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Papal briefing in the airplane after the trip in América Latina

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Francesco torna a Roma… con il crocifisso di Morales in valigia

Il discusso regalo del presidente boliviano, il disgelo Usa-Cuba, la crisi in Grecia, la coca, il Sinodo, Movimenti popolari, poveri, ricchi e ceto medio… Tutto nella lunga intervista del Papa di ritorno dall’America latina

Le luci della stanza di Casa Santa Marta possono tornare a riaccendersi: Francesco è tornato finalmente a Roma, dopo il viaggio a dir poco impegnativo che lo ha portato, in soli 8 giorni, a visitare Ecuador, Bolivia e Paraguay. Oltre 12 le ore di volo da Asunciòn a Roma-Ciampino, durante le quali il Papa si è concesso per oltre un’ora ai 75 cronisti e reporter presenti in aereo per la consueta conferenza stampa. Una conferenza ampia e articolata, dove sono stati posti all’attenzione del Papa diversi argomenti di stretta attualità, come la situazione in Grecia, il prossimo Sinodo e il viaggio a Cuba e Stati Uniti, e richiamate alcune parole fondamentali del Pontefice in terra latinoamericana. 

Il crocifisso di Morales è rimasto in Bolivia? “No, lo porto con me”

Non sono mancate, tuttavia, le curiosità: ad esempio, “cosa ha provato quando ha visto la falce il martello con il Cristo sopra” regalato dal presidente Evo Morales?, ha domandato una cronista. E soprattutto “dove è finito?”. “Lo porto con me”, ha risposto Francesco, cogliendo di sorpresa i giornalisti aggiornati alle voci del 10 luglio scorso, secondo cui l’atipico dono del capo di Stato – una riproduzione di un crocifisso realizzato dal sacerdote gesuita Luis Espinal – sarebbe stato lasciato in Bolivia ai piedi della Vergine di Copacabana, patrona del paese, insieme all’altra onorificenza: una placca in argento con riprodotta la medesima immagine.

Solo quest’ultima è stata lasciata alla Madonna, ha confermato Bergoglio, mentre il discusso crocifisso è tornato a Roma nella valigetta nera. “Io mai ho accettato un’onoreficenza”, ha spiegato il Pontefice, “non mi viene… ma lui (Morales ndr) lo ha fatto con tanta buona volontà e con il desiderio di farmi piacere. E ho pensato che questo viene dal popolo della Bolivia… Ho pregato su questo, e ho pensato: se lo porto in Vaticano questo andrà in un museo e nessuno lo vedrà. Allora ho pensato di lasciarlo alla Madonna di Copacabana, la Madre della Bolivia, e andrà al Santuario: sarà nel Santuario di Copacabana la Madonna con queste due onorificenze che ho consegnato. Invece il Cristo lo porto con me”.

Crocifisso di Espinal non era offensivo. Ma per capirlo bisogna fare ermeneutica

Ancora sul crocifisso, Francesco ha commentato: “Io ero curioso, non conoscevo questo e neppure sapevo che padre Espinal era anche scultore e poeta. L’ho saputo in questi giorni. L’ho visto e per me è stata una sorpresa”. Per il Papa, tuttavia, l’opera “si può qualificare come genere d’arte di protesta”, che – ha sottolineato – “in alcuni casi può essere offensiva, in alcuni casi no”. Per comprendere il crocifisso sulla falce e il martello bisogna quindi rievocare il contesto concreto in cui viveva padre Luis Espinal, ucciso dagli squadroni della morte nel 1980. “Era un tempo in cui la Teologia della Liberazione aveva tanti filoni diveri”, ha ricordato il Papa; uno di questi era “l’analisi marxista della realtà”, e anche della teologia, alla quale apparteneva Espinal. Da questa corrente è venuta fuori quest’opera: “Anche le poesie di Espinal sono di quel genere di protesta…”, ha detto Bergoglio, “era la sua vita, era il suo pensiero, era un uomo speciale, con tanta genialità umana, che lottava in buona fede”. Quindi “facendo un’ermeneutica del genere – ha soggiunto – io capisco quest’opera. Per me non è stata un’offesa. Ma ho dovuto fare questa ermeneutica e la dico a voi perché non ci siano opinioni sbagliate. Quest’oggetto ora lo porto con me, viene con me”.

