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Funzione materna e paterna nella nascita della soggettività

Nell’incontro con il legame familiare, che è la trasmissione di qualcosa che va al di là della vita biologica, il bambino diventa soggetto

Qui  di seguito una serie di riflessioni sulla funzione materna e paterna nello sviluppo psichico del bambino, con particolare attenzione al nostro tempo, un tempo di profonda mutazione, nel quale il legame familiare è sottoposto a facili equivalenze, decisamente poco appropriate.

L’intento di chi scrive è di mettere in evidenza la particolarità propria di ciascuna di queste due funzioni, provando a tracciare la linea di demarcazione che consente di distinguerle nella loro specificità.

Oggi una parte considerevole della psicologia tende a far sfumare questa distinzione dentro un contenitore più ampio, “ecumenico”, che è il concetto di funzione genitoriale, disperdendo in tal modo una distinzione che mantiene invece una rilevante importanza clinica.

È vero che siamo in un tempo di profondo cambiamento dell’istituto familiare, che la famiglia nella nostra società non è più quell’entità monolitica che era fino a 30-40 anni fa e non è più così scontato che un bambino cresca con la propria madre e il proprio padre.

Ciononostante funzione materna e paterna sono qui intese come dimensioni strutturali e dunque come qualcosa che va al di là delle particolari contingenze storico sociali e delle inevitabili trasformazioni che caratterizzano la storia di ogni comunità umana.

Innanzitutto l’esperienza della psicoanalisi insegna che la soggettività non è un dato costituzionale, non è qualcosa d’innato: è piuttosto un prodotto, è un effetto che si può attivare o meno.

Come a dire: la nascita della soggettività avviene in un tempo logico secondo rispetto alla nascita biologica e affinché questa “seconda nascita” abbia luogo, essenziale sarà l’incontro che il neonato realizza con il legame familiare.

Nel 1969 Jaques Lacan, in un breve scritto dal titolo Nota sul bambino, con quello stile enigmatico che è il tratto distintivo del celebre psicoanalista francese, sostiene una tesi che, se rapportata al nostro tempo, non è solo una tesi di valore clinico, ma per certi versi anche politico.

Dice Lacan:

“La funzione di residuo che la famiglia coniugale sostiene (e al tempo mantiene) nell’evoluzione delle società valorizza l’irriducibilità di una trasmissione che è di un ordine diverso rispetto alla trasmissione della vita basata sulla soddisfazione dei bisogni. Essa è infatti di costituzione soggettiva, in quanto implica una relazione con un desiderio che non sia anonimo”.

Cosa intende Lacan?

C’è qualcosa di insostituibile nella famiglia ai fini della costituzione della soggettività del bambino e perché dunque si realizzi quella “seconda nascita” di cui sopra. In altri termini il legame familiare è qualcosa che non può essere surrogato da altri istituti differenti da quello familiare.

È soltanto nell’incontro con il legame familiare che il bambino ha la possibilità di ricevere una “trasmissione che è di un ordine diverso rispetto alla trasmissione della vita basata sulla soddisfazione dei bisogni”.  Di quale trasmissione di ordine diverso si tratta?

Affinché il neonato possa diventare soggetto, affinché passi dall’esser corpo nell’urgenza del bisogno, dall’essere quel grido di cui parla Freud nel Progetto di una psicologia, alla possibilità di diventare soggetto, è necessario che incontri nel legame familiare la trasmissione di qualcosa che va al di là della vita biologica. In altri termini la vita si umanizza, la vita non si riduce a una pura e semplice coincidenza con il corpo biologico, soltanto se si realizza l’incontro con qualcosa di più del semplice accudimento del bisogno.

Ciò che il neonato deve poter incontrare è, dice Lacan, la trasmissione del desiderio. Quale desiderio? Deve trattarsi di un “desiderio che non sia anonimo”, cioè un desiderio che si incarni in una passione, che sia testimoniato dalla vita. Possiamo dire che funzione materna e paterna sono i due modi attraverso i quali si declina l’incontro fondamentale con il desiderio.

Più nello specifico: il neonato incontra il desiderio anzitutto nella capacità materna di dare“cure che portano il marchio di un interesse particolareggiato”. In altri termini il bambino incontra nella funzione materna la capacità di particolarizzare le cure, cioè di fornire cure che non siano anonime e impersonali, ma piuttosto il segno di un interesse particolare, specifico, di quella madre per quel bambino.

Questa capacità tutta materna di particolarizzare le cure, è ciò che permette al bambino di percepire se stesso e la propria esistenza come qualcosa di prezioso, insostituibile, come qualcosa di cui la madre non può fare a meno. Per la psicoanalisi l’amore non è un sentimento universale, ma un sentimento particolare: l’amore materno non è un sentimento evanescente, non è l’amore per i bambini in generale, ma è, dice Lacan nel Seminario X, sempre “amore per il nome”, cioè amore del nome proprio del bambino, amore dell’essere particolare e irripetibile di quel bambino.

In questo l’amore materno ricalca l’amore di Dio per ogni uomo, quell’amore particolare di cui parla Gesù nel Vangelo quando dice “Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati (Mt 10,30)”.  Dall’altro lato possiamo dire che il bambino deve incontrare nella funzione paterna, più precisamente nel nome del padre, la possibilità di una “incarnazione della Legge nel desiderio”, la possibilità di consentire l’incontro tra la Legge e il desiderio.

Cosa significa più precisamente incarnare la Legge nel desiderio? Significa prima di tutto rappresentare la funzione del limite, dell’interdizione che salva la vita del figlio da una deriva nichilista e mortifera. In secondo luogo significa testimoniare che, affinché la Legge sia credibile, deve essere mostrata nel desiderio. In altri termini un padre è credibile se esso stesso per primo è sottomesso alla Legge e non identificato a essa, se non pensa cioè di essere lui la Legge (padre padrone). È in questo modo che può mostrare al figlio che solo nella sottomissione alla Legge c’è la possibilità di realizzare il desiderio nella sua alleanza con la Legge.

Non possiamo non sottolineare, in conclusione di queste riflessioni, come il nostro tempo sia il tempo nel quale la funzione paterna è entrata in crisi, sia il tempo, per citare ancora Lacan, dell’evaporazione del Padre e della conseguente deriva nichilistica e mortifera che caratterizza la società contemporanea.

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il dott. Samuele Cognigni è psicologo clinico-psicoterapeuta

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