Dona Adesso

Fernandel, ovvero Don Camillo… ovvero Fernandel

Un libro edito da Ares racconta la storia dell’attore francese e la coerente identificazione con il personaggio ideato da Guareschi. Domani alle 15 la presentazione al Meeting di Rimini

Un attore comico. Ma anche un uomo legato alle tradizioni della sua terra, capace di solidi affetti per la famiglia e di vivere fino in fondo i valori della carità verso gli altri e dell’amicizia. Un cattolico che, all’inizio, non avrebbe voluto interpretare don Camillo – il prete che mena le mani e parla col Crocifisso – perché temeva di offendere la Chiesa e i suoi fedeli e, forse, anche un po’ se stesso e la sua storia personale di credente e catechista (si convinse a interpretare don Camillo solo dopo aver letto le novelle di Guareschi).

Ho scoperto Fernand Joseph Désire Contandin, in arte Fernandel (1903-1971), andando a scavare nella sua vita, attraverso le testimonianze di chi lo conobbe come collega e amico, le dichiarazioni dei figli, le interviste che lo stesso attore rilasciò nel corso della sua lunga carriera, gli articoli dei giornali che parlavano dei suoi oltre 120 film.

Pensavo di scrivere una classica “biografia” relegabile nella categoria spettacoli, riportando avvenimenti e aneddoti pescati qua e là per poi legarli in un testo con riferimenti alle opere, con i giudizi della critica, i commenti, le curiosità che interessano la Settima Arte.

Volevo fare un libro di cinema, insomma, come ne avevo già scritti altri prima, essendo questo un po’ il mio mestiere (sono un giornalista che si occupa di spettacoli). Le mie ricerche cominciarono a Marsiglia, la città natale di Fernandel, dove tentai di ricostruire, attraverso i pochi luoghi rimasti, il suo percorso umano e professionale.

E non dimenticai Brescello, nella Bassa padana, dove sono stati girati i cinque film (più un sesto incompiuto) tratti dalla saga letteraria di Giovannino Guareschi: un luogo pieno di memorie,  dove vivono ancora alcuni cittadini che lo incontrarono nei vent’anni, dal ’51 al ’71, in cui l’incandescente borgo emiliano si trasformò, quasi senza interruzioni, in un set cinematografico a cielo aperto.

Qui Fernand passeggiava nelle pause di lavorazione dei film, andava a bere l’aperitivo nei bar della piazza, scherzava col suo sodale Gino Cervi, conversava con la troupe, con la gente che incontrava e con lo stesso Guareschi, di cui divenne amico.

Ho raccolto il materiale filmico e fotografico utile a capire l’effettivo valore dell'”attore che fu don Camillo”, ma anche dell’applaudito interprete di centinaia di personaggi per il cinema (soprattutto francese) e per l’avanspettacolo di cui Fernand è stato un maestro dagli anni Trenta al primo Dopoguerra. Ma è stato soprattutto il contatto con Brescello, fonte primaria del mio lavoro su questo libro, ad aprirmi verso orizzonti che non pensavo.

Mi interessava sapere come mai un attore fosse così bravo – il miglior don Camillo possibile – simpatico, sornione, ma anche profondo, introspettivo, e di una comicità mai banale (benché basata innanzitutto sulla mimica e sul faccione mobile e cavallino), mi interessava sapere perché lui, con la tonaca addosso, fosse sempre fedele (anche negli svolazzi e nelle licenze delle sceneggiature) al pensiero e all’impronta cristiana dello scrittore di Fontanelle di Roccabianca.

Ecco, da qui è nata l’idea di scoprire fino in fondo “il vero volto di don Camillo”, di quell’attore che nell’immaginario collettivo coincide con la figura del pretone guareschiano tanto da non riuscire a immaginarne uno diverso da lui (che flop, furono, al cinema, il don Camillo di Terence Hille e quello con Gastone Moschin!).

Brescello mi ha dato, dunque, linfa vitale. E dagli incontri con i “superstiti” di quell’epopea e dagli attuali “protagonisti” (la proloco che gestisce il Museo Peppone e don Camillo, per esempio), dai luoghi che trasudano ancora quelle avventure così divertenti ed umane di un’Italia che forse vorremmo ma che ormai non c’è più, è nato, credo, un libro diverso, un ritratto raccontato a tutto tondo, un saggio che, in fondo, guarda più all’uomo che all’attore. Ammesso che le due “facce”, nel caso di Fernandel, si possano separare.

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