“Mai preso coca!”

Con lo stesso spirito chiarificatore, il Santo Padre ha smentito ogni sua assunzione di foglie di coca, attraverso thè o tisane. “Qual è il segreto della sua energia che tutti abbiamo visto in questi giorni?”, era la domanda. “Qual è la sua droga? Quella era la vera domanda”, ha ribatutto con ironia Papa Francesco, precisando: “Il mate mi aiuta, ma non ho assaggiato la coca, questo sia chiaro!”.

Sinodo: “Dio renda puro ciò che ci sembra impuro”. Cioè?

Il Papa ha poi risposto ad una domanda circa la sua richiesta di preghiera per il Sinodo di ottobre, durante la Messa dedicata alla famiglia a Guayaquil, “perché Dio compia il miracolo anche con ciò che ci scandalizza e che ci sembra impuro”. Frase in cui alcuni vi hanno letto una anticipata apertura da parte del Vescovo di Roma alla questione dei divorziati risposati e delle coppie omosessuali. Bergoglio ha minimizzato: “Anche qui farò ermeneutica del testo. Stavo parlando del miracolo del buon vino alle Nozze di Cana. C’erano anfore d’acqua piene, ma servivano per la purificazione. Ogni persona che entrava alla festa faceva la sua purificazione e lasciava le sue sporcizie spirituali.. Gesù fa il vino proprio con l’acqua delle sporcizie, col peggio. Ho pensato di fare questo commento: la famiglia è in crisi, lo sappiamo tutti, basta leggere l’Instrumentum laboris del Sinodo. Facevo riferimento a tutto questo: che il Signore ci purifichi da tutto questo che è descritto da queste crisi, che ci faccia migliori e andiamo avanti. Ma i casi particolari sono tutti nell’Instrumentum”.

‘Disgelo’ Cuba-Stati Uniti: “Nessuno perde, entrambi guadagnano… la pace!”

Ampio spazio nell’intervista è stato dato al prossimo viaggio di settembre a Cuba e negli Stati Uniti, dove per la prima volta un Papa parlerà al Congresso Usa. “Toccherà i temi affrontati in questi giorni nel suo prossimo viaggio negli Stati Uniti e all’Onu?”, ha domandato una giornalista. “No”, ha risposto il Papa, “pensavo soltanto a questo viaggio concreto, e al mondo in genere. Il debito dei paesi nel mondo è terribile – ha aggiunto -, tutti i paesi hanno debiti… È un problema mondiale, ma non ho pensato particolarmente al viaggio negli Stati Uniti”. Interpellato sul ‘disgelo’ tra Avana e Washington, esattamente su cosa potrebbe ‘perdere’ Cuba in questo rinato rapporto, il Papa è stato chiaro: “Cosa perde Cuba, cosa perdono gli Stati Uniti? Tutti e due guadagneranno qualcosa e perderanno qualcosa. Perché in un negoziato è così. Quello che guadagneranno tutti e due è la pace. Questo è sicuro. L’incontro e l’amicizia e la collaborazione, questo è il guadagno! Ma cosa perderanno non riesco a pensare…”.

Cuba e la lacuna dei diritti umani

Circa le ‘lacune’ di Cuba sul tema del rispetto dei diritti umani, Francesco invece ha evidenziato che “i diritti umani sono per tutti e non si rispettano i diritti umani soltanto in uno o due paesi”, ma anzi sono “tanti i paesi del mondo dove non si rispettano i diritti umani”. Sullo stesso livello c’è anche la questione della libertà religiosa: “Pensate – ha detto il Papa – nel mondo ci sono paesi, anche qaulcuno europeo, dove non ti lascia fare un segno religioso per diversi motivi… E anche in altri continenti è lo stesso. Si, la libertà religiosa non è una uguale in tutto il mondo”.

