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Gaza. Apertura di una Porta Santa nella “grande prigione a cielo aperto”

Il 20 dicembre il Patriarca Twal aprirà la Porta Santa nella piccola chiesa della Sacra Famiglia. “Un bicchiere d’acqua fresca” per i cristiani del luogo, commenta il parroco

Nella Striscia di Gaza, terra lacerata dai conflitti e dal blocco israeliano in atto dal 2007, si attende con palpitazione l’inizio dell’Anno Santo della Misericordia. La data più attesa per i cattolici è il 20 dicembre, quando il Patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, aprirà una Porta Santa nella piccola parrocchia della Sacra Famiglia. Si stima che la varcheranno in meno di 200, tanti sono i fedeli della Striscia di Gaza.

L’apertura del Giubileo della Misericordia, indetto da papa Francesco, è, per i cristiani di Gaza, “come un bicchiere di acqua fresca per l’assetato, un tempo di verifica e di impegno per proseguire con coraggio sulla strada tracciata dal Vangelo”. Così padre Mario da Silva, religioso brasiliano dell’Istituto del Verbo Incarnato, che ha preso il posto del confratello argentino padre Jorge Hernandez.

“E pensare – rivela ancora il sacerdote all’agenzia Sir – che all’inizio erano due le Porte Sante previste nella diocesi: una a Nazareth e l’altra nella basilica del Getsemani, presso l’Orto degli Ulivi, a Gerusalemme. Abbiamo detto al patriarca Fouad Twal che sarebbe stato impossibile, per noi, uscire dalla Striscia per venire a celebrare il Giubileo. Così ha voluto che nella nostra parrocchia fosse aggiunta una terza Porta Santa. Sarà lo stesso patriarca ad aprirla il 20 dicembre in occasione della tradizionale celebrazione natalizia”.

Padre da Silva parla poi della lenta ricostruzione di Gaza, dopo i bombardamenti dell’ultimo conflitto dell’estate 2014. “La disoccupazione è drammatica – aggiunge -. Quella giovanile si attesta al 40%. Non ci sono soldi per vivere. E i giovani non possono emigrare perché non viene loro permesso. Possiamo contare solo sugli aiuti umanitari esterni, quando viene concesso di entrare nella Striscia”. Sostegno alla società gazawa giunge anche dalla comunità cristiana locale grazie “alle cinque scuole che gestisce, a un ospedale, a una casa di accoglienza e ad altri segni visibili come la clinica mobile di Caritas Gerusalemme”. Si tratta di gesti concreti, aggiunge padre Mario, “resi possibili solo grazie a tante Chiese del mondo”.

Secondo il sacerdote brasiliano, “vivere in questa grande prigione a cielo aperto non fa che alimentare nella popolazione risentimento, rancore e senso di impotenza”. E racconta di tre ragazze palestinesi di fede cristiana che vogliono sposarsi in una località venti km fuori dalla Striscia. “Sto cercando di ottenere per loro un visto per uscire. Il rifiuto israeliano di concederlo acuisce sentimenti di rancore e di odio dovuti alla mancanza di libertà”. E “l’odio che si percepisce a Gaza è davvero grande” riconosce senza troppi giri di parole il parroco.

Odio che la Chiesa tenta di lenire seminando parole di “perdono e di riconciliazione”. “Tra i cristiani possiamo predicare il Vangelo ma non tra i musulmani con i quali cerchiamo di tessere relazioni di rispetto e conoscenza anche attraverso la solidarietà. Muoversi in questo clima di odio è difficile, e sono convinto che più di tante parole valga l’esempio. Vivere in armonia ci fa stare meglio soprattutto se intorno a noi trionfano abusi e ingiustizie”.

Non mancano poi i timori per un crescente integralismo islamico nella Striscia, con possibili infiltrazioni dell’Isis. “La persecuzione esiste – conclude – ma noi siamo chiamati a rimanere fedeli e a predicare misericordia e perdono. Quello che ci aspetta è un tempo di grazia per tutti”.

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