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Famiglia e agenda sociale

ROMA, sabato, 17 luglio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’editoriale di Claudio Gentili dedicato al tema “Famiglia e agenda sociale”,  che appare sul n. 3 del 2010 de “La Società”, Rivista scientifica di studi e ricerche sulla dottrina sociale della Chiesa (www.fondazionetoniolo.it).

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Il documento preparatorio della 46° Settimana Sociale dei cattolici (Reggio Calabria 14-17 ottobre 2010) è ricco di spunti e meritevole di approfondimenti. Non vi si trovano concessioni alla retorica ed è privo di quegli astrusi linguaggi clericali che risultano indigesti al lettori laici. L’agenda sociale della speranza che viene proposta e che sarà al centro dei lavori della Settimana Sociale, non si presenta come una scatola chiusa ma come una casa aperta, un laboratorio in costruzione. Non mancano nel documento riferimenti coraggiosi e impopolari a temi delicati e su cui è fin troppo facile esercitare la demagogia.

Cito senza pretesa di esaustività i temi dell’agenda che meritano un attento approfondimento e aiutano a uscire da dibattiti inconcludenti e ripetitivi. In primo luogo il tema del bipartitismo e all’interno di questo della rilevanza e irrilevanza della presenza politica dei laici cattolici. In secondo luogo il tema delle culture politiche presenti nel dibattito pubblico e il rapporto tra popolarismo, populismo, radicalismo. Ovviamente al centro della preoccupazione dei cattolici impegnati nel sociale vi è la disoccupazione, la crisi economica e la necessità di collegare, diritti e doveri del lavoro e promozione del fare impresa. Come è noto il lavoro è un diritto ma non lo porta la cicogna. Bene fa il documento preparatorio a collegare strettamente cultura del lavoro, cultura d’impresa e sviluppo. L’accordo Fiat di Pomigliano proprio nelle ultime settimane ci ha costretti a riflettere sul rapporto tra tutele della dignità del lavoro che sono indisponibili e necessarie attenzioni alla produttività e ai doveri del lavoro.

Un altro tema su cui il documento si esprime con riflessioni fuori dai luoghi comuni è quello dell’educazione (scelto dai nostri vescovi come tema pastorale del prossimo decennio). Ritorno all’autorevolezza nell’educazione e archiviazione della goffa eredità sessantottina dei padri-amiconi e degli insegnanti socializzatori appaiono temi su cui concentrare la riflessione e le scelte. Mezzogiorno oltre le politiche assistenziali e rapporto tra federalismo solidale o federalismo egoista sono altri temi che esigono scelte coraggiose. In tema di spesa pubblica il documento preparatorio mette l’accento sulla differenza tra tagli (oggi fin troppo demonizzati) e risparmi che ci facciano smettere di mettere a carico delle generazioni future il nostro vivere al di sopra dei nostri mezzi. Un nuovo welfare meno statalista e più sociale sarà possibile solo se sapremo applicare il principio di sussidiarietà al risanamento della finanza pubblica. Fine della demonizzazione della globalizzazione e pensiero critico su democrazia televisiva, monarchia statuale e nuove forme di poliarchia nella governance globale sono certamente temi complessi ma indispensabili per avere un adeguato discernimento sociale oggi. Infine il tema della famiglia che non sembra più un tema settoriale ma il crocevia dell’incontro tra questione sociale e questione antropologica.

Al numero 18, il documento preparatorio affronta il tema della famiglia. “L’iniquità con la quale le politiche fiscali e sociali degli ultimi cinquant’anni hanno trattato le famiglie con figli -vi si legge- può certamente annoverarsi tra i tanti paradossi italiani. A dispetto di un’abbondante retorica profusa da tutti gli schieramenti politici e nonostante la moltiplicazione di evidenti segnali di difficoltà da parte delle famiglie italiane, gli aiuti pubblici a genitori e figli sono sempre stati centellinati e continuano a esserlo: esigue le agevolazioni fiscali, poco più che simboliche per una famiglia a medio reddito; modesti e non uniformemente distribuiti sul territorio i servizi per l’infanzia (asili nido, ecc.); più in generale, poco amichevole – quando non addirittura ostile – il clima nei confronti delle famiglie con figli, nello spazio pubblico e nel mondo del lavoro.

