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“Gioventù dell’Asia, alzati!”

Francesco dialoga con la gioventù “bruciata” della Corea. Bruciata perché arsa di amore per Dio e per il prossimo…

Appare “un ospedale da campo” la megatendopoli di Solomoe che accoglie i giovani della 6° Giornata della Gioventù dell’Asia (GAG). E’ l’immagine che papa Bergoglio utilizza nel descrivere le malattie dell’umanità e la sua attenzione di medico e samaritano chino sulle ferite degli uomini.

Anche in Asia c’è una gioventù bruciata, ma c’è anche una gioventù che vuole ardere di amore per Dio e per il prossimo. Accolto con la veemenza dell’entusiasmo dei giovani che inneggiano con un canto il nome di Francesco, il Papa sembra fendere in due il corridoio centrale come l’intervento di un bisturi che opera non sul corpo, ma sullo spirito di migliaia di giovani lì riuniti da alcuni giorni.

Riconoscono le loro infermità spirituali, così come si è espresso a nome di tutti Giovanni di Hong Kong, il secondo dei tre giovani che hanno posto delle domande al Papa: “ci sono tante persone che hanno fatto degli errori nel passato. Persone che hanno peccato, che hanno fatto uso di droga, che non hanno mantenuto la purezza prima del matrimonio, che hanno divorziato, che hanno voluto abbandonare la fede…”

I giovani convenuti a Solomoe stanno seguendo un percorso di approfondimento della fede attraverso insegnamenti e testimonianze che rispondono al tema generale: “Gioventù dell’Asia, alzati!”

Mons. Lazzaro You Heung-sik, Vescovo di Daejeon offre il suo saluto di benevenuto sia al Papa che ai giovani lì presenti con un detto di Confucio: “Non è una vera e propria gioia accogliere un amico venuto da lontano?”.

Amico per eccellenza è Papa Francesco “venuto dalla fine del mondo” come ebbe a dire immediatamente dopo l’elezione sul loggiato della basilica di San Pietro. Ma amici venuti da lontano sono anche i delegati dei differenti Paesi asiatici partecipanti al meeting: Corea, Filippine, Mongolia, Cambogia, Laos, Vietnam, Myanmar, India, Indonesia… Paese, quest’ultimo che offre una splendida danza di benvenuto.

I giovani sono a Solomoe per stabilire un colloquio con Francesco, fatto di domande e di risposte, di ascolto e di dialogo. Vogliono testimoniare Cristo, con la forza dei martiri, la stessa che ebbe S. Andrea Kim, il giovane nato proprio a Solomoe che a soli ventisei anni fu ucciso in odium fidei dopo appena tredici mesi dalla sua ordinazione sacerdotale.

La giovane cambogiana Smey ricorda davanti ai suoi giovani amici e al Papa il confronto dei giovani della sua terra con le resistenze degli stessi familiari che si chiedono perché debbano aderire a una fede europea.

C’è però un’altra preoccupazione che anima Smey come tanti altri giovani: il desiderio di seguire la vocazione alla vita consacrata da un lato e l’esigenza di realizzarsi professionalmente da un altro lato, per aiutare la famiglia povera.

Smey vorrebbe tanto che il Papa venisse anche in Cambogia per rendere omaggio al primo vescovo, mons. Joseph Chhmar Sala,ma anche a tanti sacerdoti, religiose e laici che hanno perso la vita durante le barbarie del regime dittatoriale comunista di Pol Pot e che non sono ancora elevati agli onori degli altari.

Anche Giovanni di Hong Kong, augurandosi che nella sua città si svolga un’edizione della GMG ricorda i suoi connazionali della Cina continentale e chiede al Papa cosa possono fare per la Chiesa i cinesi cattolici sparsi nel mondo.

Prende infine la parola la giovane coreana Marina Park Giseon, la quale rileva i rischi del materialismo disumanizzante nel suo Paese e testimonia la sua esperienza di mini impresa artistica per dare risposte ai suoi sogni di un mondo migliore nel quale i giovani possano esprimersi ed incontrarsi.

Prima delle risposte del Papa, dieci giovani coreani cantano e inscenano la parabola del Figliol prodigo. Essa ispira le parole di Bergoglio che vuole riabbracciare nel nome della Chiesa misericordiosa, coloro che da Cristo si erano allontanati.

Sottraendosi al protocollo e ai discorsi scritti, Francesco si esprime liberamente per dare risposte concrete a Smey, Giovanni e Marina. Rivolgendosi a quest’ultima, il Papa si fa interprete del dolore della divisione di un popolo. Ricorda quindi come Giuseppe, figlio di Giacobbe, riconobbe in Egitto i fratelli dalla lingua che parlavano, così la comune lingua parlata nel Nord come nel Sud, potrà essere segno di speranza per l’invocata ricomposizione della Penisola e dei due stati.

Per rispondere a Giovanni di Hong Kong, infine, il Santo Padre esalta proprio la parabola del Figliol prodigo dicendo che Dio non si stanca mai di perdonare, così come i giovani non si devono mai stancare di chiedere perdono e rialzarsi dalle cadute senza scoraggiamenti. 

Mano nella mano si recita tutti il Padre Nostro e nell’uscire dalla megatenda, il Papa che chiedeva ai giovani se fossero stanchi, sembra più galvanizzato di prima. E’ la Chiesa che si rinnova e che si autoalimenta dall’Eucarestia e la diakonia.

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