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Ufficio Divino / Wikimedia Commons - Korennaya, CC BY-SA 3.0

E se viene recitata l’Ora sbagliata?

Non bisogna ricominciare da zero e recitare quella corretta

Nella sua rubrica di liturgia, padre Edward McNamara LC, professore di Liturgia e Decano di Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, risponde alla domanda di un lettore dagli Stati Uniti.

La mia domanda concerne l’obbligo di celebrare la Liturgia delle Ore. Se un sacerdote, vincolato dalla sua ordinazione a celebrare la Liturgia delle Ore, recita un’ora nel giorno sbagliato, deve ricominciare da zero e recitare quella corretta? Ha adempiuto il suo obbligo? — R.B., Grants, New Mexico (USA)

Effettivamente si tratta di un obbligo che si assume con le ordinazioni. Il candidato promette, come ricordato nella risposta a un dubbio pubblicata nel 2000 dalla Congregazione per il Culto Divino:

“«Vuoi custodire e alimentare nel tuo stato di vita lo spirito di orazione e adempiere fedelmente l’impegno della Liturgia delle Ore, secondo la tua condizione, insieme con il Popolo di Dio per la Chiesa e il mondo intero?» (cfr. Pontificale Romano, rito di ordinazione dei diaconi).

“Perciò, nello stesso rito di ordinazione diaconale, il ministro sacro domanda o riceve dalla Chiesa l’incarico di pregare la Liturgia delle Ore; si tratta dunque della responsabilità ministeriale di colui che riceve l’ordinazione, un incarico che supera i limiti della semplice pietà personale. 1 ministri sacri, con il vescovo, sono uniti nel ministero di intercessione per il Popolo di Dio, che è loro affidato, sull’esempio di Mosè (Ex. 17, 8-16), degli Apostoli (I Tim 2, 1-6) e di Gesù Cristo stesso «che è alla destra del Padre e che intercede per noi» (Rom 8,34). Così pure, nell’Institutio Generali de Liturgia Horarum n° 108, si legge: «Chi recita i salmi della Liturgia delle Ore, li recita non tanto a nome proprio quanto a nome di tutto il Corpo di Cristo, anzi nella persona di Cristo stesso».

Si legge anche al n° 29 della medesima Institutio: «I vescovi, dunque, i sacerdoti e gli altri ministri sacri, che hanno ricevuto dalla Chiesa il mandato di celebrare la Liturgia delle Ore, recitino ogni giorno tutte le Ore, osservando, per quanto è possibile, il loro vero tempo».

Il Codice di Diritto Canonico, da parte sua, prescrive al can. 276, § 2, n. 3 che «i sacerdoti come pure i diaconi aspiranti al presbiterato, sono obbligati a celebrare ogni giorno la Liturgia delle Ore, secondo i propri libri liturgici regolarmente approvati; i diaconi permanenti la celebrino secondo le norme definite per essi dalla Conferenza Episcopale».” [1]

Riguardo l’obbligo dell’Ufficio, la risposta è ben chiara:

“Domanda n° 1: Qual’è il parere della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti a proposito dell’ampiezza dell’obbligo di celebrare o di recitare ogni giorno la Liturgia delle Ore?”

“Risposta: Quelli che hanno ricevuto l’ordinazione sono tenuti all’obbligo morale di celebrare o di recitare integralmente e ogni giorno l’Ufficio Divino, in virtù della medesima ordinazione, conformemente al rito di ordinazione diaconale e secondo il can. 276, § 2, n. 3 del Codice di Diritto Canonico, citato sopra. Compiere questo obbligo non costituisce prima di tutto una devozione privata, neanche un pio esercizio realizzato dalla sola volontà di chierico, ma si tratta prima di tutto di un atto proprio del ministro sacro e dell’ufficio pastorale.” [2]

Mentre il documento qui sopra parla di situazioni in cui una parte dell’Ufficio può essere omessa, non tratta la domanda cosa fare nel caso di errore. Per la risposta a questa domanda occorre risalire a scrittori precedenti.

Quando si recita l’Ufficio Divino occorre tenere in mente due diversi ordini: l’ordine o la disposizione degli Uffici, e l’ordine o la disposizione delle Ore.

L’ordine degli Uffici indica quale Ufficio deve essere recitato ogni giorno, come stabilito nel calendario. Questo può variare da luogo a luogo e persino da persona a persona, in quanto si segue il calendario locale – o, se membri di un ordine religioso, il calendario approvato dalla congregazione, che può differire dal calendario universale o locale.

L’ordine delle Ore invece indica quali delle Ore devono essere recitate, cioè la prima, la seconda, e quali letture, lodi, preghiere delle ore diurne ecc.