Il risultato è che la famiglia italiana – una famiglia da sempre caratterizzata da forti vincoli affettivi e da generosi meccanismi di sostegno nei confronti dei membri più deboli – finisce per essere abbandonata a se stessa proprio nei momenti in cui avrebbe più bisogno di aiuto: all’arrivo di un figlio, quando le spese per la crescita e l’istruzione si fanno più gravose, quando un suo componente si trova ad affrontare passaggi in cui il vivere si fa più pesante, quando un anziano perde l’autosufficienza o rimane solo. “. Il quadro delineato, ancorchè sintetico, è particolarmente eloquente.

D’altro canto il Rapporto Istat 2010 conferma che è la famiglia il vero ammortizzatore sociale, insieme e forse più della cassa integrazione,contro gli effetti devastanti della crisi. Le famiglie hanno costituito un efficace welfare di sostegno a chi è più in difficoltà a causa della disoccupazione. Tutto ciò ha una spiegazione antropologica. La famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, assicura quella solidarietà intergenerazionale che trasmette amore e giustizia alle generazioni future. Naturalmente la famiglia “lunga”, quella in cui stazionano per anni e anni gli “adolescentoni” o i giovani che non riescono a trovare lavoro, deve dar luogo a nuove famiglie in cui i giovani dell’era del consumismo affettivo e della fuga dalle responsabilità possano scoprire la bellezza del matrimonio. Vi è una strettissima relazione tra famiglia, lavoro e giovani. “Quando la precarietà del lavoro – ha affermato Benedetto XVI il 12 ottobre del 2007 in occasione del Centenario delle Settimane Sociali – non permette ai giovani di costruire una loro famiglia lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso”.

In una società liquida, attraversata da un individualismo libertario che ha una visione dissipativa dell’umano, la famiglia è uno dei principali fattori di solidità del nostro vivere civile. La famiglia è tradizione, relazione col passato, trasmissione di benedizioni. La famiglia “ecologica”, quella che la nostra Costituzione all’art. 29 riconosce come “società naturale fondata sul matrimonio” e che la sentenza della Corte Costituzionale del 14 aprile scorso ha difeso, garantisce la solidarietà intergenerazionale e l’ attenzione per i più piccoli, i più deboli, gli anziani. Vi sono due fenomeni che minacciano la famiglia. Il primo è la crisi educativa, che nasce da un fatto empiricamente verificabile : la crisi della paternità e la crisi dell’autorevolezza degli insegnanti. L’educazione è sempre l’incontro tra una autorità e una libertà. Educare è, infatti, introdurre nella realtà. Il secondo è quello che il Cardinale Bagnasco ha definito “suicidio demografico”.

Oltre il 50 per cento delle famiglie oggi è senza figli e, tra quelle che ne hanno, oltre la metà si fermano a un solo figlio. Perennemente citata nei programmi politici di tutti i partiti, la famiglia è all’atto pratico, oggetto di una incomprensibile disattenzione. La famiglia non ha bisogno di assistenza, ma come l’insieme del sistema economico, di politiche e di investimenti audaci e duraturi per la crescita. Queste politiche per la famiglia hanno un nome: quoziente familiare .A tale proposito sempre al numero 18 del documento preparatorio delle Settimane sociali si legge: “Una fiscalità e servizi che riconoscano la funzione pubblica della procreazione e dell’educazione dei figli sono soprattutto un segnale chiaro del fatto che l’Italia vuole ancora credere nel suo futuro e in quelli che saranno i protagonisti del domani.“. Insomma, riprendendo il tema del “Family day” si potrebbe dire “quel che è buono per la famiglia è buono per il Paese”, perché una osmosi feconda tra la comunità familiare e la comunità civile è alla base della crescita sociale.

