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Francesco: il Papa che in due anni “ha ribaltato l’immagine negativa della Chiesa”

La Chiesa di Francesco secondo il giornalista Massimo Franco: nuova linfa, ma anche incomprensioni interne e preoccupazioni per la sicurezza personale del Papa

Sono bastati due anni di pontificato a papa Francesco, per riuscire “a ribaltare l’immagine negativa che la Chiesa aveva assunto” a seguito di scandali sessuali e vicende opache dei suoi enti finanziari. È l’opinione di Massimo Franco, inviato e notista politico per il Corriere della Sera, autore di diversi saggi che analizzano a fondo il peso del Vaticano come autorità morale e istituzione politica. Il suo ultimo lavoro, Il Vaticano secondo Francesco (ed. Mondadori, 2014), delinea i contorni della sfida che la Chiesa con coraggio si propone di affrontare oggi per aggredire l’idea di declino. Un declino che a molti era apparso inarrestabile l’11 febbraio 2013, quando Benedetto XVI comunicò la sua decisione di abbandonare il ministero petrino. Evento che dà lo spunto all’intervista che segue.

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Pochi giorni dopo la rinuncia di Benedetto XVI, uscì il suo libro La crisi dell’impero vaticano. A due anni di distanza, crede che la crisi si stia diradando?

Sul piano dell’immagine internazionale, senz’altro sì. Questo Papa è riuscito in due anni a ribaltare l’immagine negativa che la Chiesa aveva assunto. Sul piano dei rapporti all’interno del Vaticano, ritengo che il giudizio sia in chiaroscuro, perché l’impressione è che Francesco abbia messo molta carne al fuoco, ma non si capisce ancora quali risultati concreti in termini di governo del Vaticano siano stati raggiunti.

Come ha fatto Francesco, in due anni, a ribaltare l’immagine negativa della Chiesa?

Mi pare innanzitutto che ci sia maggiore coinvolgimento personale del Papa per quanto riguarda gli abusi sessuali sui minori. Sta dando segnali in prima persona molto forti, anche se non bisogna dimenticare che già Benedetto XVI li avevi dati. Un altro segnale proviene dal tentativo tormentato di riformare le istituzioni finanziarie vaticane. Il terzo punto è poi il protagonismo della Chiesa cattolica sul piano internazionale. Due esempi su tutti: l’intervento, nel settembre 2013, per evitare la guerra in Siria e l’attività diplomatica per appianare le relazioni tra Cuba e Stati Uniti. Quegli interlocutori del Papa diffidenti nei confronti del mondo occidentale accettano la sua mediazione poiché Bergoglio, provenendo da una realtà sudamericana, non viene identificato con un Occidente schiacciato sulla geopolitica degli Stati Uniti.

L’operato di Bergoglio sta incontrando anche una resistenza interna?

Sì, per diversi motivi. Alcuni sono biecamente di interesse materiale, di posizioni di rendita che sono state intaccate. Poi esistono resistenze nei confronti di uno stile, qual è quello della vita personale di Francesco, che sfida certe abitudini di alcuni esponenti del Vaticano e degli Episcopati, che indulgono non nel lusso ma comunque in un modo di vivere molto confortevole. C’è poi anche un’altra questione, che è la più scivolosa, di carattere dottrinario. Componenti dell’Episcopato e dell’opinione pubblica, non solo in ambienti tradizionalisti, vedono in alcune prese di posizione del Papa se non un cedimento dottrinario, sicuramente una tendenza a interpretare la dottrina che può creare disorientamento.

Specie oltreoceano, papa Francesco è stato accusato di essere “di sinistra”. Rappresentano un ostacolo al suo pontificato quei settori che disapprovano le sue critiche al capitalismo?

