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Francesco, il Papa “amico” degli ebrei

La stampa israeliana commenta positivamente la visita di Bergoglio alla Sinagoga di Roma ma resta qualche critica su alcune scelte del Vaticano negli ultimi anni

La visita di papa Francesco alla sinagoga di Roma è stata seguita e commentata dalle più importanti testate israeliane che l’hanno accolta come un altro importantissimo passo nel dialogo tra fedi diverse, vista anche la presenza di esponenti islamici.

Secondo l’edizione online in inglese del quotidiano Yedioth Ahronoth, Bergoglio ha seguito le orme di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI “in un clima di amicizia interreligiosa in un momento in cui le violenze  in nome della fede dilagano in tutto il mondo”. Il giornale israeliano sottolinea anche come questa visita cada nel cinquantenario del Concilio Vaticano II che ha segnato un momento di svolta nei rapporti fra cattolicesimo ed ebraismo. “Il documento conciliare Nostra Aetate – si legge nell’articolo – ha rivoluzionato le relazioni fra Chiesa cattolica ed ebrei. Una delle novità più importanti fu il ritiro dell’accusa secolare di responsabilità per la morte di Cristo”.

Yedioth Ahronoth ricorda poi l’opinione del rabbino David Rosen direttore degli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee, secondo cui Nostra Aetate è “un documento importantissimo”, ma in cui “è rilevante l’assenza di qualsiasi riferimento alla relazione fra gli ebrei e la terra di Israele”. Secondo il quotidiano israeliano, l’assenza è una conseguenza della “realpolitik della diplomazia vaticana in Medio Oriente, un’area in cui i cristiani sono una minoranza che rischia spesso di essere perseguitata”.

Il quotidiano ha poi citato un commento rilasciato in un’intervista recente dal rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, secondo cui “la visita del Pontefice è il risultato evidente di cinque decadi di miglioramento di rapporti fra ebrei e cristiani ed è un grande esempio di armonia tra fedi diverse in un momento in cui la violenza degli estremisti islamici dilaga in tutto il mondo”. Allo stesso tempo, però, Di Segni ha sottolineato come alcuni recenti sviluppi della politica vaticana “non possano esser così apprezzati nella comunità ebraica”. Il chiaro riferimento è all’accordo del 2015 che ha regolato i rapporti fra Santa Sede e Autorità Palestinese. Un accordo che, secondo il Vaticano, è una naturale conseguenza del riconoscimento dello Stato palestinese da parte dell’Onu nel 2012.

“La visita del Papa al Tempio Maggiore dimostra come ciò che una volta era impensabile, ora è la norma”, titola il giornale Haaretz, sottolineando quindi il successo e la rilevanza dell’evento. L’articolo poi ricorda la visita di 30 fa di Giovanni Paolo II che “con la famosa frase sugli ebrei come ‘fratelli maggiori’ dei cristiani e l’abbraccio caloroso, una volta entrato nella sinagoga di Roma, con l’allora rabbino capo Elio Toaff, ruppe una barriera che durava da quasi 2000 anni”.

“Papa Benedetto XVI – continua il testo – che era stato un consigliere chiave di Wojtyla e uno degli architetti della sua politica teologica, ha seguito l’esempio del suo predecessore, ma senza possederne il carisma. La sua visita alla sinagoga di Roma, nel gennaio 2010, ha riaffermato la continuità dell’impegno nel dialogo interreligioso, ma arrivò in un momento teso, a causa della decisione di beatificare Pio XII, accusato da molti di aver distolto lo sguardo dalle sofferenze degli ebrei durante l’Olocausto. Il rabbino Giuseppe Laras, allora presidente dell’Assemblea rabbinica italiana, boicottò infatti la cerimonia nella sinagoga per protesta”.

Haaretz sottolinea inoltre come i buoni rapporti di Bergoglio con la comunità ebraica fin da quando era arcivescovo di Buenos Aires, si siano poi concretizzati “in una particolare attenzione alle questioni ebraiche che ha dimostrato una volta eletto papa, vincendo così lo scetticismo di molti”. “Il suo ingresso nella sinagoga – continua l’articolo – è stato quindi percepito quasi come quello di un ebreo. Qualcosa di ormai familiare dunque”. Lo stesso concetto è ribadito da David Rosen: “La visita di Francesco è qualcosa di molto vicino a una riunione di famiglia perché il rapporto positivo fra ebrei e cristiani è ormai diventato una consuetudine. Questo Pontefice è considerato un amico vero del popolo ebraico. Nella nostra tradizione il numero tre significa conferma. Perciò, dopo questa terza visita papale, sarà quasi impossibile per un Pontefice non visitare la Grande Sinagoga di Roma così come evitare un viaggio in Israele”.

“Tra canti dei salmi in Ebraico e discorsi che sottolineano i notevoli progressi degli ultimi cinquant’anni nelle relazioni fra ebrei e cattolici, Francesco è diventato il terzo Papa a visitare la più importante sinagoga di Roma”, si legge sul Jerusalem Post. “Il tempio – continua l’articolo – si trova sull’altra sponda del fiume Tevere rispetto al Vaticano ed è un edificio ricco di simboli delle persecuzioni del passato contro gli ebrei che, per circa 300 anni fino alla metà dell’Ottocento, furono costretti a vivere nel quartiere adiacente, ancora oggi conosciuto come il Ghetto, e a pagare tributi straordinari ai Papi”.

Il giornale israeliano ha poi dato risalto alle parole di Bergoglio sulla “riscoperta delle radici giudaiche della cristianità” e sul “dire no a ogni forma di antisemitismo”. “Ebrei e cristiani – ha dichiarato Francesco – devono perciò sentirsi come fratelli, uniti dallo stesso Dio e da una ricca e comune eredità spirituale”.

Il Jerusalem Post ha infine evidenziato le parole di ringraziamento, dopo la cerimonia, di Yuli Edelstein, speaker della Knesset, il parlamento di Israele, al Pontefice “per il suo contributo nel migliorare le relazioni fra ebrei e cristiani”. Edelstein “ha inoltre pregato il Papa di sottolineare come Israele sia la Terra Santa, incoraggiando così i pellegrini cristiani a visitarla”. Secondo lo speaker della Knesset infatti, “l’esortazione di Francesco alimenterebbe sicuramente un turismo di massa che contribuirebbe all’economia israeliana, portando benefici a ebrei e arabi e aiutando così la pace e la stabilità”.

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