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Emergenza educativa, tema del dialogo tra ebrei e cristiani

Di Segni e Dal Covolo a confronto sul comandamento “Onora il padre e la madre”

di Mariaelena Finessi

ROMA, lunedì, 24 gennaio 2011 (ZENIT.org).- «Ogni anno, guardandosi indietro, si raccolgono i cocci di incidenti e provocazioni, che negli ultimi mesi non sono stati pochi». Così il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma a proposito della Giornata del dialogo ebraico-cristiano, celebrata il 17 gennaio, e che lo ha visto impegnato presso l’Università Lateranense in una riflessione a due voci, con il rettore monsignor Enrico Dal Covolo, su uno dei dieci comandamenti. «Non è un dialogo semplice – spiega Di Segni – e persino una riflessione a confronto su un testo biblico può essere messa a rischio, come è avvenuto in passato».

Istituita nel 1989 dalla commissione ecumenica della Conferenza Episcopale Italiana, presieduta dal Vescovo di Livorno Alberto Ablondi, la Giornata dell’ebraismo anticipa ogni anno la Settimana per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio). E rimarca i progressi compiuti in Italia nel dialogo ebraico-cristiano.

La difficoltà sostanziale del dialogo, come fa notare Dal Covolo, risiede ancora una volta nel fatto che per i cattolici l’Antico Testamento può essere compreso in profondità solo alla luce del Nuovo, mentre questo, evidentemente, non è accettato dagli ebrei. Ciononostante, esistono «ponti di alleanza tra le due fedi a partire dalla ricerca sincera di Dio». «Noi siamo sicuri – spiega – che questa ricerca a un certo punto conduce a traguardi anche inimmaginabili, attualmente di fraternità, che superano le barriere».

E confrontarsi sulle “dieci Parole” è già mettersi all’ascolto dell’altro. In fondo il Decalogo è, stando al pensiero di Benedetto XVI, come la fiaccola «dell’etica della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio (…). Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità».

Quest’anno dedicato al quinto comandamento (almeno secondo il conteggio tradizionale ebraico, il quarto per le tradizioni cattolica e luterana), che recita “Onora tuo padre e tua madre” , il vis-à-vis romano tra il rabbino e il prelato mette in luce le differenze teologiche ed un certo bagaglio valoriale comune.

Ci si muove, nel ragionare, dalla richiesta divina di onorare, cioè letteralmente di «dare il peso dovuto», sia al padre che alla madre. «Certamente lo specifico di come meglio adempiere tale comandamento è molto cambiato nel corso dei secoli e dei millenni», è scritto nel pamphlet elaborato per l’occasione dai presidenti dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia e della Commissione episcopale per l’Ecumenismo e il dialogo della Cei. «Ma esso rimane di straordinaria attualità in una società in cui il numero degli anziani aumenta e l’attenzione a loro dedicata non sempre è adeguata».

Il comandamento, spiega Di Segni, non trova applicazione soltanto all’interno di ogni famiglia e in ogni fase della sua esistenza. Esso va invece oltre i confini delle mura domestiche. «E così all’interno del decalogo la “quinta Parola” non si colloca tra quelle che regolano i rapporti umani ma è sulla prima delle due tavole, quella che tratta i rapporti tra gli esseri umani e Dio». La tradizione rabbinica, infatti, sottolinea che la nascita di ogni nuova creatura è frutto non solo dell’amore dei due genitori, ma anche dell’intervento dell’Altissimo.

Altra singolarità, mentre la maggioranza delle “dieci Parole” è espressa in forma negativa, «quella che prescrive di onorare padre e madre è invece formulata in modo affermativo ed è simile, in questo, alla precedente riguardante l’osservanza del Sabato». Entrambe sono strettamente collegate anche nel libro del Levitico, dove si legge: “Ognuno di voi rispetti sua madre e suo padre; osservate i miei sabati. Io sono il Signore, vostro Dio”.

Ciò vuol dire che «v’è un rapporto costante tra il rispetto dovuto a Dio e ai genitori. E i comandamenti – chiosa Di Segni – non sono l’autocelebrazione divina, ma il fondamento della società». Leggi che, oggi, dinanzi alla disgregazione della famiglia, «non sono affatto ovvie o scontate».

Dal Covolo cita invece san Giovanni Crisostomo, che declina il comandamento del Signore in maniera singolare, molto più sul versante dell’educazione dei figli che non su quello dell’onore dovuto ai genitori. «In pratica, è come se il Crisostomo ammonisse i genitori così: “Se volete essere onorati dai figli, educateli bene!”. Il capovolgimento è istruttivo, soprattutto in questi nostri tempi, segnati da una straordinaria “emergenza educativa”».

«Non è la sola procreazione della prole che rende padri, ma anche la cura per essa, dopo che fu procreata – scrive l’Antiocheno – , dunque educhiamo saggiamente i figli! Il resto verrà da sé. Infatti, se l’animo non è buono, le ricchezze materiali non gioveranno a nulla. Se invece l’animo è retto, la povertà non potrà recare alcun danno».

Il comandamento insegna, inoltre, a tributare rispetto a coloro che ci hanno preceduto, e a quanto hanno fatto di buono: «Il padre e la madre indicano il passato – conclude il prelato -, il legame tra una generazione e l’altra, la condizione che rende possibile l’esistenza stessa di un popolo».

In finale «è questo – si osserva citando Giovanni Paolo II – l’unico comandamento a cui è legata una promessa: “Onora tuo padre e tua madre, poiché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio”».

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