sé, per l’altro, per la vita, per il corpo. Una madre, chiamata a piangere la morte del figlio, deve poterlo fare sul suo corpo. Quando stavo per morire durante l’immersione subacquea, che descrivo nel mio libro, ho pensato di cercare una soluzione, affinché mia madre potesse almeno avere il mio corpo, anziché lasciarlo alle profondità del mare. In quegli istanti ho chiesto alla Madonna “tirami fuori, te ne prego”. Lei lo ha fatto. Mi ha salvato, e il mio corpo, ancora una volta, non riporta tracce dell’accaduto. Negli attacchi di panico, che per diverso tempo sono seguiti all’incidente, ho superato la paura di morire rappresentandomi nell’abbraccio della mamma-Madonna. Una tenerezza certa, concreta, che si sente nella pelle: per sempre nel cuore.

Perché hai chiesto alla Madonna, e non a Gesù, alla Madre, e non al Figlio?

Gianni Milano: Bella domanda. Non so il perché: non ho una risposta. Ho chiesto a Maria: e Lei prego, ogni giorno, in diversi momenti. Poi dico il Padre Nostro, la preghiera che mi rinnova il significato della condivisione: ‘condividere’ con gli altri è un dono continuo. Dalla Parabola dei Talenti all’offerta di se stessi nell’incontro con l’altro, di qualunque età sia, per scoprire una parte di noi che altrimenti non avremmo mai incontrato.

Ti arrivano tanti segni da seguire: quali pensi di lasciare, affinché altri li possano raccogliere?

Gianni Milano: Penso che ognuno di noi abbia una missione in terra. Un giorno, in treno – proprio in un momento della mia vita in cui mi domandavo che senso avesse quello che stavo facendo – una signora, riconoscendomi, mi ha detto: ‘Guardandola in TV riesco ad emozionarmi. Non potrei mai andare sott’acqua, perché sono paraplegica. Attraverso i suoi programmi, mi sembra di arrivare a vedere, con i miei occhi, tutti i luoghi che non potrò mai raggiungere. Sui fondali marini sono arrivata perché lei mi ha messo le pinne delle emozioni ai piedi.

Quando lavori, qual è il tuo metro di tutte le cose, il tuo passo di danza?  

Gianni Milano: L’emozione: dare emozione. Per farlo devo essere il primo ad emozionarmi. Posso dire che l’emozione sia il mio parametro: mi dà grande gioia. L’emozione, come la felicità, non può soltanto essere cercata, definita per se stessi. Tutto ciò che riguarda un essere umano, riguarda me. La felicità riguarda prima di tutto ogni persona, quindi anche me. Quando vedo gli occhi del mio interlocutore brillare – sul lavoro, nella vita quotidiana, in famiglia – so con certezza di averlo emozionato della mia stessa emozione, del mio stesso stupore per la vita. Altrimenti sarei soltanto un egoista, e basta.

Gianni, perché hai tenuto, alla tua destra, un Rosario perlaceo con il Totus Tuus per tutta la durata dell’intervista?

Gianni Milano: Se me lo permetterai, questo sarà il prossimo racconto che avrò tanto piacere di farti. Posso però anticiparti che ho capito quanto, alla sera della mia e della nostra vita, saremo giudicati sull’amore di cui siamo stati capaci.

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