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Genitori uniti contro il gender, “emergenza sociale e antropologica”

Parla una responsabile del Comitato Articolo 26, iniziativa promossa da genitori italiani per arginare il ‘gender’ nelle scuole

Stavolta è proprio il caso di dirlo: all’estero sono più avanti di noi. In Germania, intramontabile locomotiva d’Europa, si è persino arrivati a spedire un mandato d’arresto a genitori riluttanti all’idea che una loro figlia di otto anni partecipi a corsi extracurriculari a scuola impregnati di ideologia gender. Un’educazione di Stato che si fa repressiva, la quale agita il sinistro spettro che le lancette della storia possano tornare indietro. È per questo che un sempre più alto numero di famiglie in tutta Europa sta insorgendo: prima che la degenerazione diventi la norma, si costituiscono associazioni e comitati per riaffermare il diritto prioritario dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e per arginare l’ingresso nelle scuole di culture di decostruzione antropologica. Tra le varie iniziative in questo senso, in Italia si è formato il Comitato Articolo 26. Nel giorno in cui inizia la “Settimana nazionale contro la violenza” indetta dal Miur, ZENIT ha intervistato Maria Chiara Iannarelli, docente di scuola primaria e madre di cinque figli, responsabile del Comitato Articolo 26.

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Da che deriva la scelta di dar vita a questo Comitato?

L‘iniziativa deriva dalla necessità di non sentirsi soli di fronte all’arrivo delle teorie di “genere“ nelle scuole italiane e dalla volontà di affermare quanto riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’art. 26: “I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”. Il cuore del Comitato è l’alleanza tra genitori, specialisti e docenti che, da dentro la scuola, confermano la pericolosità di tali iniziative. L’obiettivo non è solo monitorare ma anche impegnarsi per una continuità educativa tra scuola e famiglia. Sempre più genitori si stanno collegando per affrontare questa emergenza, sociale ed antropologica, con forme pacate ma assertive.

A proposito di teorie di “genere”, di recente avete messo a disposizione dei genitori degli alunni un documento che è una richiesta di consenso informato per i dirigenti scolastici. Di cosa si tratta?

È un semplice strumento con cui richiedere che la scuola informi sulle attività che riguardino questioni connesse con la sfera affettiva e sessuale dei discenti, al fine di poter valutare se dare o meno il consenso alla partecipazione dei propri figli. Non sempre c’è trasparenza sui contenuti dei progetti o sui requisiti degli esperti esterni di cui la scuola si avvale. In altri casi le istituzioni o i docenti promuovono attività che non tengono conto delle convinzioni delle famiglie. In diversi nidi, si sono  proposte fiabe gay a bambini di due o tre anni, il che sta suscitando un‘ovvia preoccupazione. Riteniamo che questo approccio, pur con condivisibili finalità, adotti una metodologia inammissibile e manifesti purtroppo visioni a senso unico. Noi incoraggiamo i genitori a prendere in mano il compito dell’educazione, che non ammette deleghe.

A settembre si è tenuto a Roma un convegno nazionale dal titolo “Educare alle differenze”. Quali obiettivi si prefiggeva?

Al convegno, organizzato da Scosse – l’associazione che ha formato educatrici di 17 scuole d’infanzia e asili di Roma – hanno partecipato realtà del femminismo radicale e del movimento Lgbt – con la finalità di rinforzare nelle scuole le iniziative basate sull’identità di genere e sull’“educazione alle differenze“. Come emerge dai documenti prodotti – che sono diffusi in rete – però, in sostanza si é discusso solo di discriminazioni in base all’orientamento sessuale. È stata affermata la necessità di promuovere nella scuola, già dalla fascia 0/6 anni, “l’ingresso del transgenderismo, dell’intersessualismo e del transessualismo”, di conoscere e attuare  le linee guida dell’Oms (Standard per l’Educazione Sessuale  in Europa, ndr), le quali propongono tra l’altro la masturbazione infantile precoce per i bambini tra gli 0 e i 4 anni. È legittimo esprimere delle riserve? Quali riferimenti culturali ci sono dietro certi progetti educativi, se queste sono le premesse? È giusto tacciare genitori che si interessano di tali tematiche di alzare polveroni, a motivo di personali ed esagerate convinzioni, e di non educare i loro figli all’accoglienza? È lecito ritenere che il richiamo all’inclusione non giustifichi certe proposte? Nell‘evento è stata richiesta la diffusione dei libricini dell’Unar già ritirati dal Miur ed elaborati dall’istituto Beck, all’interno di una strategia cui hanno collaborato 29 associazioni Lgbt e nessuna associazione di genitori.

L’accusa più frequente che viene rivolta a chi si oppone a questi progetti scolastici, è quella di omofobia. Può spiegarci perché una mobilitazione come la vostra non ha nulla a che vedere con le discriminazioni verso qualcuno?

È triste constatare come la discussione di certi temi sia stata viziata e venga posta esclusivamente in chiave polemica. Questo è fuorviante. Cosa c’entra la necessità di educare i giovani al rispetto di tutti, con la pretesa – non dimostrata pedagogicamente – di spingerli ad una precoce sessualizzazione, all’indifferentismo sessuale, ingenerando confusione sul proprio orientamento sessuale? Ritenere che non si nasca maschi e femmine, ma si possa scegliere e mettere in discussione il naturale concetto di famiglia é quanto sotteso alle iniziative fondate sulle “teorie di genere” e oggi diffuse senza considerare le situazioni individuali degli alunni, il contesto familiare e senza un dibattito sociale, politico e scientifico. Non è accettabile che qualsiasi affermazione critica a riguardo sia bollata come volontà di discriminare, in un Paese che tra l’altro è stimato tra i più gay friendly al mondo. Questo è pericoloso anche sul piano sociale; potrebbe ingenerare quelle divisioni che si dice voler combattere. Il nostro Paese oggi non ha bisogno di questo. Noi desideriamo inquadrare le specifiche questioni nel dialogo, su un piano razionale, senza fare ideologia, soprattutto sulla pelle dei bambini. È stato fatto intendere che le nostre siano posizioni di parte. Noi ribadiamo che si tratta di una questione di ragione e di buon senso, condivisibile da tutti, e che occorra urgentemente informarsi su cosa sta davvero accadendo .

In Francia lo scorso anno i genitori sono riusciti a realizzare un’ampia campagna di protesta contro l’introduzione dell’ideologia gender nelle scuole. Essa è culminata con il boicottaggio dall’esplicativo nome “Un giorno al mese senza scuola”. In Italia si sta pensando a qualcosa di simile?

In Italia una proposta analoga, del tutto condivisibile, è stata ipotizzata nei mesi scorsi dall’Age, storica associazione di genitori. Tutti chiaramente auspichiamo che non si debba arrivare a tanto e che la scuola rispetti quanto riconosciuto ai genitori dall’art. 30 della nostra Costituzione: “È dovere e diritto dei genitori mantenere istruire ed educare i figli”. I genitori si aspettano oggi questo riconoscimento con ancor maggiore determinazione.

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