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Guardatevi dal vivere super-ficialmente

Commento alle Letture della XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) — 8 novembre 2015

Per celebrare in questa domenica la sua resurrezione, Gesù ci “insegna”, ci illumina la verità dicendoci: “guardatevi da quegli scribi, e guardate questa vedova”. Quelli vivono in superficie e nell’ipocrisia, questa vive nell’intimo e nell’autenticità.

Gli uni sfuggono la propria realtà di lupi affamati che, sfruttando la propria posizione di rispetto e stima presso il popolo, entrano nelle case delle vedove come consulenti e “divorano” i loro beni; lei, “divorata” dall’avidità di chi dovrebbe aiutarla, non si ribella ma entra volontariamente nel nulla, scende cioè ancora più giù della sua “estrema indigenza” per inoltrarsi nella morte.

Se, infatti, dà “tutto quello che ha per vivere”, significa che si consegna volontariamente alla morte. E’ come se, con quel gesto, accettasse la sua realtà sino in fondo: “sono vedova, non ho più l’eredità di mio marito, mi restano solo questi “due spiccioli”; è nulla, ma è tutto quello che ho per vivere. E’ inutile che mi inganni, anche questo denaro finirà, e poi non avrò null’altro, perché la verità è che senza il mio sposo non posso vivere”.  Proprio come la Vedova di Zarepta: “mangeremo e poi moriremo”. Niente alienazioni, la pura e cruda realtà, la certezza della morte perché “vedove”, senza cioè lo Sposo a provvedere per loro.

Ebbene, proprio questa è la realtà che dovremmo riconoscere e accettare ogni domenica ponendo la nostra vita sotto la Parola di Dio che la Chiesa ci proclama, l’unica che ci permetta di accostarci con profitto al sacramento.

Ma per giungervi, dobbiamo “guardarci” dall’ipocrisia di quegli scribi che è anche in noi. “Amiamo”, infatti, le stesse cose che “amavano” loro: “passeggiare in lunghe vesti”, questo si capisce perfettamente, il culto dell’apparenza, il look e la linea, ma anche il modo di parlare beffardo e sarcastico che ridicolizza sempre gli altri; avete presente quelli che “passeggiano” nei discorsi “in lunghe vesti” cucite di battute sempre pronte per catturare l’attenzione, spesso senza neanche rendersene conto, tanto la stolta goliardia è diventata appunto un “abito”, indossato perché, lo sappiamo bene, c’è nascosta nel cuore dell’uomo la sottile perversione voyeuristica; attenzione eh, “guardatevi” da questi atteggiamenti ci dice oggi il Signore, perché non solo si tratta di una patologia seria, per la quale si prova eccitazione e piacere nel guardare l’intimità degli altri, in ambito sessuale come in qualunque altro aspetto; e qui ci siamo quasi (davvero?) tutti, immersi in una società nella quale trionfa il gossip, il pettegolezzo, lo scoop, le intercettazioni telefoniche.

“Guardatevi dai corvi” così di moda, perché si nascondono ovunque, anche in famiglia, tra amici, dal parrucchiere e dal barbiere, nelle comunità dove, come ripete spesso Papa Francesco, purtroppo si “chiacchiera spellandosi a vicenda”. “Guardatevi” da ciò, perché è profondamente legato al peccato di “invidia”, che letteralmente significa “guardare di traverso”, con un occhio malato, indice di un cuore avvelenato dalla menzogna del demonio secondo la quale proprio la nostra realtà ci dice che Dio non ci ama.

