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Governare la globalizzazione con il principio di sussidiarietà

Al centro del volume “Servire la giustizia e la pace” del Cardinal Martino


di Mirko Testa

ROMA, giovedì, 26 novembre 2009 (ZENIT.org).- Governare realmente la globalizzazione significa adoperare il principio di sussidiarietà per garantire il godimento dei beni fondamentali a tutti gli uomini.

E’ questo il messaggio al cuore del volume “Servire la giustizia e la pace” (Libreria Editrice Vaticana), che raccoglie alcuni degli inteventi più significativi del Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e per 16 anni Osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite di New York.

In questo libro il porporato affronta diverse problematiche come la cooperazione internazionale, il lavoro, la pace, i diritti umani di fronte alla tecnica, il bene comune e la necessità di un’autorità politica mondiale, sempre alla luce della dottrina sociale della Chiesa intesa come strumeno di evangelizzazione.

Globalizzazione, sussidiarietà e governance globale

Il Cardinale parte dal concetto di Comunità internazionale come comunità naturale e necessaria che trova il suo fondamento nella stessa natura umana, nell’uguaglianza di tutti gli uomini e nella loro naturale socialità.

In questo contesto inserisce la dottrina sociale come catalizzatore di un ordine internazionale, incentrato sulla persona umana, su valori etici e sul diritto della convivenza tra le diverse comunità politiche.

Qui il porporato richiama la necessità di elaborare un nuovo “diritto delle genti” e sollecita la “costituzione di poteri pubblici sul piano mondiale, una autorità mondiale, la cui istituzione dipende dall’ordine etico-giuridico che presiede alle relazioni internazionali”.

Una strutturazione dei poteri a livello internazionale, quindi, in funzione delle singole comunità politiche e che non si sostituisca ad esse.

Il porporato sottolinea poi la necessità di “sviluppare il potenziale pedagogico delle Organizzazioni Internazionali” affermando che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e la Carta delle Nazioni Unite dovrebbero tornare a essere “un ‘paradigma’ etico-culturale vincolante per tutti gli Stati membri”.

“Il governo della globalizzazione – ha spiegato – ha bisogno di Organismi internazionali, senza i quali non c’è normatività, ma si corre il pericolo di creare dei ‘super Stati’ che irrigidiscono il sistema”.

All’interno di questa proposta, il porporato rintraccia la chiave di volta nel principio di sussidiarietà, inteso come “l’aiuto da dare all’uomo affinché egli possa raggiungere autonomamente i propri fini personali e comunitari” e che implica “il valore dell’assunzione di responsabilità e quello della partecipazione”.

In un’epoca dominata dalla globalizzazione, che spesso appare come un fenomeno “impersonale” e “sovrapersonale” dal volto indefinito, frutto della deriva tecnologica e che spinge alla “omogeneizzazione culturale”, la Chiesa guarda ad esso come a un momento di “con-divisione”, nel senso di “valorizzare le differenze (divisione), ma in un quadro unitario e di collaborazione finalistica (con)”.

Di fronte ai risvolti negativi della globalizzazione, in buona parte imputabili secondo il Cardinal Martino a “una governance inadeguata”, la Chiesa invoca “una globalizzazione nella solidarietà, una globalizzazione senza marginalizzazione”, come aveva sottolineato Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 1998.

Umanesimo planetario del lavoro

Occorre quindi ripensare la governance globale, sottolinea il porporato, ma anche fare del decent work, cioè del lavoro dignitoso, un obiettivo irrinunciabile. “Il lavoro è, infatti, la chiave della questione sociale”, il modo per ridurre la povertà e le disuguaglianze, perché “la possibilità di lavoro trasforma il povero da ‘problema’ di cui occorrerebbe prendersi carico a ‘risorsa’”.

Nello scenario attuale, constata il porporato, si assiste a una diminuzione della solidarietà all’interno del mondo del lavoro non solo tra i lavoratori dei Paesi sviluppati ma anche nei confronti dei Paesi sottosviluppati, visti sempre più come “antagonisti”.

