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Euro2016, le “due Irlande” e McClean, il cattolico che sfida Sua Maestà

Per la prima volta Eire ed Irlanda del Nord partecipano insieme a una fase finale di una competizione internazionale. Viaggio nell’isola di San Patrizio, dove il calcio non è solo una palla che rotola…

Da sempre il calcio non rappresenta soltanto una palla che rotola su un prato verde, rincorsa da 22 uomini in pantaloncini. Il calcio è anche altro. Oggi è senza dubbio un business, che tuttavia non riesce ad eclissare l’essenza atavica del vecchio football. Il calcio è soprattutto uno sport che s’intreccia con la politica, con la storia e con la cultura. È fatto di uomini, quindi di vicende personali che parlano di appartenenza e di riscatto sociale.

Euro 2016 non manca di offrire uno spaccato di questo tipo. In quasi settant’anni di storia non era mai successo. Correva l’anno 1950, alla vigilia del Mondiale in Brasile, la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord decisero di non schierare più una squadra di calcio unica. Gli effetti della secolare guerra che infiamma l’isola di San Patrizio si ripercossero anche nello sport.

Da quel giorno, non capitò mai che le “due Irlande” partecipassero insieme alla fase finale di una grande competizione internazionale. Quanto sta avvenendo oggi in Francia è dunque un fatto straordinario. Irlanda del Nord ed Eire disputano entrambe il Campionato europeo. All’esordio la squadra nordirlandese ha perso per 1 a 0 contro la Polonia, mentre la compagine proveniente da Dublino ha pareggiato per 1 a 1 contro la Svezia.

Le maglie verdi delle due squadre nascondono corpi di uomini, prima ancora che calciatori, che spesso hanno tatuati i segni di una storia irlandese caratterizzata da divisioni e conflitto, da patriottismo e coraggio.

L’Irlanda del Nord, nei secoli passati culla del nazionalismo irlandese (cattolico) che si opponeva al colonialismo britannico, finì per diventare nel ‘500 l’area di maggior insediamento di coloni inglesi e scozzesi (protestanti).

L’ondata migratoria sconvolse l’area, trasformandola in un caleidoscopio di rivalità. Nel 1922, quando fu riconosciuta l’indipendenza dell’Irlanda, nel corso dei negoziati fu deciso di concedere all’Irlanda del Nord (già diventata un’entità autonoma) di scegliere se rimanere sotto il Regno Unito. Grazie alla presenza massiccia di coloni protestanti, la scelta cadde sul mantenimento del legame con Londra.

Il risultato fece dell’indipendenza irlandese una sorta di “vittoria mutilata”. I cattolici del Nord Irlanda, spesso socialmente subalterni alla classe dirigente protestante, perpetrarono una dura battaglia per riunificare tutta l’isola. Negli anni ’70 il conflitto armato conobbe un apice, con i cosiddetti Troubles (disordini), che durerà almeno fino al 1998, quando “l’accordo del Venerdì Santo” reintrodusse il Parlamento nordirlandese garantendo una rappresentanza di tutte e due le comunità e sancì lo smantellamento di gran parte dell’arsenale bellico dell’Ira (Irish Republican Army).

L’accordo servì a mitigare questo conflitto nazionalistico e sociale dalle sfumature religiose nel cuore d’Europa. Tuttavia la tanto agognata riconciliazione non arrivò. Ancora oggi nel Nord Irlanda c’è chi impugna le armi, convinto da un lato che quella della lotta armata sia l’unica strada percorribile per riunificare l’Irlanda, dall’altro che la comunità protestante debba proteggere la propria posizione sociale dalle minacce dei cattolici repubblicani.

Che il clima sia tutt’altro che rilassato lo testimoniano alcune vicende che aleggiano intorno alle due Nazionali di calcio. La maggioranza dei cattolici della parte settentrionale dell’isola sostiene l’Eire e rifiuta di tifare la rappresentativa nordirlandese, che è dunque un baluardo dei protestanti. Il destino ha però voluto che l’attuale allenatore dell’Irlanda del Nord sia Michael O’Neill. Nato a Portadown, teatro di duri scontri negli anni novanta, è un cattolico.

La sua presenza sulla panchina dell’Irlanda del Nord è stata fin dall’ingaggio, nel 2011, indigesta ad alcune fazioni del tifo. “Non sono qui per dire Messa, ma per costruire una squadra”, provò a difendersi O’Neill. Parole che non lo ripararono dalle critiche.

Si è andati oltre le critiche nei casi di Niall McGinn e Chris Baird, entrambi cattolici e calciatori dell’Irlanda del Nord. Al primo sono giunte ripetute minacce da parte di gruppi estremisti protestanti, col secondo sono passati alle vie di fatto: nel settembre 2010 la casa di sua madre fu attaccata da una bomba molotov.

Ma c’è anche chi, diversamente da McGinn e Baird, pur essendo nato in Irlanda del Nord, da cattolico ha deciso di vestire l’altra maglia verde, quella dell’Eire. È il caso di Shane Duffy e James McClean. Sono entrambi originari di Derry, dove l’atmosfera che si respira è quella di un conflitto mai sopito, tra murales celebrativi, parate paramilitari, confini geografici tra le due comunità e cronache locali che periodicamente riportano di scontri a fuoco e raid.

Quello di McClean, in particolare, è un nome conosciuto in Gran Bretagna e in Irlanda, anche tra i non appassionati di calcio. A più riprese ha avuto modo di dimostrare come la sua appartenenza alla comunità cattolica nordirlandese sia molto forte.

Nel novembre 2014 fece scalpore il suo gesto. Tra le fila della squadra inglese del Wigan, McClean fu l’unico calciatore di tutti i campionati britannici a rifiutarsi di indossare sul petto il poppy, papavero rosso che è l’icona del Remembrance Day, il giorno in cui il Regno Unito ricorda i suoi morti in guerra.

Così McClean motivò il rifiuto: “È il simbolo di tutti i conflitti dell’esercito britannico e io sono nordirlandese. Non dimentico il Bloody Sunday”. Il suo riferimento fu ai 14 irlandesi uccisi dai paracadutisti agli ordini di Sua Maestà a Derry il 30 gennaio 1972, nel corso di una manifestazione nata come pacifica.

Il centrocampista ha reiterato il gesto anche l’anno successivo, nella squadra del West Bronwich, spiegando: “Sono molto orgoglioso del luogo da cui provengo e, semplicemente, non posso fare una cosa che ritengo sbagliata. Se sei un uomo, devi lottare per ciò in cui credi”. Anche a costo di ricevere minacce di morte. Cosa che gli è capitata anche per la sua abitudine, in campo, di voltare le spalle quando viene suonato l’inno inglese.

Ma McClean va dritto per la sua strada e definisce “un grande onore” il fatto che tra i 23 calciatori dell’Eire ce ne siano due – lui e Duffy – provenienti da Derry, laddove conflitto e appartenenza sono parole ancora vive. E per i tifosi dell’Eire il “grande onore” è avere in squadra gente dai valori autentici come loro. Del resto il calcio non è soltanto una palla che rotola su un prato verde.

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