“Dal noi della famiglia al noi del bene comune” è il titolo della Settimana che la CEI ha dedicato di recente alla famiglia e ai temi sociali (Senigallia 18 – 22 giugno 2010). Organizzata in collaborazione tra l’Ufficio Nazionale per la Pastorale familiare e l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, collocata a ridosso della Settimana Sociale di Reggio Calabria (14-17 ottobre) e nel cammino preparatorio verso il XXV Congresso eucaristico Nazionale che si svolgerà nel 2011 nelle Marche, la Settimana di formazione dei responsabili della pastorale familiare ha conseguito due obiettivi importanti. Innanzitutto ha riflettuto sulla bellezza dell’amore sponsale che genera responsabilità ecclesiale e sociale, in secondo luogo, a partire dal documento preparatorio delle Settimane sociali, con un intenso lavoro svolto da oltre cinquecento responsabili della Pastorale familiare e della Pastorale sociale, ha approfondito la questione sociale diventata radicalmente questione antropologica, creando momenti di reciproco arricchimento tra chi nelle diocesi si occupa di lavoro, di pace, di custodia del creato e di problemi sociali e chi vive in profondità il valore spirituale e sociale del sacramento del matrimonio. Quando si rinuncia all’apartheid del chiudersi nel proprio appartamento, il noi della comunità coniugale fermenta verso un noi più grande, il noi del bene comune. Le famiglie escono dal privato per assumere consapevolezza di essere ricchezza sociale.

In questo uscire dall’isolamento, attenzione agli ultimi, pace, impegno per assicurare degna accoglienza agli immigrati, lotta contro la disoccupazione, alleanza educativa tra scuola e genitori, civilizzazione affettiva dei “nativi digitali”, fanno rima con pastorale familiare. La famiglia infatti è il luogo dove si apprende la grammatica della pace, educa alle virtù sociali, è al centro dell’agenda sociale, è l’occasione dove coltivare responsabili vocazioni alle politica e al volontariato. La famiglia, nella sua natura più profonda, incarna i quattro principi cardine della Dottrina Sociale della Chiesa. È in famiglia che si scopre la dignità della persona. È in famiglia che si vive il principio di solidarietà, quando i grandi si preoccupano dei più piccoli e gli adulti non abbandonano gli anziani. La libertà della famiglia di organizzare attività economiche, educative e sociali, incarna il principio di sussidiarietà. Il capitale sociale prodotto dalla famiglia sta alla base del bene comune.

La Settimana di Senigallia ha offerto, nella varietà degli interventi, da quello di Vera Zamagni, a quello di Sergio Belardinelli, da quello di Tonino Cantelmi a quello del Presidente del Forum delle Associazioni familiari, risposte convincenti alla crisi di vocazioni al volontariato e alla vita associativa rilevata dal recente Rapporto Famiglia del CISF, che denuncia che oltre l’80 per cento degli italiani non è iscritto a alcuna associazione e il 76 per cento non partecipa a attività sociali e di volontariato. E sono proprio le famiglie con figli a essere più attive sul territorio. Quando le famiglie si chiudono nell'”appartamento” e non educano i figli a uscire nel mondo per servire il prossimo dimenticano la loro vocazione. Quando si vede e si commenta il TG coi figli, quando si rinuncia a fare una gita familiare per incoraggiare i figli a partecipare alle attività degli scout, a andare in Parrocchia, a frequentare un movimento, si genera una fecondità sociale. È dai gesti quotidiani dei padri e delle madri, dalla testimonianze positive e dallo stile di servizio di chi si impegna nel sociale o nel politico, che passa l’educazione familiare al bene comune e l’agenda sociale della speranza si incarna nella vita concreta delle persone.

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