“Mediato io per Cuba e Usa? Non ho fatto nulla, tutto merito loro!”

Infine, sulla sua mediazione per far riprendere, dopo 50 anni, i rapporti tra i due paesi – riconosciuta dagli stessi presidenti Obama e Castro – Bergoglio non ha voluto prendersi alcun merito, ma ha semplicemente spiegato che “il processo tra Cuba e Stati Uniti non è stata mediazione”, ma frutto di “un desiderio” e di una “buona volontà” manifestata da entrambe le parti. “Dico la verità: sono passati tre mesi e soltanto ho pregato, mi sono detto: ‘Che cosa si può fare con questi due dopo che sono più di 50 anni che stanno cosi?’. E poi il Signore mi ha fatto pensare ad un cardinale, che è andato lì, ha parlato… poi non ho saputo niente, sono passati mesi e un giorno il Segretario di Stato mi ha detto: ‘Domani avremo la seconda riunione con i due qui’. ‘Ma come?’. ‘Si, si, parlano…’. Solo è andato così, non c’è stata alcuna mediazione… Il merito è loro, che hanno fatto questo noi non abbiamo fatto quasi nulla”.

“Preghiamo per pace in Colombia e Venezuela”

La stessa speranza di pace il Papa la nutre per la Colombia, per cui ha auspicato che “non si fermi il processo di pace”: noi, come Santa Sede – ha assicurato – “siamo sempre disposti ad aiutare in tanti modi di aiuto, ma sarebbe una cosa brutta che non possa andare avanti”, considerando che tale processo va avanti da circa mezzo secolo “e non so quanti morti, ho sentito dei milioni…”. Anche in Venezuela, ha aggiunto, “la Conferenza Episcopale lavora per fare un po’ di pace, ma non c’è nessuna mediazione.”  

Crisi in Grecia: “Spero si trovi una strada per una soluzione”

Sempre in tema di politica estera, il Pontefice ha puntato un occhio alla intricata situazione di crisi in Grecia, che rischia di uscire dalla moneta unica. In particolare, la giornalista richiamava le parole nel discorso ai movimenti popolari, in cui il Papa esprimeva una dura reprimenda verso il “nuovo colonialismo”, “l’idolatria del denaro” e “l’imposizione dei mezzi di austerità che stringono la cintura dei poveri”. Il caso della Grecia, appunto.

“Io ho una grande allergia all’economia – si è subito giustificato Francesco – perché papà era ragioniere e quando non finiva il lavoro in fabbrica, lo portava a casa e stava la domenica su quei libri, in quei tempi dove i titoli si facevano in gotico, pure… E lavorava… E io vedevo papà…. E l’allergia…”. Io non capisco bene come è la cosa ma certamente sarebbe semplice dire la colpa è soltanto di questa parte”, ha affermato, “i governanti greci che hanno portato avanti questa situazione di debito internazionale hanno una responsabilità, con il nuovo governo greco si è avuta una revisione, un po’ più giusta no?”.

L’augurio del Santo Padre è che quindi si trovi “una strada per una soluzione del problema greco” e anche “una strada di sorveglianza” affinché altri paesi non ricadano nello stesso problema. Perché “quella strada dei prestiti, dei debiti, alla fine non finisce mai”. “Mi hanno detto – ha proseguito – un anno fa più o meno, che c’era un progetto all’Onu per il quale un Paese può dichiararsi in bancarotta, che non è lo stesso del default, ma non so come è andato a finire. Se un’impresa può fare una dichiarazione di bancarotta, perché un paese non può farlo e lo si aiuta?”.

Nuove colonizzazioni e l’abito del consumismo

Sulle nuove colonizzazioni, “evidentemente tutti vanno sui valori, sulla colonizzazione del consumismo”, ha chiosato Bergoglio. “L’abito del consumismo è stato un progresso di colonizzazione, che ti porta a un’abitudine che non è la tua e ti squilibra la personalità, la salute fisica e mentale, tanto per fare un esempio”.