Certamente possono avere un’influenza su chi cerca pretesti per resistere al Papa. Bisogna anche dire però che si tratta di critiche strumentali: Bergoglio quand’era cardinale in Argentina veniva accusato di non essere abbastanza di sinistra, di essere troppo anticomunista. Le sue polemiche con la Compagnia di Gesù locale nascevano dal fatto che lui era un avversario dichiarato della Teologia della Liberazione, ossia di quel cattolicesimo interpretato e filtrato attraverso il marxismo. Perciò il fatto che oggi vi siano ambienti negli Stati Uniti, soprattutto repubblicani, che lo accusano di veteromarxismo, è dovuto a un pregiudizio condito dall’ignoranza. In realtà questo è un Papa molto aperto sul piano sociale, ma che sul piano dottrinario non ha espresso cedimenti. Ha certamente cambiato accento e toni su alcuni temi, ma ritengo che sia molto ortodosso: si vedrà sempre di più…

Lo si vedrà durante il prossimo Sinodo sulla famiglia?

Credo che il Papa cercherà di tenere insieme tutto, come ha fatto finora. Senz’altro queste resistenze che di tanto in tanto riaffiorano e che ormai sono anche abbastanza evidenti, potrebbero usare il Sinodo per attaccare il Papa. Però ripeto: non credo che lui andrà verso rotture dottrinarie.

Il suo stile comunicativo è stato compreso dai cattolici?

Questo Papa ha una notevole capacità di parlare alle folle. Oggi sta emergendo un rapporto diretto tra il Papa e l’opinione pubblica cattolica e non, che rende il ruolo di intermediazione dei vescovi un po’ appannato. Il suo linguaggio lo aiuta a parlare alle grandi masse, ma non so se tutti lo apprezzino all’interno della Chiesa.

La crisi dell’impero vaticano parla anche dei cattolici in politica. Lei scrive che “un mondo cattolico omogeneo, pronto a seguire le indicazioni della Chiesa, e a tradurle in politica, non esiste più”. La nuova linfa che Francesco sta dando alla Chiesa potrebbe segnare una svolta?

Ho l’impressione che in Italia l’Episcopato sia ancora abbastanza confuso. Ritengo non ci sia una sintonia totale con il Papa, perché si è capito che lui vuole cambiare la Chiesa, ma non è chiaro in che modo. Per cui sul piano dei rapporti religione-politica, non ci sarà un nuovo coinvolgimento della Chiesa in politica. Anzi, credo che le distanze saranno sempre più marcate.

L’impegno nel dialogo con il mondo musulmano darà frutto?

Dipende molto dalle dinamiche interne al mondo musulmano, perché in realtà il terrorismo colpisce i cristiani ma è rivolto soprattutto contro le componenti sciite da parte degli estremisti sunniti. Il Papa farà il possibile, però il fatto che sia un interlocutore credibile in ambito non occidentale non basta: la situazione in Medio Oriente è talmente grave che  non ci sono spazi per una mediazione vaticana.

Ha destato molto scalpore, nel novembre scorso, un suo articolo sull’innalzamento del livello di protezione nei confronti del Papa a causa del pericolo di un attentato. Ora che l’Isis sta reiterando minacce, in particolare al nostro Paese, cresce anche il rischio per l’incolumità di Francesco?

Il rischio c’è sempre. Nel mio articolo per il Corriere della Sera si dava conto delle preoccupazioni dei servizi di sicurezza. E si diceva anche che non c’erano particolari allarmi, ma che si poneva il problema dei possibili rischi per il Santo Padre. Mi pare che oggi, oggettivamente, questi rischi siano più alti. E non perché ci sono notizie concrete su attentati in preparazione, ma perché le minacce dell’Isis vanno prese seriamente in considerazione.

La Sala Stampa vaticana tuttavia aveva smentito che si stesse “innalzando” il livello di protezione per il Papa. Ritiene si sia trattato di smentite “di facciata”?

Non mi aspettavo una conferma del Vaticano. E giustamente nessuno voleva creare allarmismo. Non so se fossero smentite “di facciata” o altro, ma sicuramente e ormai da tempo i servizi di sicurezza del Papa si trovano in una situazione di massima vigilanza.

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