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Presentazione del libro di Alberto Mieli "Eravamo ebrei" alla Radio Vaticana

ZENIT - SC

“Eravamo Ebrei” di Alberto Mieli: una testimonianza schietta e serena

Ieri pomeriggio, nella sede della Radio Vaticana, la presentazione del libro di uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz. Con padre Federico Lombardi, Ruth Dureghello e don Marco Gnavi

Un appuntamento non certo banale quella concretizzatosi nella sede di Radio Vaticana nel tardo pomeriggio di mercoledì 27 gennaio (Giorno della Memoria, anniversario della liberazione di Auschwitz): nella sala Marconi, davanti al grande affresco dei Pontefici ‘radiofonici’ (dunque da Pio XI in poi), è stato presentato “Eravamo ebrei – Questa era la nostra unica colpa”, un testo autobiografico di Alberto Mieli scritto con la collaborazione della nipote Ester (ed. Marsilio).

Mieli, nato nel 1925, arrestato per caso a novembre del 1943 e ormai uno degli ultimi ebrei romani sopravvissuti all’inferno di Auschwitz, ricorda nel libro, con passione civile e con lucidità non vendicativa, gli anni degli leggi razziali e della deportazione nel lager.  Un monito, sempre attuale, affinché certe vergogne e certi orrori non possano ripetersi.

Introdotto da Fabio Colagrande, padre Federico Lombardi – kippah bianca in testa, quella della recente visita in Sinagoga del Papa – ha evidenziato subito la sua commozione, anche derivata dalla constatazione di come Mieli sia riuscito a rompere il suo silenzio, certo a costo di costi emotivi non indifferenti.  Il portavoce vaticano ha evidenziato la concretezza del racconto di Alberto Mieli, attento anche alle piccole cose della vita quotidiana, sia in famiglia che nei campi di concentramento conosciuti.

Un altro momento del racconto ha colpito padre Lombardi: la cacciata da scuola del piccolo Alberto, qualcosa di “indicibile, folle, inaccettabile”… “ma la strada era ormai imboccata e avrebbe portato all’abisso”. Mieli, ha concluso il relatore, è passato attraverso le esperienze più terribili e tuttavia nel suo racconto non c’è traccia di desiderio di vendetta. È questa una constatazione che ha del “miracoloso”.

Presente anche la presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, che ha dapprima ringraziato per il “graditissimo invito”, evidenziando i valori comuni alle grandi religioni monoteiste. Una collaborazione oggi particolarmente necessaria, dato che quel “Mai più!” pronunciato davanti alla tragedia della Shoah, non trova riscontri se appena poniamo attenzione al mondo in cui siamo immersi.

È per questo che gesti come quello di padre Lombardi di indossare la kippah hanno un grande significato simbolico “che diventa messaggio concreto”. Come per esempio fu a suo tempo il mettersi la stella gialla da parte di re Cristiano di Danimarca per impedire la deportazione degli ebrei. Sono gesti che hanno “un valore aggiunto”, perché sono un segno di “riconoscimento dell’identità dell’altro”.

Dopo mons. Marco Gnavi, responsabile dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso del Vicariato di Roma (e parroco di Santa Maria in Trastevere, chiesa legata alla Comunità di Sant’Egidio), ha preso la parola l’autore, numero 180060 di Auschwitz-Birkenau. Con voce pacata e commossa, ha ricordato alcuni momenti della sua vita e alcuni insegnamenti da trarre dalla tragedia vissuta. Quattro in particolare. Non portate mai con voi odio né rancore né vendetta, da cui conseguono sempre “lutto e morte”. Non date mai dispiacere ai vostri genitori, perché sono coloro che si sono sacrificati per mettervi al mondo e mantenervi. Non date mai ascolto ai compagni che vi chiedono di fare cose inaccettabili. Apprezzate sempre, e difendetelo, il dono della libertà, per voi e per gli altri.

“La storia di Alberto Mieli – scrive nella postfazione il Rabbino Capo Riccardo Di Segni – me la vedo davanti tutti i giorni, non solo quando lo incontro in tanti eventi comunitari, ma soprattutto quando incontro i suoi discendenti nella quotidianità delle riunioni di preghiera, una sfida e una vittoria vivente nei confronti di chi avrebbe voluto annientare lui e la sua gente, nel corpo e nello spirito. Per questo – afferma il Rabbino – al titolo di questo libro, ‘Eravamo ebrei’, aggiungerei la frase ‘e lo siamo ancora e di più'”.

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