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Ecco come “l’ideologia apocalittica” avvelena le menti dei fondamentalisti

Il “Codice dell’Apocalisse” svela il millenarismo violento dietro le efferatezze dell’Isis. Sul tema un libro del giornalista Aldo Di Lello

Sin dalla proclamazione del sedicente Stato Islamico nell’estate del 2014 l’opinione pubblica internazionale ha imparato a familiarizzare con nuove forme di atrocità e fanatismo, ideologico prima ancora che religioso, che si pensava appartenessero ormai ad un fosco, per quanto recente, passato.

Un triste risveglio che ha riguardato in primis noi europei, negli ultimi anni alle prese con un dibattito autoreferenziale su crisi, austerità e vincoli di bilancio, impedendoci di maturare qualsiasi visione di lungo periodo. Così, mentre il Vecchio Continente confermava al mondo la propria debolezza strutturale, il Medio Oriente precipitava nel caos, divenendo facile preda di radicalismo ed intolleranza.

Nonostante le analisi sulla violenza di marca islamista siano numerose, ben poche di esse hanno scavato in profondità le ragioni del suo successo presso alcuni settori dell’Islam radicale. Nel suo libro “Il Codice dell’Apocalisse. Perché l’islamismo ci fa guerra” (Koinè Nuove Edizioni), Aldo Di Lello, storica penna de Il Secolo d’Italia, mostra le cause di questo tornante cruciale, analizzando non solo le ripercussioni geopolitiche, economiche e sociali dei Paesi da cui i fondamentalisti riescono ad attingere uomini e consenso, ma centrando il focus sull’ideologia apocalittica che li muove.

È proprio tale millenarismo cieco a costituire il fulcro del problema. “Questa potente pulsione politico-religiosa – scrive l’autore – contiene un codice, il codice dell’Apocalisse per l’appunto, che sopravvive all’evoluzione storica e che torna periodicamente a manifestarsi sulla scena mondiale. È allora che il mito dell’Apocalisse nuovamente attecchisce nelle menti incendiate dal fanatismo. Quest’ansia messianica, in cui l’ispirazione religiosa si combina con la spinta verso la rivoluzione sociale, la ritroviamo oggi nelle forme estreme dell’islamismo”.

Queste pulsioni, violente e palingenetiche, vorrebbero provocare la fine dei tempi, così da velocizzare l’avvento del regno della giustizia divina. Che tali propositi siano basati su inconsistenti presupposti teologici (a prescindere dalla religione dei loro propugnatori) è scontato, così come scontate sono le aberrazioni disumane (o, se vogliamo, infere) a cui portano. Ciò non impedisce tuttavia che siano in grado di attrarre ed avvelenare il cuore di molti individui, nella maggior parte dei casi giovani.

Al nichilismo che ne alimenta l’ansia distruttiva non è immune del resto neanche l’Occidente: “Non bisogna però credere che sia un fenomeno riguardante soltanto il mondo musulmano. Il codice dell’Apocalisse è tornato ad agire anche in Occidente. E non solo perché nel nostro emisfero, soprattutto in Nord America, pullulano da molto tempo i gruppi millenaristici, con tanto di telepredicatori che annunciano i prossimi castighi all’‘umanità corrotta’. Ma anche perché la crisi della politica (e del senso della storia connesso con le culture politiche fino a tutto il Novecento) ha aperto la strada al ritorno del discorso ‘profetico’: se la storia perde di senso e di finalità, non resta che la ‘profezia’, con buona pace dei fautori del pensiero debole e postmoderno”.

L’impreparazione culturale dell’Occidente nel comprendere il “salto di qualità” operato dai fondamentalisti odierni è una delle principali cause del nostro smarrimento di fronte ad un fenomeno così cruento. La stessa spettacolarizzazione mediatica delle efferatezze compiute, sapientemente sfruttata dagli adepti del terrore, fa comprendere il mutamento in atto: “il brigatista rosso voleva colpire il cuore dello Stato. L’estremista islamico vuole alterare lo stato del Cuore”.

Accanto alle necessarie contromisure di sicurezza e di intelligence ed a politiche d’integrazione adeguate occorre dunque che nei popoli europei si desti quello spirito di “autodifesa consapevole e partecipata” che consentirebbe al Vecchio Continente di riguadagnare un posto di rilievo nel nuovo mondo multipolare. Tutto ciò non può tuttavia essere realizzato senza la consapevolezza del veleno apocalittico che sta debilitando il nostro tempo. A tal proposito, anche per mostrare come il Male possa insidiare qualsiasi tradizione, l’autore riprende alcune parole dello storico Romolo Gobbi per lanciare una provocazione finale:

“Conviene rileggere un passo di Gobbi , laddove si descrivono le pratiche suicide di una setta estremista scaturita, nel IV secolo, dal movimento millenarista dei donatisti. ‘Il loro obiettivo era il martirio, individuale o di massa. In preparazione di questo tenevano anche banchetti di addio, durante i quali si ubriacavano e danzavano in onore dei martiri’. Solo la ‘speranza del regno millenario li spingeva al martirio, anche attraversando il suicidio in massa gettandosi da precipizi, o annegandosi o bruciandosi vivi’.

Tutto ciò – continua Di Lello – avveniva in Nord Africa. I donatisti erano (a loro modo) cristiani e la loro violenza era prevalentemente rivolta a se stessi e non ad altri innocenti. Però il meccanismo che spinge una persona a immolare se stessa per assicurarsi il Paradiso è lo stesso dei kamikaze di Allah di oggi. Stessa è anche l’area geografica. E certi fatti avvenivano circa tre secoli prima la predicazione di Maometto. Singolare no?”.

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