Per questo cerchiamo di farci amare dagli altri, ovvero “ricevere saluti nelle piazze”; guai se non ci riconoscono, abbiamo terrore dell’irrilevanza. E quanta fatica per guadagnarci un “saluto”… In fondo, non studiamo e lavoriamo anche per questo? Per farci una posizione, per essere qualcuno da salutare come il migliore…

Meno male che ora c’è la tecnologia a semplificare le cose: i “selfie” innanzitutto, che meraviglia, possiamo infilzarci in una foto come polli allo spiedo come e quando vogliamo, e così, come nelle vetrine delle rosticcerie, dire al mondo che esistiamo. Certo che ci noteranno con quelle labbra assurde che mettiamo, chissà poi perché…

E poi i social networks, il nostro personale Grande Fratello dove offriamo la nostra vita al miglior “mi piace”, senza forse accorgerci della prostituzione alla quale obblighiamo la nostra anima.

“Amiamo” anche “avere i primi seggi nelle sinagoghe”, quelli che erano riservati agli scribi, ma che, curiosamente, davano le spalle ai rotoli della Torah perché erano situati di fronte all’assemblea. Ahi quanto ci piace stare nella nostra comunità esibendo noi stessi e le nostre parole, la generosità, la presunta coerenza e onestà, la familiarità con la Scrittura, lo zelo nel cantare e nel leggere, insomma metterci di fronte agli altri dai “primi seggi” per affermare in tutto di non essere come loro, che ovviamente giudichiamo e dai quali però esigiamo stima e rispetto.

Capite? Stiamo nella Chiesa voltando le spalle alla Parola che è luce, verità e vita, eludendo così la sua chiamata a conversione. E per questo viviamo ipocritamente, belli fuori e brutti dentro, e “amiamo” senza averne alcun diritto, “i primi posti nei banchetti”.

Fratelli, non dovremmo neanche pensare di poter avvicinarci al “banchetto” del Signore, perché è riservato ai piccoli, agli ultimi, ai peccatori che riconoscono di esserlo e non ce la fanno più a vivere nella schiavitù: “Oh Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa…”. Ci credi davvero?

Per questo Gesù questa domenica ci chiama a conversione dicendoci: “guardatevi” dal “dare del vostro superfluo”. “Guardatevi” cioè dal vivere “super-ficialmente”, spendendo le vostre risorse per ciò che è periferico a quello che davvero conta.

Ma prendete in mano la vostra vita, come ha fatto la “Vedova,” e chiedetevi per quale motivo ci viene data e per che cosa “valga la pena” viverla. Letteralmente, per chi e per cosa ha valore “penare”, soffrire, sacrificarsi, offrirsi, donarsi.

Per un briciolo di stima e di affetto degli altri? Quante volte diciamo “ne è valsa la pena” senza renderci conto del significato della frase; è valso soffrire e dare tutto se stessi per una qualunque “passione”, sentimentale, civile, sportiva, culturale, religiosa? No, perché al diventare “assolute”, tutte le passioni uccidono. 

Attenzione, il “super-fluo” in sé non è un male, anzi, fa parte della vita, ma è come la terra che gira intorno il sole, non è il centro e il fondamento dell’esistenza. E’ “super”, è un “di più” che lo stesso Signore ha miracolosamente moltiplicato. E’ la sovrabbondanza che nella Scrittura testimonia il favore di Dio, il dono del Messia.

Allora, attenzione all’atteggiamento dei “ricchi” che è anche in noi; non c’entrano solo i soldi, ma le nostre “sostanze”, quello che dà sostegno alla nostra vita, compresa la famiglia, il coniuge, i figli, gli amici, il lavoro.

Attenzione perché chi si sente “ricco”, chi è cioè “super-bo” e getta nel tesoro del Tempio dal suo “super-fluo” è un “super-cieco” perché ha voltato le spalle a Dio, anche se è seduto in Chiesa. Non sa che sta vivendo nella menzogna ogni relazione, con Dio prima e con gli altri poi. Come Caino, “invidioso” del fratello, che ha riconosciuto al Signore solo una parte minima della propria vita. “Ama” ciò che non ha alcun valore perché non ha dentro di sé Colui che dà valore a ogni cosa.

“Guardatevi” dalla falsa ricchezza, dal vostro ego insaziabile, che mentre dà una briciola di se stesso a Dio e agli altri, li “divora” strumentalizzandoli per saziarsi: “Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo” (cfr. Ap. 3, 15ss).

