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Sain Francis of Assis

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Francesco d’Assisi, l’uomo, il santo, visto da un non credente

Come il Poverello d’Assisi visse e testimoniò in chiave cristiana i principi di libertà, uguaglianza e fraternità

Se mai vi capiterà di andare nel piccolo, grazioso ed antico villaggio di Aups, in Provenza, sui contrafforti delle Alpi, potrete visitare la chiesa di San Pancrazio e sul portale leggere le parole Liberté, Egalité, Fraternité.

Non è usuale trovarle all’ingresso di una Chiesa, visto che sono le parole chiave della ‘Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino’ emanata nel 1789, con la quale si dette inizio alla Rivoluzione francese. Cinquecento anni prima, in Assisi, antica, fiorente e ricca città medievale, San Francesco non solo proclamava quegli stessi principi, ma ne faceva concreta testimonianza di vita.

Nell’imminenza della morte Francesco dettò il suo testamento dove possiamo leggere questo passo: “Il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare così a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E dipoi, stetti un poco e uscii dal mondo”.

In queste parole c’è tutto il senso della sua esistenza. Uscire dal mondo nel lessico medievale significava lasciare la società civile, con le sue strutture sociali e politiche, e scegliere una diversa esistenza nei rifugi conventuali o in quelli eremitici. Francesco non fece questa scelta: uscì, sì, dal mondo, ma per rientrarci subito dopo con un diverso indirizzo di esistenza, assumendo cioè una esistenza regolata sul Vangelo di Cristo.

Vivere il Vangelo fu dunque un atto di libertà. L’umiltà è un tratto essenziale del Cristo e del suo insegnamento e perciò Francesco si rese umile servendo gli ultimi della terra, i lebbrosi. La lebbra era una malattia assai diffusa nel Medioevo, terribile e devastante nel corpo come nel rapporto umano nel senso che il lebbroso veniva semplicemente espulso dalla comunità e condannato ad una vita di miseria e di sofferenza fino alla morte.

Andare fra i lebbrosi ed usare con essi “misericordia” era dunque adeguare il proprio io, liberato dai vincoli sociali del potere economico avendo restituite al padre il denaro, le vesti e l’autorità, a quello dei minori del mondo. E qui viene in rilievo l’uguaglianza.

Nella esistenza umana due sono i punti dove l’uguaglianza si realizza antropologicamente: l’attimo della nascita e l’attimo della morte. L’intervallo fra questi punti è il grande prato delle disuguaglianze. Ma se nel mezzo del prato tu vuoi annullare le disuguaglianze devi partire da un nuovo inizio che nella società diseguale non può che essere quello degli ultimi.

Non aveva predicato il Cristo che tutti gli uomini sono uguali ? E nel discorso della Montagna non aveva posto al centro delle beatitudini i minori del mondo? E l’apostolo Paolo non aveva ribadito il concetto nella lettera ai Galati dove aveva scritto: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché voi siete uno in Cristo Gesù”?

Intendiamoci, Francesco non è solo un riformatore sociale, non si propone solamente di cambiare la società, propone invece di più propone di cambiare “stile di vita” si direbbe oggi, riconoscendo il prossimo come uguale a sé, anche il più derelitto.

Ma l’uguaglianza si trascina dietro un altro pensiero, quello della fraternità. Francesco chiama tutti “fratelli”, non solo gli uomini, ma anche le cose, l’intero creato. Il concetto di fratellanza è il contrario di quello della paternità. Nella paternità è insito il significato di potestà, di potere e di soggezione, nella fratellanza sono compresi quelli dell’uguaglianza e dell’amore.

L’assunzione dei principi di libertà, uguaglianza e fraternità a fondamento della vita nel contesto della società medievale del tempo e soprattutto il non averli semplicemente predicati, ma vissuti fu il grande fatto rivoluzionario del francescanesimo senza rivoluzione.

Le folle lo riconobbero e le moltitudini lo seguirono e dai pochi seguaci del primo momento (furono11 e poi 12) divennero migliaia e l’Ordine francescano si espanse nell’intero mondo. E fu anche la sua salvezza storica.

Francesco chiese al Papa Innocenzo III il riconoscimento della liceità ecclesiale della sua scelta di povertà evangelica per non correre il rischio di essere considerato eretico agli occhi di una chiesa che pareva  poco aver difficoltà a seguire il Vangelo nelle opere e nei comportamenti. L’intelligenza di Papa Innocenzo evitò la scomunica, ma l’intelligenza di Francesco salvò il francescanesimo. Era difficile per la chiesa considerare eretico chi predicava e viveva secondo il Vangelo di Cristo

Ne ebbe consapevolezza lucida il cardinale Giovanni Colonna che durante l’esame della richiesta del riconoscimento ecclesiale della comunità di Francesco disse alla corte pontificia: “Questo povero, in realtà, ci chiede soltanto che gli venga approvata una forma di vita evangelica. Se, dunque, respingiamo la sua richiesta, come troppo difficile e strana, stiamo attenti che non ci capiti di fare ingiuria al Vangelo. Se, infatti, uno dicesse che nell’osservanza della perfezione evangelica e nel voto di praticarla vi è qualcosa di strano e di irrazionale, oppure di impossibile, diventa reo di bestemmia contro Cristo, autore del Vangelo”.                                                                                                                                                           

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