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Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: strumento profetico del Concilio

L’8 maggio compie 50 anni. In Italia ha accompagnato la rivoluzione dei media, con una particolare attenzione alla formazione della famiglia

Il prossimo 8 maggio compie cinquant’anni ed è stata l’unica celebrazione mondiale voluta dal Concilio Vaticano II: si tratta della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Un’occasione pensata per «rendere più efficace il multiforme apostolato della Chiesa», come ricorda il decreto conciliare “Inter Mirifica” del 1963; un’opportunità “profetica” per sottolineare senza sosta l’importanza dell’utilizzo dei media ad una comunità ecclesiale ancora incerta, che al tempo vedeva contrapporsi le perplessità e la confusione di molti agli slanci, ad esempio, di un pioniere come don Giacomo Alberione.

In Italia dal 1967 ad oggi, riguardo al tema della comunicazione, si sono vissuti anni di passione, segnati da diverse rivoluzioni. Nel 1968 viene fondato Avvenire, quotidiano di ispirazione cattolica fortemente voluto da Paolo VI e ancora oggi tra i più letti giornali del nostro Paese. Famiglia Cristiana risulta essere tuttora tra le più diffuse riviste settimanali italiane, e negli anni ’70 e ’80 la tiratura si aggirava quasi sempre attorno al milione di copie. Oggi, nonostante la crisi del settore, le riviste si sono moltiplicate e, anche per merito del carisma comunicativo di Papa Francesco, godono di buona salute. Accanto ad esse c’è da considerare la molteplice realtà dei settimanali diocesani, che da anni ormai raccontano le più svariate voci della Chiesa italiana: un prezioso strumento che nel 1989 vede nascere al suo fianco l’agenzia Sir, creata dalla Cei espressamente per tutelare l’onestà dell’informazione religiosa.

La televisione diventa uno strumento alla portata di tutti e assume un’autorevolezza senza paragoni, rispetto agli altri paesi occidentali, con una deriva negli anni ’80 a vantaggio del semplice intrattenimento. Per la Chiesa, da “La posta di padre Mariano” si passa a “Le frontiere dello Spirito”, con Gianfranco Ravasi e “A sua immagine”, per arrivare nel 1998 alla creazione dell’odierna Tv2000, un progetto singolare nel panorama internazionale dell’editoria cattolica, che proprio in questi ultimi anni sta registrando un crescendo di ascolto e di interesse.

Il mondo della radio vede il fiorire di un arcipelago di emittenti parrocchiali e diocesane, molte delle quali oggi fanno capo a Radio Inblu. Ma la maggiore attenzione è riservata in particolare alla nascita di una stazione unica nel suo genere, che avrà una risonanza mondiale: Radio Maria. Successo di audience viene riportato anche dalla “sorella minore” Radio Mater.

Con l’avvento del Web, negli anni ’90, si inizia un altro interessante capitolo per il rapporto tra Chiesa e comunicazione, dal finale ancora aperto. Ad oggi esistono circa 15mila siti cattolici, che esprimono il pensiero delle associazioni, dei movimenti, degli istituti e delle parrocchie di tutta Italia. Ma la rete di relazioni digitali è ben più estesa, se consideriamo la numerosa presenza dei religiosi e comunque dei cattolici sui social network.

Infine, per quanto concerne l’ambito delle produzioni cinematografiche, non si segnala ormai da anni un impegno specifico della Chiesa italiana, a parte alcune opere degne di nota a firma Rai e Mediaset. Un peccato, soprattutto per il mondo dei cortometraggi che potrebbero essere di grande aiuto all’attività di catechesi. Le sale cinematografiche parrocchiali si trasformano in “Sale della comunità” ma con uno sviluppo evidente solo nel Nord d’Italia.

La Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali ha accompagnato nel tempo questo progresso. La riflessione si è incentrata soprattutto sui giovani e la famiglia, per la quale sono stati spesi ben dieci messaggi, l’ultimo dei quali lo scorso anno con Papa Francesco. Paolo VI ha messo a fuoco l’importanza delle comunicazioni sociali riguardo l’evangelizzazione e la promozione umana. Con Giovanni Paolo II si è spaziato dalla fede alla cultura, dal rispetto dei valori della persona umana all’annuncio della buona notizia attraverso i media. Benedetto XVI ha evidenziato in prevalenza il tema del rapporto con le nuove tecnologie digitali.

Un tema fondamentale, evidenziato sin dal primo messaggio di Paolo VI, il 7 maggio 1967, è quello della formazione: l’allora Pontefice si augurava che la “Giornata” potesse costituire occasione per un «pensoso richiamo ad un risveglio salutare delle coscienze e ad un impegno solidare di tutti per una causa di così grande importanza». Ma proprio su questo aspetto la Chiesa cattolica italiana segna il passo ancora oggi.

Importanti iniziative hanno preso vita circa l’educazione dei formatori. Risale a poco più di vent’anni fa la nascita delle facoltà di Scienze della comunicazione sociali che oggi quasi tutte le università pontificie e cattoliche annoverano tra i propri piani di studio. A onor di cronaca è doveroso poi ricordare alcune lodevoli proposte di formazione, quali ad esempio lo storico Spics, lo Studio Paolino Internazionale della Comunicazione Sociale, sospeso ormai da qualche decennio, e il corso Anicec, promosso dall’Università cattolica del Sacro Cuore insieme all’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali.

Ma la nota dolente riguarda tuttora la cosiddetta Media education, ossia l’educazione dei giovani e delle famiglie all’utilizzo cosciente e critico dei mezzi di comunicazione sociale. Al di là di alcune agenzie specifiche, come il Med, manca un progetto organico e capillare di formazione. Un problema e una sfida che di sicuro dovrà interessare il dibattito ecclesiale dei prossimi anni.

Papa Francesco, nel messaggio di quest’anno giubilare, accosta la comunicazione alla Misericordia, sostenendo che “comunicare” significa “condividere” e quindi anche “ascoltare”. Il Pontefice mette in guardia vescovi e sacerdoti affinché si prendano le distanze dall’orgoglio e dalla superbia e, dunque, con umiltà ci si faccia prossimi alla gente per creare comunione anche attraverso la comunicazione. La speranza è che questa prossimità si concretizzi proprio nel dialogo e nell’educazione dei fruitori dei media, che sono innanzitutto – come scrive il Santo Padre – “figli di Dio e fratelli in umanità”.

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