Capito chi sei? Esattamente quello che la vedova stava sperimentando e per questo, proprio nel Tempio, immagine della comunità cristiana, si accingeva a fare il passo decisivo per immergersi nelle acque del Battesimo. Molto aveva camminato nella sofferenza che l’aveva resa autentica; non aveva più nulla da difendere, le rimanevano solo due spiccioli, l’ultimo respiro dell’uomo vecchio. Gettandoli nel tesoro del Tempio si sarebbe spogliata completamente per immergersi nuda nella misericordia di Dio, l’unica sua speranza. 

Gesù non loda l’aspetto morale della vicenda, registra un dato: solo la vedova, l'”ultima” nella società (la traduzione letterale dal greco della parola “sua povertà” che appare nel vangelo è “ultimo”), può “gettare”, consegnare a Cristo attraverso la Chiesa “tutta la sua vita”, proprio come recita l’originale.

Tutta, senza riservarsi nulla, perché ha sperimentato che nulla di mondano ha potuto difenderla, nulla l’ha moltiplicata, nulla che sia stato assoluto s’è dimostrato realmente tale, anzi. Nulla ha sostituito il suo Sposo! Mentre invece crede che “le lacrime della vedova scendono sulla guancia di Dio” (Sap. 35,18, testo ebraico) perché ha cominciato a sperimentarlo. Un cristiano che è stato iniziato alla fede, in virtù della luce su di sé e sulla propria storia, e delle esperienze concrete della risurrezione di Cristo, getterà naturalmente la sua vita in Lui.

Per celebrare le nozze con Lui occorre dunque fare la stessa esperienza della vedova: “non temere, prima prepara” per Cristo la “piccola focaccia” della tua vita e portagliela. Consegnati completamente a Lui e sperimenterai che il tuo Sposo è vivo anche se i tuoi peccati lo hanno spinto nella tomba. Abbandonati cioè alla fede della Chiesa che te lo annuncia e obbedisci, “gettando” tutto quello che hai nel “tesoro del Tempio”, il segno della comunione del popolo di Israele; vi contribuivano tutti, infatti, anche gli ebrei della diaspora.

Per questo è un’immagine della nostra comunità che, come il Tempio, è il luogo della dimora di Dio, dove sperimentare le primizie della vita celeste. Allora è proprio lì che siamo chiamati a consegnare a Cristo la nostra vita, per crescere nella fede sino ad avere la stessa certezza della vedova, che cioè Dio provvederà a noi in Cristo, nuovo Tempio.

Ma dai, non ce la faccio, figurati ho appena perso il lavoro, i figli devono andare all’università…. Appunto, non capisci che, attraverso tutto ciò che ti fa povero e ti umilia, è lo Sposo che ti sta accompagnando a scoprirti vedova? E solo un padre che scoprirà la sua vedovanza potrà compiere la sua missione; come una madre, un prete, e ogni cristiano che giunge alla verità come la vedova saprà testimoniare autenticamente che lo Sposo è vivo perché ha distrutto i peccati con la sua risurrezione e “la farina della giara non viene meno e l’orcio dell’olio non si esaurisce” esattamente “come la Chiesa annuncia da duemila anni.

I cristiani sono vedove che sperano in ogni pensiero, parola e gesto il ritorno dello Sposo, perché ne sperimentano la presenza viva già qui nel loro cammino sulla terra. Vedove che “gettano” i loro beni nel “tesoro della Chiesa” che sono i poveri, e non nelle banche ad ammuffire sperando il guadagno effimero che forse non si potrà godere. Vedove che non hanno paura del futuro perché di esso si preoccupano i pagani che vivono ipocritamente, illudendosi di poter pianificare quello che non gli appartiene. Vedove che hanno nel cuore la certezza di non aver perduto il loro Sposo, perché sanno che è solo andato prima a preparare un posto per loro dove Lui è vivo per sempre.

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