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Essendo piena di Dio Maria è pura gioia

Commento al Vangelo della Solennità dell’Immacolata Concezione — 8 dicembre 2015

Quel giorno a Nazaret non fu tutto per caso, come non lo è oggi per noi. La Vergine Maria era stata concepita senza peccato, Immacolata Concezione, perché tutto di Lei fosse per il Signore. Da sempre, e da prima che il sempre fosse tempo. Non un secondo della sua vita fu separato dal Figlio che il suo seno avrebbe ospitato. Su di Lei il silenzio, sino a quel giorno durante “il sesto mese” della gravidanza di Elisabetta, quando è apparso Gabriele sulle soglie di una casa di Galilea ad “una ragazza di nome Maria”. 

E’ in quell’istante che le parole dell’Angelo ci rivelano tutto di Lei: “piena di Grazia”, perché “il Signore era già con Maria”. Maria, il vuoto pneumatico colmato in ogni centimetro dalla Grazia di Dio. Senza peccato originale, ovvero senza tutto quello che, invece, riempie il nostro cuore, la nostra mente, le nostre forze. 

Per questo, in Maria, ha potuto prendere dimora la carne di quel Dio che già la colmava con la sua “charis”, la Grazia che coincide con Dio stesso, essendo il suo soffio vitale, lo Spirito Santo, il suo amore. Maria è “kecharitomène”, piena di Grazia, completamente colma di Dio. Non a caso il termine “charis” ha la stessa radice di “chara”, gioia: essendo piena di Dio Maria è pura gioia. Quando Gabriele la saluta dicendole di “rallegrarsi”, la sta, semplicemente, chiamando per nome. 

Come oggi chiama ciascuno di noi. Ora, in questo istante preciso, non importa se non hai ragioni per gioire. La grande notizia di questa Solennità è infatti che, essendo stati chiamati nella Chiesa, possiamo scoprire che il nostro vero nome, la nostra natura autentica è la gioia, non la tristezza. Siamo immagine e somiglianza di Dio, creati cioè per essere colmi della sua Grazia, Tempio del suo Spirito, dimora del suo amore. 

La menzogna del demonio ci ha fatto credere il contrario, e per questo stiamo buttando la vita nei peccati. Ma, come dice San Paolo, non è questa la verità su di noi! E’ il peccato che ha preso dimora in noi al posto di Dio che ci fa pensare e fare cose che, nel fondo incontaminato del nostro essere, non vorremmo. Non siamo fatti per peccare, ma per amare! Siamo nati per gioire, non per gettare le ore nella tristezza. 

Perché la gioia, come la tristezza, non dipendono da ciò che ti accade. La gioia sei tu, mentre la tristezza è il peccato, ovvero quello che tu non sei! Sei un peccatore, ma è molto diverso. Pecchi e soffri perché in te ci sono spazi che Dio non può occupare; per questo non sei pienamente te stesso, e quindi non puoi gioire pienamente: assapori momenti di gioia, quando ad esempio perdoni un fratello, ma è tutto troppo intermittente, e facilmente cadi nella frustrazione, la madre di tutte le mormorazioni. 

In te è ancora vivo l’uomo vecchio, la caricatura del tuo essere autentico, la maschera di Dio che il demonio ti ha spinto a indossare. Feriti dal peccato, infatti, non sappiamo più rallegrarci. Abbiamo bisogno di ragioni umane per farlo. Per gioire deve accadere qualcosa, e ciascuno pensi ciò che aspetta per poterlo fare: nel matrimonio, nel rapporto con i figli, nello studio o al lavoro. Non mi riferisco solo agli aspetti prosaici dell’esistenza, penso anche a quelli spirituali. Magari per gioire abbiamo bisogno di vedere dei segni di conversione in noi e negli altri.

 E siccome tutto è così precario, abbiamo smesso di credere nella gioia incorruttibile, quella piena e duratura; nella migliore delle ipotesi speriamo di gustarla in Paradiso. Nel fondo del nostro cuore pensiamo ancora che per Dio vi siano cose impossibili. E sai perché? Perché, a differenza di Maria, noi “conosciamo uomo”, eccome. Viviamo cioè ancora schiacciati dalla carne, incatenati a rapporti morbosi e affettivi dai quali esigiamo ragioni per esistere, e quindi gioire. Speriamo dalla terra nella quale viviamo da esuli e pellegrini quello che solo il Cielo, la nostra Patria, può darci. 

