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Educare ai media in famiglia, non solo a parole

Una riflessione in vista della prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali

Da quando l’ultimo Concilio ecumenico ha istituito la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, per ben otto volte i Papi hanno voluto mettere in evidenza nello specifico il rapporto tra i media e la famiglia. La letteratura sul tema, dunque, è stata finora sovrabbondante: in particolare si è insistito molto sull’educazione dei figli al corretto uso della televisione e sul ruolo che dovrebbero avere i media per l’unità e il progresso della famiglia. Si tratta evidentemente di un ambito delicato e molto importante per la Chiesa.

Eppure di fronte a tanta secolare chiarezza e determinazione cartacea, la realtà di tutti i giorni sembra parlare ancora oggi una lingua diversa rispetto a quella dei documenti pontifici. Mi riferisco ovviamente alla situazione italiana. A parte isolate iniziative che hanno visto la luce soprattutto nel Nord del nostro Paese, non esiste una vera e propria strategia di educazione ai media per la famiglia. Intere generazioni di ragazzi, ormai divenuti adulti, sono state abbandonate di fronte ai media senza regole e senza paure.

Oggi la televisione sta naturalmente perdendo il suo charme di un tempo, per cui viene meno l’urgenza di trovare soluzioni educative rispetto a questo strumento. Ma la strategia del “non-intervento” sembra ostinarsi a perdurare anche di fronte all’arrivo delle “nuove” tecnologie. Tanti incontri, convegni ecclesiali, dibattiti, tavole rotonde e sinonimi vari hanno riempito spazi quotidiani con termini del calibro di “nativo digitale”, “v@ngelo”, “crossmediale”, senza apportare alcunché di operativo nella prassi pastorale delle singole parrocchie.

Parrebbe che dietro alle parole non si avverta la gravità dell’influenza dei media nelle famiglie, e non solo tra i giovani. Sappiamo bene che l’uso sregolato dei social network sta procurando squilibri nei già fragili attuali rapporti di coppia. Ma non conosciamo ancora bene quali siano e saranno gli effetti di un approccio improprio dei giovani con il mondo di internet. Se è vero che il mezzo è il messaggio, la comunicazione di un telefonino sempre a portata di mano come sta cambiando la nostra società? Cosa dice il comando “reset” all’uomo del Duemila? La tecnologia “touch” sta segnando un cambiamento epocale? Non si tratta di domande banali o provocatorie. E le risposte sono ancora oggi alla portata di pochi.

Intervenire per educare è un imperativo categorico. È affascinante sapere che la preghiera è la forma fondamentale di comunicazione della famiglia, che il perdono è una dinamica di comunicazione che si impara innanzitutto in famiglia, come ci ricorda Papa Francesco nel messaggio di quest’anno per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Ma perché la Chiesa cattolica italiana non viene incontro all’educazione della fede in famiglia magari semplicemente rivoluzionando la comunicazione dell’ora di catechismo? L’attuale catechismo per i bambini è lo stesso volume che si utilizzava trent’anni fa per prepararsi alla prima Comunione, allorché non c’erano smartphone, computer e applicazioni.

E per quale motivo in parrocchia generalmente non si propongono corsi di formazione per capire cosa sia un videogioco, da quale età e per quanto tempo un bambino può relazionarsi con un dispositivo digitale, come difendersi dalla pubblicità, come discernere la verità sul web?

La speranza è che si esca presto fuori dalla tentazione di pensare che sol perché si è capaci di parlare e scrivere allora ci si possa proporre esperti in comunicazione. Con l’augurio che le riflessioni anche intelligenti prodotte sul mondo dei media possano finalmente sfociare in risvolti pastorali concreti, che aiutino le periferie esistenziali della comunicazione e della cultura.

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