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Eutanasia e morte umana: antropologie a confronto

ROMA, domenica, 15 ottobre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

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Ci siamo. L’Italia è travolta dalla campagna a favore dell’eutanasia: non passa giorno senza che i giornali, i notiziari o i talk show riportino qualche caso di cronaca sul tema, o qualche testimonianza, o la dichiarazione di politici, uomini di cultura e finanche di Chiesa concernenti in modo diretto o indiretto l’eutanasia. E naturalmente fioccano i commenti, le risposte, e per fortuna le reazioni.

Sullo sfondo, si stagliano i disegni di legge riguardanti i documenti sulle volontà anticipate di trattamento dei pazienti, che pur non trattando ufficialmente di eutanasia hanno il preciso scopo di sollevare il problema e, nella quasi totalità, di offrire una base di partenza all’accettazione sociale e giuridica delle pratiche eutanasiche.

Come in altre questioni bioetiche, le discussioni sono viziate in partenza dalle ambiguità terminologiche e dalle scarse conoscenze scientifiche sui problemi in esame. Ma, ancor di più, sono viziate dalla debolezza morale dell’uomo moderno, che ha perso, insieme al riconoscimento di valori oggettivi e universali, l’aggancio stesso alla realtà, e crede che per uccidere la verità basti negarne l’evidenza e anche l’esistenza.

Così, viene ridotta al rango di mera “prospettiva” l’antropologia che vede nell’esistenza della vita umana (dato verificabile attraverso l’indagine sperimentale e i dati biologici) contemporaneamente – e indissolubilmente – l’esistenza di una persona, cioè di una vita umana assolutamente degna, difendendo di conseguenza senza eccezioni il precetto morale naturale “non uccidere”.

In realtà, noi dichiariamo il valore intrinseco e oggettivo di ogni vita umana – anche se debole, malata, disabile, incosciente o morente – ogniqualvolta ci battiamo per i diritti umani fondamentali, che al giorno d’oggi vengono largamente confusi e rimaneggiati, ma la cui intoccabile dignità, che tutti percepiscono e riconoscono, deriva dalla dignità stessa dell’uomo, cioè dalla dimensione costitutivamente personale di ogni essere umano in quanto umano.

Vi è al contrario chi afferma che la dignità della vita, cioè il fatto che valga la pena di essere vissuta, sia una valutazione soggettiva legata al giudizio di qualità sulla vita stessa: un individuo potrebbe dunque ritenere che in condizioni di non-autosufficienza non valga la pena vivere, oppure che un neonato con spina bifida sia troppo compromesso per nascere, o che un essere umano di poche cellule possa essere sacrificato per il bene della scienza, o che un paziente in stato vegetativo non debba essere alimentato e idratato a spese del contribuente.

Eppure, a ben vedere, se sottraiamo la dignità umana al principio di intangibilità e ne facciamo un dato soggettivo, ci troviamo ipso facto esposti alle peggiori aberrazioni. Infatti, se un giudizio importante come quello del valore di una vita umana può essere deciso da uno, o da molti, o da una categoria, o dalla maggioranza (insomma sempre da un giudizio particolare e mutevole), non potremo mai essere sicuri di vedere rispettati i nostri diritti fondamentali nel momento in cui non siamo più in grado di difenderli personalmente.

L’unico principio che permette di costruire una civiltà degna di questo nome è quello che, nella persona propria come in quelle altrui, accetta di rispettare il fondamentale diritto alla vita, e il fondamentale dovere di tutelare la vita umana, in ogni momento. Il relativismo, in questo senso, non equivale affatto ad uno spirito di libertà e di tolleranza verso le differenze individuali, ma ad un grande calderone che, per non impegnarsi in concetti come la verità, l’oggettività, l’universalità, annega ogni possibile certezza, conoscenza, e naturalmente ogni evidenza.

Così facendo, tuttavia, esclude anche ogni base ragionevole per la difesa dei diritti umani fondamentali, che restano irrimediabilmente in balia di volontà particolari e finite. E chi ne paga le conseguenze sono i più deboli, cioè coloro che non possono far sentire la loro voce e che non possono far valere la loro volontà.

Ma è chiaro che un mondo che schiaccia i deboli non è un mondo di libertà, bensì un mondo totalitario. L’approdo ultimo del relativismo dunque è una società insospettabilmente violenta, totalitaria ed eugenista, in cui le discriminazioni fra i forti, i sani, i potenti, i grandi, i capaci e i deboli, i malati, i poveri, i piccoli, gli inetti raggiungono punte drammatiche, tanto più feroci in quanto ammantate di un ingannevole spirito di democrazia.

Lo si vede molto bene non appena si rifletta sulla fine della vita umana. L’idea di eutanasia che sta passando nelle legislazioni, nazionale e internazionali, è un’idea opportunamente “ristretta”, che, da un lato, serve a rendere culturalmente innocue alcune forme di soppressione dei malati, (dal momento che “non sono” eutanasia), dall’altro serve a far passare un significato di eutanasia che possa essere accettabile agli occhi del mondo, in modo da compiere un primo passo verso l’introduzione di ogni forma di morte cosiddetta “pietosa”.

È evidente che occorre rendere il trapasso più sereno possibile per i malati, attraverso l’uso corretto delle cure palliative e in particolare della terapia del dolore, ma ciò che si intende fare davvero con la morte procurata in anticipo non è “sollevare” il paziente dal suo dolore, ma sollevare gli altri (quelli che restano) dalla vista di un morente.

