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Francesco d’Assisi e il consumismo natalizio

La memoria del Festeggiato distingue la moralità dal moralismo

Tommaso da Celano nel Memoriale, meglio conosciuto come Vita seconda, narra la particolare solennità con cui san Francesco voleva che si festeggiasse il Natale. Senza forzature, leggendo tale “spreco di cibo” (cfr. G. Cassio – P. Messa, Il cibo di Francesco d’Assisi, Milano 2015) si può considerare quello dell’Assisiate come un Natale consumista. Ma cosa lo distingue dal consumismo contro cui spesso si sente parlare nei giorni delle feste natalizie? Una differenza tanto semplice quanto indicativa, ossia che egli aveva chiaro chi fosse il festeggiato. Quindi non si tratta di scagliarsi moralisticamente contro il consumismo ma richiamare Colui che è il festeggiato, ossia Gesù che rivela la misericordia del Padre (cfr. P. Martinelli – P. Messa, Francesco d’Assisi e la misericordia, Bologna 2015) e rende attenti ai bisognosi.

Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato a un seno umano. Baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili, e la compassione del Bambino, riversandosi nel cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza alla maniera dei bambini. Questo nome era per lui dolce come un favo di miele in bocca.

Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l’obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell’anno cadeva in venerdì. Francesco rispose a frate Morico: «Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all’esterno.

Voleva che in questo giorno i poveri e i mendicanti fossero saziati dai ricchi, e che i buoi e gli asini ricevessero una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito. «Se potrò parlare all’imperatore – diceva – lo supplicherò di emanare un editto generale, per cui tutti quelli che ne hanno possibilità debbano spargere per le vie frumento e granaglie, affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza».

Non poteva ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata in quel giorno la Vergine poverella. Una volta, mentre era seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà della beata Vergine e l’indigenza di Cristo suo figlio. Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi di dolore, e con il volto bagnato di lacrime mangiò il resto del pane sulla nuda terra. Per questo chiamava la povertà virtu` regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina.

Infatti ai frati, che adunati a capitolo gli avevano chiesto quale virtu` rendesse una persona più amica a Cristo, quasi aprendo il segreto del suo cuore, rispose: «Sappiate che la povertà è una via particolare di salvezza. Il suo frutto è molteplice, ma solo da pochi è ben conosciuto».

 

 

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