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Boat people from Haiti

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Gli immigrati al Papa: “In Lei ritroviamo la parola del nostro Dio”

In una lettera collettiva, un gruppo di africani a Torino raccontano a Francesco i loro drammi e le loro speranze

Una quindicina di immigrati a Torino hanno scritto di loro pugno un breve pensiero rivolto a papa Francesco, in cui emerge, di volta in volta, la sofferenza, la speranza e il desiderio di giustizia.

I migranti, che oggi hanno incontrato il Pontefice nel corso della sua vista nel capoluogo piemontese, hanno definito l’evento, un momento “molto importante, perché sappiamo di rappresentare molte, troppe persone che oggi si trovano lontane dalle loro terre e dai loro affetti”.

Nella lettera consegnata al Santo Padre emerge la ricerca di “comprensione”, “umanità” e “conforto negli sguardi, nei sorrisi, nelle rare attenzioni che qualcuno ci dedica”.

I migranti – quasi tutti africani – scrivono al Papa: “Le sue parole sono per noi ossigeno. Al di là della fede di ognuno di noi, in Lei ritroviamo la parola del nostro Dio. Fraterna, caritatevole e inspiegabilmente umana”.

Tra loro c’è il sudanese Ahmed, studente alla facoltà di Scienze Statistiche, il cui desiderio più grande è la pace in Darfour.

Daouda, ivoriano, è ospite di un centro di accoglienza e proclama: “Pace al mondo!”.

Da trent’anni in Italia, Diouf, senegalese “musulmano di origine animista”, scrittore, coreografo e regista di spettacoli teatrali e danze africane, si dice “convinto che le tre religioni monoteiste abbiano tutte una stessa origine che culmina in preghiere diverse ad un unico Dio”.

Emergono poi storie davvero drammatiche, come quella di Hector, insegnante di matematica in Congo Brazzaville, fuggito per motivi politici. Dopo l’assassinio della moglie, avvenuto dopo la sua fuga dal paese, non è nelle condizioni di ottenere il ricongiungimento familiare con le due figlie – affidate alla nonna – perché non è in grado di mantenerle. “Il mio augurio – scrive – è che si possa raggiungere la pace e l’unico modo per farlo è cambiare modello di vita”.

L’egiziano Kasem, in Italia da tre anni, è in sedia a rotelle dal’anno scorso, a causa di un incidente sul lavoro. Incoraggiato da tanti amici ha avuto la forza di denunciare il suo datore che non ha nemmeno chiamato l’ambulanza, quando lui è caduto da un’impalcatura di 14 metri.

Un altro ivoriano, Kone, vive in una casa occupata dell’ex Moi e al Papa dice: “Sono d’accordo quando lei dice che la terra non appartiene a nessuno. Dobbiamo aprire le frontiere”.

Nell’ex Moi vive anche Regina, nigeriana in Italia dal 2011. “Vorrei che in questo mondo fosse data l’opportunità di salvezza a tutti. Siamo tutti figli di Dio!”, scrive la donna.

Originario della Guinea Conakré, Mamadou era professore del diritto nel suo paese. A Torino ha fatto il mediatore culturale ma ora è disoccupato. “I profughi non sono responsabili di ciò che vivono. Ai presidenti dei Paesi sviluppati dico basta armi!”, dichiara.

 

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