Nello stesso tempo il malato che chiede di morire vuole spesso sollevare chi gli sta attorno dalla pena di assisterlo, dal momento che si sente un peso, un inutile gravoso fardello che nessuno oramai vuole più. Lo dimostra il fatto che dove le cure palliative sono ben praticate, tali richieste vanno praticamente a zero, mentre dove impera l’eutanasia, le cure palliative sono trascurate. L’Italia dovrebbe diventare il primo paese al mondo nelle cure palliative, per l’antica consuetudine che ha con la cura e l’assistenza dei malati, e per la sensibilità umana che, suo malgrado, ancora resiste rispetto ad altri paesi occidentali. Dunque, dietro il sostegno all’eutanasia si cela l’idea che la morte biologica sia la conseguenza inevitabile e auspicabile di una vita ritenuta inutile o addirittura dannosa, un male da estirpare.

Casi particolari di questa mentalità si hanno ad esempio nella concezione per cui la morte cerebrale equivalga alla perdita delle funzioni corticali, ovvero alla compromissione delle facoltà intellettive superiori. Senza funzioni superiori, si dice, l’essere umano non sarebbe più una persona, ma una specie di “vegetale”. I fautori di questa teoria vorrebbero infatti negare ai malati in tali condizioni cure di base come l’alimentazione e l’idratazione artificiali, e auspicherebbero la nascita di testamenti di vita legalmente riconosciuti in cui venga chiesta la sospensione di ogni terapia di sostegno vitale in caso di “stato vegetativo” o di morte della corteccia cerebrale.

Eppure è innegabile che in tali condizioni la vita umana è ancora presente, e secondo quanto detto prima se c’è vita umana, c’è dignità umana (ovvero dimensione personale). Peraltro, anche chi non condividesse in toto tale prospettiva non potrà comunque escluderla come impossibile, vincolandosi quindi in ogni caso a sostenerla per il principio di precauzione.

Diverso è il caso di diagnosi di morte cerebrale totale. Il criterio della morte cerebrale totale è un criterio clinico, basato su osservazioni empiriche e su conoscenze biologiche, secondo cui, a fronte di una perdita definitiva e irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo (corteccia cerebrale, tronco encefalico e cervelletto) scompare l’unitarietà funzionale che caratterizza l’organismo vivente.

Il sistema cessa cioè di essere un “tutto”, anche se alcune parti sono ancora vitali (ad esempio crescono unghie e capelli) e anche se, con un supporto rianimatorio, è possibile indurre artificialmente un circolo cardiocircolatorio. In questo senso, la morte cerebrale non è un tipo di morte, ma l’unica morte umana stabilita attraverso i criteri neurologici, che sono stati recepiti nella legislazione italiana come modalità affidabile di accertamento della morte.

Di conseguenza, è legittimo in caso di morte cerebrale totale, e dopo i dovuti controlli, sospendere ogni forma rianimatoria e decretare la morte avvenuta. Vi è invero una posizione critica secondo cui sarebbe più corretto affermare che la rianimazione, nei soggetti in morte cerebrale, sia un caso estremo di accanimento terapeutico, cioè di trattamento inefficace, gravoso e oneroso che non migliora né la durata né la qualità di vita dei pazienti. Secondo questi autori, non c’è totale certezza che la morte cerebrale segni la scomparsa dell’organismo come un tutto, ma occorrerebbe l’arresto di tutte le funzioni vitali, indicate dalla triade cuore-cervello-polmoni.

In base ai dati offerti attualmente dalla scienza e all’indagine filosofica, il criterio della morte cerebrale appare un segno sufficientemente affidabile di accertamento della morte, anche se è bene continuare le ricerche sul piano scientifico fino a che non sia dissipato ogni possibile dubbio. C’è però comunque di vero nelle obiezioni all’identificazione della morte con la “morte del cervello”.

Certamente la morte umana non è la morte di un organo, o di più organi. In realtà l’evento morte resta qualcosa di ultimamente inafferrabile all’osservazione empirica, così come inafferrabile è l’inizio della vita. Si parla di “onda calcio” come primo evento scientificamente individuabile che dimostra l’esistenza di un nuovo organismo; si parla di arresto della funzione encefalica per sei ore (per un adulto) o di arresto cardiaco di venti minuti per accertare la morte avvenuta di una persona. Ma, in ognuno di questi casi, l’evento morte o l’evento vita sono avvenuti prima della loro individuazione con l’osservazione.

Lo scienziato, il medico, il biologo cercano di avvicinarsi sempre di più al momento magico e cruciale che “cambia tutto”: un soggetto che non esisteva inizia ad esistere, una persona che fino ad un attimo fa c’era non c’è più, e lascia un cadavere che assomiglia soltanto alla persona che è stata. Il momento esatto dell’inizio e della fine sono davvero inafferrabili, indeterminabili e sfuggono certamente dai confini del metodo sperimentale. Ciò che accade è qualcosa di profondo e di interiore che si vede quando è già accaduto, ad un livello non fisico che solo l’occhio dell’intelletto può comprendere, pur senza vedere.

In questo senso, è corretto affermare che l’inizio e la fine della vita umana sono eventi metafisici, legati a quel misterioso connubio di anima e di corpo, o se preferisce di materia e di spirito, che caratterizza l’intera nostra esistenza terrena. Questo inevitabile appello al mistero costituisce uno scacco per il pensiero scientista che tende a negare qualunque istanza metafisica e morale per il solo fatto che non sono osservabili, e rappresenta per converso una prepotente irruzione dell’eternità nel tempo.

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