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Giappone: ritrovati i resti di padre Sidotti, “l’ultimo missionario” italiano in Sol Levante

Dell’abate siciliano, giunto nel paese nel periodo delle persecuzioni cristiane, si erano perse le tracce da circa 300 anni. Ieri la conferma delle autorità nipponiche

C’è la certezza quasi assoluta che i resti ritrovati nel 2014 durante degli scavi in una zona di Tokyo appartengano a padre Giovanni Battista Sidotti, l’ultimo missionario nel Paese di cui si erano perse le tracce per circa 300 anni. Le ossa erano state ritrovate nell’estate del 2014 durante dei lavori di costruzione nel quartiere di Kirishitan Yashiki, a Myogadani, meglio conosciuto come la “prigione dei cristiani”.

La conferma è giunta ieri dalle autorità nipponiche, guidate dal sindaco del quartiere di Bunkyo-ku, Hirobu Narisawa, al termine di approfonditi studi effettuati da un team multidisciplinare di esperti guidato dal laboratorio del Museo Nazionale di Scienza e Tecnologia. La certezza quasi assoluta è data dal confronto tra risultanze documentali e analisi del Dna attraverso cui gli studiosi hanno escluso che si tratti di un giapponese indicando invece le origini in un “ceppo toscano”.

Nato a Palermo, l’abate Sidotti partì da Roma per il Sol Levante, dove vi arrivò nel 1708 nel periodo del cosiddetto sakoku, la chiusura ermetica del paese al resto del mondo. A quell’epoca, il regime shogunale aveva deciso di proibire a tutti gli stranieri di entrare nel paese e a tutti giapponesi di recarsi all’estero. Pena la morte. In questo regime di terrore e persecuzioni era stato bandito il cristianesimo.

Sidotti fu pertanto catturato molto presto e imprigionato dopo una serie di interrogatori che consentirono al Giappone di conoscere la religione cattolica, la geografia e la storia dell’Europa. Morì di stenti nel 1715, a 46 anni, dopo essere stato gettato in una fossa vicino a quelle di una coppia di sposi, i suoi guardiani, che aveva convertito durante la prigionia. Circa 150 anni fa fu scoperto un libro che parlava di lui.

[S.C.]

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