Rispetto a decenni fa in cui si parlava del “posto fisso”, sono mutate inoltre le tipologie di lavoro e la stessa configurazione contrattuale e giuridica dei nuovi lavori, che nascondono talvolta vere e proprie situazioni di precariato.

Oggi si presta maggiore attenzione alla mobilità, alla flessibilità e alla riconversione, incentivando “il nomadismo lavorativo e la flessibilità esasperata”, che permettono sì di ridurre la disoccupazione, ma che spesso creano “ritorni negativi di tipo relazionale”.

Nello scenario attuale, continua, “il lavoro tende ad assorbire il capitale contrariamente a quanto accadeva nella vecchia società industriale, quando invece il soggetto finiva per venire appiattito sull’oggetto, sulla macchina”.

Ma questo porta allo “sfruttamento dei nuovi lavori, al super-lavoro, al lavoro-carriera che talvolta ruba spazio a dimensioni altrettanto umane e necessarie per la persona, all’eccessiva flessibilità del lavoro che rende precaria, e talvolta impossibile, la vita familiare”.

Per questo occorre riconsiderare l’uomo come fine e non come mezzo e pensare alla piena occupazione come a “un obiettivo da tenere fermo e alto”; inoltre, “occorre recuperare la solidarietà universale del mondo del lavoro, puntando sulla riscoperta del valore soggettivo del lavoro”.

Il primato della carità sulla giustizia

I diritti umani richiamano il concetto di giustizia, la quale ha bisogno di essere purificata dalla carità”, sottoline il porporato richiamandosi all’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI.

E infatti, “il modo vero di servire i poveri non è partire dalla loro povertà in senso sociologico, ma partire da Cristo povero”.

“Senza rifarsi alla dottrina sociale della Chiesa – continua –, chi si impegna per la giustizia e i diritti umani, per lo sviluppo e la difesa dei poveri, corre costantemente il rischio di perdere di vista il ‘luogo teologico’ da cui interpretare propriamente questo suo impegno”.

E’ questa una conseguenza generata dalla teologia della liberazione – almeno nelle sue espressioni più radicali -, che “intendeva partire dalla prassi di liberazione anziché da Cristo liberatore”, finendo così per produrre un “effetto secolarizzante” e alimentare “la cultura relativista”.

Lo “sradicamento della povertà” è la componente cruciale dello sviluppo stostenibile. Ma se è vero che la povertà e la miseria costituiscono minacce alla sostenibilità dello sviluppo, spiega il Cardinale, è anche vero che i problemi ambientali colpiscono in misura maggiore le popolazioni povere, costrette a vivere nelle zone degradate o nelle aree più esposte ai rischi ambientali.

La famiglia, struttura di base dell’ecologia umana

Nel libro il porporato tratta anche di come sia possibile giungere a una piena e integrale realizzazione della persona umana e a un autentico umanesimo sociale, prendendo in esame la centralità della famiglia.

A questo proposito, afferma che la famiglia, con la procreazione, “si pone come principio genetico della società, mentre con la cura e l’educazione dei figli si configura come strumento primario e insostituibile affinché ciascuna persona possa adeguatamente crescere nelle sue molteplici dimensioni e inserirsi positivamente nel contesto sociale e culturale”.

Ecco allora che “una società a misura di famiglia è la migliore garanzia contro ogni deriva di tipo individualista o collettivista, perché in essa la persona è sempre al centro dell’attenzione in quanto fine e mai come mezzo”.

Inoltre, rileva, “la solidarietà […] appartiene alla famiglia come dato nativo, costitutivo, strutturale”.

Per questo le famiglie devono essere non solo soggetto attivo dell’azione politica, ma anzi “protagoniste della loro stessa promozione”, “protagoniste essenziali della vita economica”, perché rette dalla “logica della condivisione e della solidarietà tra le generazioni”.

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