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“Gesuiti, remate! Siate forti, anche col vento contrario…”

Papa Francesco torna per la quarta volta nella Chiesa del Gesù e celebra i vespri di ringraziamento per il bicentenario della ricostituzione della Compagnia nel 1814, per volontà di Pio VII

L’animo gesuita di Papa Francesco è emerso vigoroso nell’omelia di oggi pomeriggio nella Chiesa del Gesù. Lì, nel ‘quartier generale’ dei suoi confratelli, il Pontefice è tornato per la quarta volta per celebrare i vespri in occasione del bicentenario della ricostituzione della Compagnia di cui fa parte.

Come lo scorso 3 gennaio, quando celebrò una Messa per la canonizzazione da lui decisa del gesuita Pietro Favre, anche la visita di oggi è mossa quindi dalla gratitudine. Il discorso del Pontefice è, di fatto, un lungo e sentito “grazie” a Dio per aver risollevato la Compagnia di Gesù da “tempi difficili, di persecuzione”, durante i quali, sotto il generalato di padre Lorenzo Ricci, “i nemici della Chiesa giunsero ad ottenere la soppressione della Compagnia” da parte di Clemente XIV. Fu poi un coraggioso Pio VII con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum del 7 agosto 1814, a voler riunificare i gesuiti smembrati e sparsi in Russia e Prussia, per “sovvenire in maniera adeguata alle necessità spirituali del mondo cristiano senza differenza di popoli e di nazioni”.

Ricordandone oggi la ricostituzione – dice Francesco – “siamo chiamati a recuperare la nostra memoria, richiamando alla mente i benefici ricevuti e i doni particolari”. Prima, però, è bene ripensare a quei tempi “di tribolazione e di turbamento”, durante i quali – osserva il Papa – “si solleva sempre un polverone di dubbi e di sofferenze, e non è facile andare avanti, proseguire il cammino”.

In quei momenti, è più facile anzi inciampare nelle “tentazioni” e vivere “concentrati sul fatto di essere perseguitati e non vedere altro”. Per questo, leggendo le lettere di padre Ricci colpisce “la sua capacità di non farsi imbrigliare da queste tentazioni e di proporre ai gesuiti, in tempo di tribolazione, una visione delle cose che li radicava ancora di più nella spiritualità della Compagnia”, rimarca Francesco.

Il padre generale vedeva “le nubi addensarsi all’orizzonte” ma, nonostante ciò, “fortificava” i confratelli. E, in un tempo di confusione e di turbamento, “ha fatto discernimento”, senza perder tempo “a discutere di idee e a lamentarsi”. Proprio questo atteggiamento ha portato i gesuiti “a fare l’esperienza della morte e risurrezione del Signore”, sottolinea Bergoglio: “Davanti alla perdita di tutto, perfino della loro identità pubblica, non hanno fatto resistenza alla volontà di Dio, non hanno resistito al conflitto cercando di salvare sé stessi”.

La Compagnia ha vissuto quindi vessazioni e calunnie, ha subito l’umiliazione, ma ha ubbidito. Sempre. Perché “non ci si salva mai dal conflitto con la furbizia e con gli stratagemmi per resistere”, afferma Papa Francesco. “Non è l’apparente tranquillità ad appagare il nostro cuore, ma la vera pace che è dono di Dio”; tantomeno si deve mai cercare il “compromesso facile” o “praticare facili irenismi”. “Solo il discernimento ci salva dal vero sradicamento, dalla vera ‘soppressione’ del cuore, che è l’egoismo, la mondanità, la perdita del nostro orizzonte, della nostra speranza, che è solo Gesù”, chiosa il Papa.

Così padre Ricci “in fase di soppressione ha privilegiato la storia rispetto a una possibile ‘storiella’ grigia, sapendo che è l’amore a giudicare la storia, e che la speranza – anche nel buio – è più grande delle nostre attese”. In questa occasione di confusione e smarrimento, egli “non si difese sentendosi vittima della storia, ma si riconobbe peccatore”. E riconoscersi realmente peccatori “evita di porsi nella condizione di considerarsi vittime davanti a un carnefice”, assicura il Santo Padre, e aiuta pure a “mettersi nell’atteggiamento giusto per ricevere la consolazione”.

Il Vescovo di Roma ripercorre, quindi, brevemente il cammino “di discernimento e servizio” che la Compagnia di Gesù intraprese a partire dal 1759, quando i decreti di Pombal distrussero le province portoghesi della Compagnia, passando per l’espulsione dei gesuiti spagnoli, fino alla “prova suprema del sacrificio che ingiustamente le veniva chiesto”.

41 anni in totale, che Ricci trascorse esortando “a mantenere vivo lo spirito di carità, di unione, di obbedienza, di pazienza, di semplicità evangelica, di vera amicizia con Dio”. Era certo che sarebbe tornato a vedere la luce di Dio. E così fu, perché “Dio è misericordioso. Dio ci vuol bene e ci salva”, insiste Bergoglio.

“A volte – prosegue – il cammino che conduce alla vita è stretto e angusto, ma la tribolazione ci purifica come il fuoco, ci dà tanta consolazione e infiamma il nostro cuore affezionandolo alla preghiera”. I gesuiti infatti “nella soppressione furono ferventi nello spirito e nel servizio del Signore, lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera”. E questo – rimarca il Santo Padre – “ha dato onore alla Compagnia, non certamente gli encomi dei suoi meriti”.

Allora “ci fa bene” ricordare questa storia, dice Francesco ai confratelli. Ricordare che “la nave della Compagnia è stata sballottata dalle onde” ci fa bene perché oggi può accadere lo stesso alla barca di Pietro. “La notte e il potere delle tenebre sono sempre vicini – avverte infatti il Papa -. Costa fatica remare. I gesuiti devono essere rematori esperti e valorosi”.

L’esortazione è dunque chiara: “Remate, siate forti, anche col vento contrario! Remiamo a servizio della Chiesa. Remiamo insieme! Ma mentre remiamo – tutti remiamo, anche il Papa rema nella barca di Pietro – dobbiamo pregare tanto: Signore, salvaci!”. E “il Signore, anche se siamo uomini di poca fede ci salverà”.

Infine, la mente del Pontefice ritorna a quegli anni in cui Pio VII volle ricostituire la Compagnia perché restasse “unita in un solo corpo”. Il Papa rammenta pure come essa fu da subito missionaria e a disposizione della Sede Apostolica, impegnandosi con la predicazione, l’insegnamento, i ministeri spirituali, la ricerca scientifica e l’azione sociale, la cura di poveri, sofferenti e emarginati.

Una missione che la Compagnia di Gesù prosegue ancora oggi dedicandosi al tragico problema dei profughi e rifugiati, sempre con “intelligenza e operosità”. Guardando a tutto questo, Bergoglio fa dunque sue le parole di Paolo VI nella 32° Congregazione generale, che egli stesso ascoltò con le sue orecchie: «Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti».

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