Movimenti popolari: la Chiesa è vicina e dialoga con loro

Prima di passare ad un’altra domanda, il Papa ha voluto comunque chiarire anche la sua stretta ‘vicinanza’ ai Movimenti popolari, fenomeni presenti in tutto il mondo, anche in Oriente, nelle Filippine, in India, in Thailandia. Sono movimenti – ha spiegato – “che si organizzano tra loro non solo per fare una protesta ma per andare avanti e poter vivere, e sono movimenti che hanno forza. Sono tanti, sono persone che non si sentono rappresentate dai sindacati perché dicono che i sindacati sono una corporazione e non lottano per i diritti dei più poveri”. “La Chiesa non può essere indifferente, ha un dottrina sociale, e dialoga con loro”, ha affermato il Vescovo di Roma, insistendo: “La Chiesa non è lontana, ci aiuta a lottare. La Chiesa non fa un’opzione per la strada dell’anarchica. No, non sono anarchici, questi lavorano, fanno lavori con gli scarti, con le cose che avanzano”.

Sempre poveri e ricchi. E il ceto medio?

A proposito di ‘scarti’, sono state tante le parole forti del Papa durante il viaggio in America Latina a favore dei poveri e, in modo più severo, verso i ricchi e i potenti. “Ma abbiamo sentito pochissimi messaggi per la classe media, per la gente che lavora, paga le tasse, la gente normale. Perché ci sono pochi messaggi per la classe media?”, obiettava un cronista. “Grazie tante, è una bella correzione. Lei ha ragione, è uno sbaglio da parte mia. Farò qualche commento, ma non per giustificarmi”, ha replicato il Santo Padre. “Il mondo è polarizzato, la classe media diventa sempre più piccola e la polarizzazione tra ricchi e poveri è grande. Perché parlo dei poveri? Perché sono nel cuore del Vangelo, ne parlo dal cuore del Vangelo, non in modo sociologico. Per la classe media ci sono alcune parole dette en passant. La gente comune, la gente semplice, l’operaio, hanno un grande valore. Credo che lei mi dica un cosa che devo fare…”.

La Chiesa latinoamericana: una Chiesa giovane e un po’ indisciplinata, ma ci dà tanto di buono. 

L’ultima domanda al Papa è una panoramica della realtà incontrata in questi 8 giorni di viaggio, con un particolare focus alla Chiesa in America Latina. Una Chiesa che il Papa descrive come “giovane, con una certa freschezza”, “non tanto formale”, ma che può vantare “una teologia ricca, di ricerca”. “Io – ha proseguito – ho voluto dare animo a questa Chiesa giovane e credo che questa Chiesa può dare tanto a noi”. In particolare il Pontefice si è detto colpito dalla vasta presenza di bambini in tutti e tre i Paesi. “Mai ho visto tanti bambini… È un popolo – e anche la Chiesa è così – che è una lezione per noi, per l’Europa, dove il calo delle nascite spaventa un po’, e anche le politiche per aiutare le famiglie numerose sono poche”. Dunque “la ricchezza di questo popolo e di questa Chiesa è che si tratta di una Chiesa viva”, ha affermato dunque il Vescovo di Roma, evidenziando anche i problemi e i limiti che sono comunque presenti in questa “Chiesa di vita”. Tuttavia il messaggio di fondo – ha concluso – è “non avere paura per questa gioventù e questa freschezza della Chiesa. Può essere anche una Chiesa un po’ indisciplinata, ma col tempo si disciplinerà, e ci dà tanto di buono”.

About Salvatore Cernuzio

Crotone, Italia Laurea triennale in Scienze della comunicazione, informazione e marketing e Laurea specialistica in Editoria e Giornalismo presso l'Università LUMSA di Roma. Radio Vaticana. Roma Sette. "Ecclesia in Urbe". Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Secondo classificato nella categoria Giovani della II edizione del Premio Giuseppe De Carli per l'informazione religiosa

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