Per questo l’Arcangelo Gabriele, ovvero gli inviati dal Padre alla nostra vita, ci ripete oggi le parole con cui ha visitato Maria: “nulla è impossibile a Dio!”. C’è una parte di noi che “non ha conosciuto uomo”, l’intimo nel quale oggi, come fece il figlio prodigo, siamo chiamati a rientrare, perché è proprio lì che “lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio”. 

Colui che nascerà in te sarà l’uomo nuovo ricreato in Cristo, e finalmente sarai autenticamente tu, immagine e somiglianza di Dio. Esistevamo, prima del tempo, immacolati nel pensiero di Dio che ci aveva scelti e amati, come Adamo ed Eva nel Paradiso.

Coraggio allora, metti in fila tutte le cose nelle quali, come i progenitori dopo aver accolto la menzogna del serpente, pensi che Dio non ce la possa fare… Tua moglie, tuo marito, quel figlio perduto, la malattia, la vecchiaia, la solitudine, il lavoro? Ebbene, proprio in mezzo a tutte queste ragioni umani di tristezza risuonano per te queste parole: “rallegrati piena di Grazia”. Rallegrati oggi perché sei chiamato nella Chiesa per imparare a gioire, ovvero a vivere secondo la volontà di Dio, che è il compimento della tua vita nell’amore. “il Signore è con noi” da sempre, anche se lo abbiamo rifiutato. 

Ci ama infinitamente e per questo non ci ha mai abbandonati al nostro destino. Egli agisce nella nostra storia, anche attraverso i fatti che ci inducono alla tristezza, lasciandoci liberi di peccare e sperimentare il fallimento che, a poco a poco, ci svuota dei falsi ideali, dei criteri e dei progetti partoriti dall’uomo vecchio. “Rallegrati” proprio oggi dunque, e “non temere, perché hai trovato Grazia presso Dio”. Te lo testimoniano proprio gli eventi e le relazioni che stanno demolendo la dimora del nemico per fare spazio alla Grazia. 

La Parola che la Chiesa ci predica e i sacramenti ai quali possiamo accostarci hanno infatti il potere di stanare il demonio e scacciarlo dalle zone che usurpa in noi. E così, giorno dopo giorno, con Maria che è Madre della Chiesa e Madre nostra, possiamo camminare aprendoci sempre più alla Grazia, sino a che essa prenda completamente possesso di noi. 

Vuoi essere te stesso? Vuoi essere tu la ragione della tua gioia? Vuoi cioè che l’amore colmi ogni centimetro della tua vita per riconsegnarti l’identità perduta, infondendo senso ad ogni suo istante e la dignità di figlio di Dio ad ogni tuo pensiero e gesto? Lasciati accogliere nel seno benedetto di Maria immergendoti nelle viscere di misericordia della Chiesa. 

Nell’Immacolata sua concezione c’era anche la nostra storia. Impura eppure già purificata nella compassione di Dio, colma di peccati già gravidi di misericordia. La sua Grazia giunge a noi per mezzo di Maria, che instancabilmente corre a cercare le tante Elisabetta sue parenti che la misericordia di Dio ha già visitato. Oggi non è l’anno zero fratelli, siamo tutti “al sesto mese” di un’opera che Dio ha cominciato in noi mentre eravamo sterili, incapaci di gioire perché incapaci di amare; abbiamo solo bisogno che Maria venga a visitarci, a certificare con il suo saluto che anche noi siamo “pieni di Grazia”. 

E lo fa oggi, perché in questo Anno Santo Straordinario della Misericordia che inizia con questa Solennità, possa sussultare di gioia l’uomo nuovo che Dio ha seminato in noi. Per questo Maria, immagine della Chiesa, ci apre in modo speciale la “porta santa”, quella del sepolcro, perché possiamo attraversarla con Lei e iniziare a camminare nella vita nuova che nasce dall’Indulgenza plenaria che cancella ogni peccato per fare pienamente posto alla Grazia. 

Nella stessa luce di Pasqua per la quale Maria fu preservata da ogni peccato, infatti, risplende anche la nostra vita graziata, per la cui salvezza Gesù ha dato la sua vita, gratuitamente e senza condizioni. E’ questo che ci unisce a Maria, il mistero di un amore che previene il peccato in Lei proprio per perdonarlo e cancellarlo in noi.  Allora, come non dire ripetere al Signore insieme a Maria le stesse parole con le quali si è consegnata a Lui? Sì, “ecco” anche me, “sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.

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