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Gesti e movimenti del sacerdote durante la celebrazione

Rubrica di teologia liturgica a cura di don Mauro Gagliardi


di Mauro Gagliardi*

ROMA, mercoledì, 6 aprile 2011 (ZENIT.org).- La Sacrosanctum Concilium insegna che nella liturgia «la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi» (n. 7). Il fatto che il culto divino sia contrassegnato dalla presenza di segni percepibili coi sensi esterni si spiega in base alla natura dell’uomo, essere corporeo-spirituale. Così annota il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Nella vita umana segni e simboli occupano un posto importante. In quanto essere corporale e spirituale insieme, l’uomo esprime e percepisce le realtà spirituali attraverso segni e simboli materiali. In quanto essere sociale, l’uomo ha bisogno di segni e di simboli per comunicare con gli altri per mezzo del linguaggio, di gesti, di azioni. La stessa cosa avviene nella sua relazione con Dio» (n. 1146). In queste brevi note, vogliamo soffermarci sui segni liturgici della gestualità e del movimento, limitandoci a considerare il solo sacerdote celebrante.

È noto che la forma straordinaria del Rito Romano fornisce indicazioni precise e di dettaglio sui gesti e i movimenti che il sacerdote deve compiere nella liturgia. L’Ordinamento del Messale di Paolo VI è al riguardo più sobrio, anche se non mancano numerose indicazioni. Proponiamo alcuni esempi (corsivi nostri):

– «Se si usa l’incenso, prima di incamminarsi, il sacerdote pone l’incenso nel turibolo e lo benedice con un segno di croce senza dire nulla» (IGMR, n. 120).

– «Arrivati all’altare, il sacerdote e i ministri fanno un inchino profondo» (n. 122).

– «Il sacerdote invita il popolo alla preghiera, dicendo a mani giunte: “Preghiamo”. […] Poi il sacerdote, con le mani allargate, dice la colletta» (n. 127).

– «Mentre si canta l’Alleluia o un altro canto, se si usa l’incenso, il sacerdote lo amministra e lo benedice. Quindi, a mani giunte, e inchinato profondamente davanti all’altare, dice sottovoce: “Purifica il mio cuore”» (n. 132).

– «All’ambone il sacerdote apre il libro e, a mani giunte, dice: “Il Signore sia con voi”, mentre il popolo risponde: “E con il tuo spirito”; quindi: “Dal Vangelo secondo N.”, tracciando con il pollice il segno di croce sul libro e su di sé, in fronte, sulla bocca e sul petto […]. Il sacerdote bacia il libro, dicendo sottovoce: “La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati”» (n. 134).

– «Deposto il calice sull’altare, il sacerdote, inchinato profondamente, dice sottovoce: “Umili e pentiti”» (n. 143).

– «Poi, rivolto all’altare, il sacerdote dice sottovoce: “Il Corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna”, e con riverenza assume il Corpo di Cristo. Quindi prende il calice, dicendo sottovoce: “Il Sangue di Cristo mi custodisca per la vita eterna”, e con riverenza assume il Sangue di Cristo» (n. 158).

– «Il sacerdote, allargando le mani, saluta il popolo, dicendo: “Il Signore sia con voi”[…]. Il sacerdote, congiungendo di nuovo le mani subito, mettendo la mano sinistra sul petto e alzando la destra, soggiunge: “Vi benedica Dio onnipotente”, e, tracciando il segno di croce sopra il popolo, prosegue: “Padre e Figlio e Spirito Santo”» (n. 167).

Tra i testi qui riportati, più d’uno fa riferimento al gesto di inchinarsi profondamente. In effetti, l’Ordinamento del Messale individua due tipi di inchino, quello fatto solo col capo e quello profondo di tutto il corpo:

«a) L’inchino del capo si fa quando vengono nominate insieme le tre divine Persone; al nome di Gesù, della beata Vergine Maria e del Santo in onore del quale si celebra la Messa. b) L’inchino di tutto il corpo, o inchino profondo, si fa: all’altare; mentre si dicono le preghiere “Purifica il mio cuore” e “Umili e pentiti”; nel Simbolo [Credo] alle parole: “E per opera dello Spirito Santo”; nel Canone Romano, alle parole: “Ti supplichiamo, Dio onnipotente”. Il diacono compie lo stesso inchino mentre chiede la benedizione prima di proclamare il Vangelo. Inoltre il sacerdote si inchina leggermente, alla consacrazione, mentre proferisce le parole del Signore» (n. 275).

Si trovano ulteriori precisazioni nel Cerimoniale dei Vescovi, che ad esempio indica il modo in cui si tengono le mani (leggermente elevate ed allargate) durante le orazioni (n. 104); o specifica il modo esatto di tenere le mani giunte (n. 107 nota 80). Si noti che i testi, sia del Messale che del Cerimoniale, parlano di «mani» e non di «braccia» allargate, quindi il gesto è compiuto dalle sole mani (con inevitabile movimento degli avambracci), mentre le braccia devono rimanere aderenti al corpo.

Da questi pochissimi cenni, del tutto insufficienti a trattare un tema che è ben più importante di quanto non possa apparire, emerge quanto meno l’indicazione che il sacerdote non può muoversi e gesticolare a suo piacimento durante il rito liturgico, così come egli non può, ad esempio, vestirsi come vuole. Come egli si riveste di abiti sacerdotali fissati dalla Chiesa, che indicano il suo essere strumento di Cristo, il celebrare in persona Christi, così dovrà conformarsi alla gestualità fissata dalla Chiesa per lo svolgimento del rito. Quando il sacerdote celebra la sacra liturgia, non deve impersonare se stesso – quindi non può essere disinvolto e spontaneo nel portamento. Egli rappresenta al vivo Cristo e la Chiesa e deve perciò esprimere la loro gestualità più che la sua. Non è più lui che vive, ma Cristo vive in lui. Ciò si rende visibile anche attraverso quei segni sensibili che sono i gesti e i movimenti compiuti nella liturgia.

È altresì ovvio che l’attenzione alla corretta gestualità liturgica non deve scadere nell’estetismo o in una sorta di “fariseismo” liturgico. Ma questo non rappresenta un rischio ai nostri giorni, in cui molto più frequente è la tentazione di celebrare “come viene naturale”. Spesso non si seguono le indicazioni dei libri liturgici – anche perché non sono conosciute – e si fa strada una gestualità eccessiva, ridondante, in certi casi quasi teatrale. Insegna Benedetto XVI: «La semplicità dei gesti e la sobrietà dei segni posti nell’ordine e nei tempi previsti comunicano e coinvolgono di più che l’artificiosità di aggiunte inopportune» (Sacramentum Caritatis, n. 40).

Di qui il dovere per ogni sacerdote di conoscere bene i praenotanda dei libri liturgici anche riguardo a questi aspetti, per nulla secondari. Compiere nel modo giusto i gesti e i movimenti della liturgia esprime visibilmente nel corpo – e al tempo stesso accompagna e sostiene – la lode e adorazione prestate dall’anima. Il buon esempio dei sacerdoti celebranti sarà di enorme aiuto a tutta l’assemblea radunata per il culto divino.

[Il prossimo articolo della rubrica sarà pubblicato il 20 aprile]

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*Don Mauro Gagliardi è Ordinario della Facoltà di Teologia dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

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