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Baby / Pixabay CC0 - PublicDomainPictures

Furbizia dell’Innamorato

“Ogni vostra preoccupazione gettatela in me” (dice Dio)

Hai mai osservato quante volte il bambino va e viene dal gioco alla mamma e, viceversa, dalla mamma al gioco? Si direbbe che quando è al gioco pensa alla mamma e quando è con la mamma pensa al gioco. Comunque questa continua spola è, a sua volta, un gioco prezioso perché giocando, il bambino esprime la gioia di essere con la mamma e, stando in braccio alla mamma, racconta imprese e riassapora le sorprese del gioco. Non si permette di giocare se il pensiero dominante non è la mamma, né corre dalla mamma se non per poter tornare a giocare con felicità accresciuta.

Si potrebbe dire che mentre gioca sta con la mamma e mentre sta con la mamma continua a giocare.

La sua mente, di tanto in tanto, è attraversata da qualche nube, ansia, paura. Quelli sono i momenti in cui, con più intensità, fissa il volto, gli occhi della mamma che puntualmente non gli fa mancare la risposta rassicurante: un sorriso, un cenno di attenzione, una carezza, un gesto di gioia: l’amore.

Quando la mamma lo porta a dormire, il bambino non può addormentarsi se la mamma non è con lui. Se stenta ad addormentarsi è forse perché teme che, quando chiude gli occhi, la mamma si allontani; ma quando è certo della sua presenza costante, entra in uno stato di fiduciosa serenità che gli fa chiudere gli occhi per continuare, nel sogno, a stare con la mamma. Lo chiamerei il “sonno della fiducia”. Vorrei dire che il bambino “dorme per fiducia”; si abbandona tanto da perdere ogni rapporto col mondo esterno. Dorme; gli occhi sono chiusi; ma nel sonno il rapporto di totale fiducia con la mamma è più vero e più profondo. Anche nel sogno, quasi in un volo, continua il suo andirivieni come in un gioco d’amore. E’ un riposo vero, direi paradisiaco, quello che il piccolo vive nel “sen che mai non cangia”.

Un bambino senza la mamma non si può immaginare, né può avere respiro se non è continuamente e stabilmente in rapporto con la mamma. Un bambino che dorme in braccio alla mamma è per tutti il monumento della fiducia e dell’amore:  è un’opera d’arte che definisce la grandezza della mamma e del bambino. Proclama la mamma quale invenzione dell’amore del Padre e dice a tutti la grandezza del figlio, frutto della collaborazione della mamma con il Creatore.

Prova ad immaginare quale tradimento può patire il bambino se al suo risveglio non vede subito accanto a sé la mamma che, al primo vagito, accorre immediatamente, scusandosi con mille coccole di essersi momentaneamente assentata, ma proprio per badare a lui.

Quante volte, pur stando nella stanza accanto alla cucina dove lavora la mamma, il bambino la chiama, va da lei per mille motivi veri o pretestuosi o perché deve risolvere qualche problema, piccolo o grande, o perché ne ha combinate una delle sue, o perché gli è accaduto o ha visto o ha sentito qualcosa di strano, o perchè si è fatto male. La soluzione, il riferimento è sempre e unicamente la mamma. La stella polare del suo andare, del suo stare è solo lei. Se eventualmente qualcosa lo potesse distrarre, distogliere o mettere in conflitto, è sempre la mamma l’ago della bilancia che riporta l’equilibrio; il centro del suo cuore non può essere che lei.

Corre e ritorna mille volte con pretesti talvolta insignificanti. Ma le motivazioni, per quanto piccole possano sembrare, sono sempre di grande importanza per il bambino: sono occasioni d’oro per incontrare e vedere la mamma; e, per la mamma, occasioni per far crescere il suo tesoro, con il suo continuo sguardo. Sguardo ricco di quel sentimento amoroso che “intendere non può chi non è madre”; clima vitale che godere non può chi non è “figlio”.

Questo ininterrotto e serrato rapporto tra bambino e mamma e tra mamma e bambino assomiglia, anzi è lo stesso rapporto che Dio ha da sempre pensato tra lui e le sue creature: gli uomini. Dio sa che gli uomini sono veramente tali, solo se mantengono questo rapporto con Lui. Gli uomini, come il bambino, sono pieni di preoccupazioni, di problemi, di ansietà, di dubbi, di dolori, di incertezze, angosce. Cadono nella disperazione se non hanno “Dio come papà”.

