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Gesù si accosta a ciascuno di noi per sollevare la pietra che ci chiude nel peccato

Commento al Vangelo della V Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Gesù aveva fretta. In fondo l’aveva vissuta sin dal suo concepimento, quando nel seno di Maria era partito anche Lui per “raggiungere in fretta” Elisabetta. E’ la sollecitudine dello zelo per la pecora perduta, che Gesù ha trasmesso ai suoi apostoli: “guai a me se non predicassi il Vangelo” scriveva San Paolo.

Altro che “vanto”, l’evangelizzazione è anche oggi “un dovere”. Non c’è tempo da perdere, perché il demonio non riposa mai e non risparmia nessuno: per causa sua l’uomo “ha un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni sono come quelli d’un mercenario”.

Anche noi, che abbiamo creduto alle sue menzogne, siamo diventati suoi “schiavi”; ogni giorno, tra le fatiche di relazioni complicate infilate nella melma morbosa dei ricatti affettivi, “sospiriamo l’ombra” di un amore che ci dia un po’ di refrigerio.

E “come il mercenario aspetta il suo salario” dopo giornate sfibranti in uffici saturi di invidie e gelosie, “così a noi son toccati mesi d’illusione e notti di dolore”.

Anche tanti giovani sono presi al laccio dei rimpianti per le speranze e gli affetti sbriciolatesi troppo presto sul muro di una realtà indomabile, avvelenata dai peccati propri e altrui.

E si ritrovano vecchi a neanche vent’anni; non bastano i “mi piace” per l’ultimo selfie, non bastano le scarpe da 200 euro appena strappate a papà, non bastano gli amici, perché senza Cristo e il suo amore, “i giorni sono più veloci d’una spola, e finiscono senza speranza”.  

E allora giù droga, alcool, sesso, musica, e strade, piazze e stadi dove vomitare la rabbia contro ingiustizie lontane contro le quali illudersi di lottare per sentirsi vivi. Ma sono tutte alienazioni dove stendersi come su un letto per addormentarsi e non soffrire.

Ma su quel giaciglio sul quale tutti, in un modo e nell’altro, gettiamo noi stessi per sfuggire alle frustrazioni, non c’è riposo, anzi; su di esso, infatti, “si allungano le ombre e siamo stanchi di rigirarci fino all’alba”.

Gesù ci conosce, come conosceva la sofferenza della suocera di Pietro, immagine di ciascuno di noi. Per questo “subito, uscito dalla sinagoga, si recò in casa di Simone e Andrea, con Giacomo e Giovanni”. Il suo zelo trascina i primi discepoli nell’urgenza della sua missione.

È come se li mettesse in un altoforno che non si ferma mai, per trasformarli in “pescatori di uomini” nell’ardore del suo zelo. Magari i seminari e le nostre comunità fossero degli altiforni alimentati senza sosta dallo zelo per l’annuncio del Vangelo…

Non è stata questa la formazione impartita da Gesù ai suoi discepoli? Entrare ed uscire con Lui dalle sinagoghe, dai villaggi, dalle case, realizzando nella missione il suo Mistero Pasquale, l’entrare cioè nella morte di ogni uomo per uscire con tutti nella risurrezione. 

Perché Gesù era attirato dal dolore dell’umanità. Era il Servo di Yahwhè venuto nel mondo per caricare su di sé ogni sofferenza, malattia e peccato. Da Lui San Paolo e ogni missionario ha imparato “a farsi servo di tutti per guadagnarne il maggior numero”.  

Sulle strade della Palestina, infatti, Gesù si è “fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli”. E’ sceso nella realtà dei poveri e dei peccatori per “farsi tutto a tutti, e salvare ad ogni costo qualcuno”. Per questo aveva fretta di entrare a casa di Simone; la febbre di sua suocera stava bruciando anche Lui.

Nell’antichità essa era considerata un calore innaturalenon è naturale per nessuno starsene a letto dove lasciarsi vivere senza servire. Non siamo stati creati per morire nell’egoismo, “distesi nella tomba”, come suggerisce il verbo greco originale.

La febbre della suocera di Pietro, infatti, era il sintomo di una malattia più profonda, il peccato che induce a scappare dalle incombenze serie della vita, quelle che chiamano a sacrificarsi e a donare la vita. 

Ma questa domenica ci viene di nuovo incontro Gesù con i suoi apostoli. C’è la Chiesa, che, come una madre premurosa, si preoccupa di noi e “ne parla con il Signore”. E’ la sua prima missione: pregare, implorare, affidare. Come diceva Santa Caterina da Siena, spesso accade che sia molto più fecondo parlare a Dio degli uomini che non di Dio agli uomini.

Per questo la Chiesa vive con Gesù come in un “eremo”, traduzione letterale del “luogo solitario” dove Egli “si ritira al mattino” per pregare. La preghiera incessante e illuminata dall’aurora della Pasqua è il grembo da cui nasce ogni missione.