L’obbligo è di osservare entrambi gli ordini, ma in alcune occasioni vi può essere un ragionevole motivo per qualche cambiamento. Per esempio, se un sacerdote si trova in una diocesi che festeggia la solennità del suo santo patrono ma manca dei testi appropriati, può usare un altro Ufficio approvato e cercare di avvicinarsi il più possibile alla festività.

Sorprendentemente, questo può accadere ben più frequentemente al giorno d’oggi, in cui i sacerdoti si basano su mezzi elettronici per recitare l’ufficio. Ad esempio, un sacerdote che arrivi in questo periodo in Europa scoprirebbe che San Benedetto da Norcia, come co-patrono del continente, è una festività e non una memoria. Ciò può venire facilmente risolto da coloro che utilizzano il libro che riporta gli Uffici comuni, mentre non tutte le applicazioni o app hanno la flessibilità necessaria.

Se qualcuno ha recitato per errore un Ufficio sbagliato –  celebrando, ad esempio, il giorno sbagliato – i teologi sono stati tradizionalmente dell’opinione che egli abbia comunque adempiuto il suo obbligo, e che non sia necessario impegnarsi in una seconda recita.

Si tratta di un’applicazione dell’assioma Officium pro officio valet, cioè un Ufficio vale per l’altro.

Questo assioma ha avuto una storia in un certo senso “altalenante”, in cui ne è esistito un uso valido e uno sbagliato. L’uso valido è quello sopra illustrato, in cui una persona con l’obbligo di recitare la Liturgia delle Ore erroneamente prega un Ufficio o sostituisce con un Ufficio equivalente quello che gli è impossibile pregare.

Mentre questo assioma non compare nei documenti ufficiali della Chiesa, una certa applicazione del principio si trova nei Principi e Norme per la Liturgia delle Ore, quando ci si riferisce alla partecipazione a una celebrazione comunitaria. A riprova:

“242. Ogni chierico o religioso, obbligato per qualsiasi titolo all’Ufficio divino e che partecipa all’Ufficio celebrato in comune secondo un calendario o un rito diverso dal suo, soddisfa in questo modo al suo obbligo per quanto riguarda quella parte dell’Ufficio.”

Riepilogando gli insegnamenti di alcuni dei manuali tradizionali, possiamo citare i seguenti principi riguardo agli errori. Non tutti sono però altrettanto applicabili all’attuale Liturgia delle Ore:

– Se un sacerdote recita per errore l’Ufficio di un giorno invece di un altro (ad esempio, quello del martedì in un lunedì), è tenuto comunque a recitare il martedì di martedì (questo secondo S. Alfonso).

– Se però viene notato un errore nella consultazione del calendario solo dopo la lettura di una parte dell’ufficio, e che quindi l’ufficio parzialmente recitato non è l’ufficio del giorno corrente egli non è obbligato a ripetere la parte già recitata (ad es. le letture); è sufficiente, valido e legale seguire l’ufficio corretto nelle ore successive. Il sacerdote che recita non è tenuto a ripetere neanche una parte dell’ora, se scopre il suo errore durante la recitazione anche di una cosiddetta “piccola Ora”. E può finire il salmo o l’inno o la preghiera che stava recitando quando ha scoperto il suo errore, e potrà quindi riprendere l’ufficio corretto laddove ha lasciato l’altro Ufficio, oppure può terminare l’Ora già iniziata.

– Quali motivi giustificano una modifica delle Ore? Qualsiasi motivo ragionevole è sufficiente. Quindi, se un amico invita un sacerdote alla recitazione congiunta di un’Ora e il sacerdote non ha ancora recitato le Ore canoniche precedenti, gli è permesso di accettare l’invito e invertire l’ordine delle Ore.

L’uso errato dell’assioma è stato duramente criticato dai manuali liturgici e di teologia morale del XVII secolo. Alcuni utilizzavano infatti l’assioma per non dover pregare l’Ufficio completo, ritenendo che un ufficio più corto potesse sostituire uno più lungo. Questo punto di vista è stato condannato dalla Chiesa in varie occasioni, e alcuni teologi morali lo hanno persino definito un peccato grave.

[Traduzione dall’inglese a cura di Maria Irene De Maeyer]

*

NOTA

[1] Fonte: TotusTuus. PagineCattoliche.it

[2] Idem

***

I lettori possono inviare domande all’indirizzo liturgia.zenit@zenit.org. Si chiede gentilmente di menzionare la parola “Liturgia” nel campo dell’oggetto. Il testo dovrebbe includere le iniziali, il nome della città e stato, provincia o nazione. Padre McNamara potrà rispondere solo ad una piccola selezione delle numerosissime domande che ci pervengono.

About Edward McNamara

Padre Edward McNamara, L.C., è professore di Teologia e direttore spirituale

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