Ma appena intessono un rapporto, per quanto inizialmente debole, con Dio-papà, allora ha inizio anche per loro la fortunata rincorsa a diventare cristiani maturi, cioè “bambini” del regno dei cieli. La maturazione dell’uomo sta proprio nel crescere in fiducia fino a diventare “bambino”.  “Bambino evangelico” è ogni uomo che si lascia impastare di sola fiducia in Dio. La collaborazione più efficace che l’uomo può dare all’opera di Dio in lui è quella di “lasciarlo fare e lasciarsi fare da Lui.”

“Ogni vostra preoccupazione gettatela in me”.

Questa, più che una esortazione, mi pare un comando. Ogni preoccupazione: anche per l’adulto allora non ci sono preoccupazioni piccole o grandi, motivazioni più o meno valide, miserie più o meno pesanti, dolori più o meno gravi, ma sono tutte preoccupazioni da “gettare in Dio-papà”; occasioni diventate preziose perché provocano l’incontro dell’uomo con Dio e donano a Dio la gioia di incontrarsi con l’uomo. Si, è vero: “C’è più gioia in Cielo per uno che si converte”. Chi ritorna rallegra il Paradiso. Il Padre imbandisce la tavola per manifestare la sua gioia per l’incontro con il figlio. Il figlio rimane strabiliato per tanta festa; s’accorge che, portando a casa i suoi stracci, porta al Padre se stesso: il tesoro.

E’ altissima pedagogia di Dio chiedere, anzi comandare all’uomo di non perdere nessuna occasione di correre da Lui per “donargli” immediatamente, sempre e comunque ogni genere di preoccupazione. Correndo spesso a Dio, l’uomo conosce sempre meglio quanto Dio lo ami e offre a Dio la preziosa occasione di far conoscere all’uomo la sua fantasia da innamorato che non può non amare.

Ecco perché l’uomo ogni volta che corre a Dio a domandare perdono può cantare “felice colpa” che gli merita di incontrare e conoscere tanto amore; ecco perché ogni volta che incontra il Papà, l’uomo può gloriarsi delle proprie infermità che gli rivelano l’infinita Sua misericordia; ecco perché, tornando a casa può ringraziare delle proprie debolezze che lo fanno capace dell’onnipotenza; ecco perché sedendosi di nuovo al gioioso banchetto del perdono, l’uomo può cogliere l’amore e la gioia del Padre; ecco perché può perfino “gloriarsi” del fallimento dove sperimenta quel nulla che può possedere il tutto, quell’abisso che può contenere Dio.

Al risveglio può capitare al bambino di non trovare subito accanto a sè la mamma, ma a nessuno mai può capitare che Dio, anche solo per un istante, gli sia assente. Lui  ti è sempre presente; è intimo a te più di te a te stesso; ti è più intimo del sangue che scorre nelle tue vene. “In Lui viviamo, ci muoviamo e siamo”.

L’uomo, in questo gioco d’amore, va sempre in cerca dell’Amore e ne scorge l’immagine in ogni cosa creata, lo ama presente in ogni persona dove Dio si nasconde per farsi cercare, ma si fa cercare per dare la gioia di lasciarsi trovare e incontrare.

Ecco la furbizia, ecco la fantasia del Dio-Innamorato che, pazzo d’amore per la sua creatura, la circuisce, la seduce e la tiene agganciata con innumerevoli pretesti e la protegge con infinita gelosia, fino a farla sua per sempre, come dice Agostino:  “Signore ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finchè – come la sposa dei cantici – non riposa in te”.  

L’uomo inizia così la sua conversione; in questo gioco d’amore,  va di sorpresa in sorpresa perché prende  finalmente coscienza di quanto Dio l’ha amato da sempre, con quale fantasia lo sta amando e con quali immensi prodigi lo amerà in eterno.

L’eternità non basterà ad esaurire lo scatenarsi delle sorprese di questo Amore, né basterà a contenere le più fantasiose espressioni riconoscenti dell’uomo, sbalordito di sentirsi al centro dell’universo, nel cuore di Dio che, dall’eternità, è innamorato di lui.

Ciao da p. Andrea

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