Ami davvero tuo figlio? Parla di lui al Padre. Senza questa preghiera la Chiesa e ciascuno di noi sbaglierà tempi e parole. Si tratta invece di “alzarsi”, ovvero risuscitare con Cristo ogni giorno “quando” per il mondo “è ancora buio”.

E con Gesù intercedere facendo nomi e cognomi, perché a tutti giunga “il giorno senza tramonto” della vittoria sul peccato e la morte. Come è giunto alla suocera di Pietro. Nei pochi gesti di Gesù, infatti, è racchiusa la Pasqua che l’ha guarita: si “accosta”, le “afferra la mano” e la “solleva”.

I verbi originali ci riportano all’incontro di Giacobbe con Rachele: mentre Giacobbe era in viaggio verso la terra dello zio Labano si imbatte in un pozzo coperto da una grossa pietra che, secondo la traduzione del Targum, per spostarla ci sarebbero voluti dieci pastori. Accanto al pozzo vi erano tre greggi e la loro bellissima pastorella, Rachele, della quale Giacobbe si innamora perdutamente.

Acceso dal fuoco dell’amore Giacobbe si “accosta” alla pietra, la solleva e così riesce a far bere le greggi di Rachele. Un midrash ci dice che ciò è stato possibile perché “una rugiada di risurrezione discese dai cieli su Giacobbe rendendolo coraggioso e forte. Grazie a questa potenzarotolò la pietra dalla bocca del pozzo, e le acque salirono dalle profondità, traboccarono e inondarono. I pastori stavano in piedi, stupefatti, perché non era più necessario il secchio per attingere”.

I verbi che compaiono nella versione greca della Septuaginta del brano in questione e nel Vangelo di oggi coincidono: come Giacobbe si è chinato sulla pietra per sollevarla, così Gesù “si accosta” alla suocera di Pietro per afferrarla con forza e tirarla su.

In entrambi i casi la stessa potenza discende dal Cielo come una rugiada di risurrezione, profezia di quando Cristo avrebbe rotolato la pietra del suo sepolcro. Dunque, la suocera di Pietro è stata guarita dall’amore di Cristo per l’umanità schiantata dalla febbre. 

E come accadde a Giacobbe che per sposare Rachele ha servito suo padre Labano per lunghi anni, così per la suocera di Pietro il frutto della risurrezione è stato la “diaconia”, il servizio che sgorga dall’amore gratuito che le ha cambiato il cuore. 

Il miracolo, infatti, è molto più di una semplice guarigione, consiste in un cambio di natura: Gesù si accosta a ciascuno di noi per sollevare la pietra che ci chiude nel peccato e risuscitarci. E’ vero “che un soffio è la nostra vita”. Ma non è vero che “il nostro occhio non rivedrà più il bene”.

Lo possiamo cominciare a vedere oggi nella liturgia, e poi nel cammino quotidiano di conversione dietro a Gesù. Per servire, infatti, è necessario essere “liberi da tutti” come Lui che non si trattiene nel luogo dove “tutti” vengono a “cercarlo”. La traduzione italiana resa con “si misero sulle sue tracce” non ci aiuta a capire. L’originale dice che “lo braccavano”, e si tratta dello stesso verbo utilizzato per l’inseguimento del Popolo di Israele da parte dell’esercito del Faraone.

Allora capiamo che cosa voleva dire Gesù quando ha risposto ai discepoli: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono uscito!”. Voleva illuminare il carattere profetico di quell’atteggiamento. Come Mosè uscì dall’Egitto alla testa del Popolo, anche Lui doveva “uscire” dalla morte sul far del mattino, per condurre l’umanità fuori dalla schiavitù del peccato.

E come Mosè aveva ammutolito i sapienti del faraone con segni e prodigi, così Gesù faceva tacere il demonio con i suoi miracoli. Non doveva riconoscere Gesù, perché lo avrebbe fatto a modo suo, mentendo. Gesù non era il Messia che il demonio avrebbe “confessato”, un ribelle come lui, un ideologo rivoluzionario e romantico. 

Era invece il Servo di Yahwè, fattosi peccato per salvare i peccatori. I miracoli erano i segni dell’amore con cui si “accostava” a loro per sanarli e chiamarli alla fede. Per questo sfuggiva alla fama e alla gloria umana, veleni mortali per la sua missione di “predicare” il Vangelo sino ai più piccoli “villaggi” della Galilea.

Perché ciò che guarisce il cuore è la stoltezza della predicazione che si compie sulla “porta” della “casa di Pietro”. Essa è l’immagine della Chiesa dove può radunarsi “tutta la città”, cioè tutti gli alienati e i disperati, perché solo lei può dischiudere il cammino di ritorno a Dio per ogni “infermo e indemoniato”.

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