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E Francesco, entusiasta, racconta ai fedeli il suo viaggio in Albania

Durante l’Udienza generale, il Papa ripercorre le 14 ore vissute domenica nel paese balcanico e si dice grato per aver incontrato un popolo coraggioso che non si è lasciato piegare dal dolore

Un nonno che ha vissuto un’esperienza talmente speciale da volerla raccontare al più presto a figli e nipoti. Ricorda questa scena l’Udienza generale di Papa Francesco, oggi, in piazza San Pietro. Con i numerosi fedeli presenti, un Bergoglio entusiasta ripercorre tappa dopo tappa le 14 ore di visita in Albania. Tutta la catechesi diventa quindi un diario di bordo delle impressioni ed emozioni vissute dal Pontefice domenica scorsa nel paese balcanico. Dalla gratitudine all’Episcopato e alle autorità per la cortesia con cui l’hanno accolto, alla sorpresa commossa per aver toccato con mano la sofferenza di un intero popolo e aver conosciuto dei martiri.

Per rendere più organica la narrazione, il Papa parte dal principio, cioè dalla scelta di visitare l’Albania “nata dal desiderio di recarmi in un Paese che, dopo essere stato a lungo oppresso da un regime ateo e disumano, sta vivendo un’esperienza di pacifica convivenza tra le sue diverse componenti religiose”.

Proprio questo è il punto forte della nazione che attualmente la rende un modello quasi unico nel mondo e che a Francesco è sembrato “importante” incoraggiare. Il Papa ricorda infatti l’incontro interreligioso nell’Università “Nostra Signora del Buon Consiglio”, dove – racconta – “ho potuto constatare, con viva soddisfazione, che la pacifica e fruttuosa convivenza tra persone e comunità appartenenti a religioni diverse è non solo auspicabile, ma concretamente possibile e praticabile”.

“Si tratta di un dialogo autentico e fruttuoso – precisa – che rifugge dal relativismo e tiene conto delle identità di ciascuno. Ciò che accomuna le varie espressioni religiose, infatti, è il cammino della vita, la buona volontà di fare del bene al prossimo, non rinnegando o sminuendo le rispettive identità”.

Ma il centro del viaggio è stato tuttavia l’incontro con i sacerdoti, le persone consacrate, i seminaristi e i movimenti laicali nella cattedrale San Paolo di Tirana. L’appuntamento, infatti, è rimasto impresso nella memoria collettiva per le lacrime versate dal Pontefice dopo la testimonianza di un sacerdote e una religiosa perseguitati durante il regime comunista.

Quella “è stata l’occasione per fare grata memoria, con accenti di particolare commozione, dei numerosi martiri della fede”, ammette il Santo Padre. “Grazie alla presenza di alcuni anziani, che hanno vissuto sulla loro carne le terribili persecuzioni, è riecheggiata la fede di tanti eroici testimoni del passato”. Questi – sottolinea il Papa – “hanno seguito Cristo fino alle estreme conseguenze”, in virtù di quella “unione intima con Gesù” da cui è scaturita “la forza di affrontare gli avvenimenti dolorosi che li hanno condotti al martirio”.

 “La nostra forza è l’amore di Cristo”, e non c’è n’è un’altra. Essa non scaturisce “dalle capacità organizzative o dalle strutture” della Chiesa, per quanto necessarie. Solo il rapporto di amore con Gesù – ribadisce Papa Francesco – è la vera forza “che ci sostiene nei momenti di difficoltà e che ispira l’odierna azione apostolica per offrire a tutti bontà e perdono, testimoniando così la misericordia di Dio”.

Parlando ancora dei martiri, Bergoglio ripercorre poi con i fedeli quel lungo viale di Tirana che dall’aeroporto porta a piazza Madre Teresa, costellato dai ritratti dei 40 sacerdoti assassinati durante la dittatura comunista per i quali è stata avviata la causa di beatificazione. Essi, dice il Pontefice, “si sommano alle centinaia di religiosi cristiani e musulmani assassinati, torturati, incarcerati e deportati solo perché credevano in Dio”.

Come ha ammesso più volte, per prepararsi alla visita Francesco ha studiato circa due mesi quegli “anni bui, durante i quali è stata rasa al suolo la libertà religiosa ed era proibito credere in Dio”. Nel suo animo brucia quindi il pensiero per le “migliaia di chiese e moschee distrutte, trasformate in magazzini e cinema che propagavano l’ideologia marxista”, per “i libri religiosi bruciati” o per tutti quei genitori a cui venne proibito “di mettere ai figli i nomi religiosi degli antenati”.

E brucia ancora di più dopo aver visto tutto questo di persona, dopo aver letto questo rimorso negli occhi della gente. Tuttavia “il ricordo di questi eventi drammatici è essenziale per il futuro di un popolo”, assicura il Papa. Perché “la memoria dei martiri che hanno resistito nella fede è garanzia per il destino dell’Albania”: “Il loro sangue non è stato versato invano, ma è un seme che porterà frutti di pace e di collaborazione fraterna”.

Già adesso ciò è evidente: nel panorama internazionale, l’Albania è “un esempio non solo di rinascita della Chiesa ma anche di pacifica convivenza tra le religioni”. Allora “i martiri non sono degli sconfitti, ma dei vincitori”, afferma il Vescovo di Roma: nella loro eroica testimonianza “risplende l’onnipotenza di Dio che sempre consola il suo popolo, aprendo strade nuove e orizzonti di speranza”.

Lo stesso messaggio il Papa l’ha affidato all’intera popolazione albanese che – dice – “ho visto entusiasta e gioiosa nei luoghi degli incontri e delle celebrazioni, come pure nelle vie di Tirana”. “Ho incoraggiato tutti ad attingere energie sempre nuove dal Signore risorto, per poter essere lievito evangelico nella società e impegnarsi, come già avviene, in attività caritative ed educative”.

A fine catechesi, Bergoglio ringrazia ancora una volta il Signore per avergli concesso questo Viaggio, durante il quale ha incontrato “un popolo coraggioso e forte, che non si è lasciato piegare dal dolore”.

Rivolgendosi ai “fratelli e sorelle dell’Albania” rinnova poi l’invito “al coraggio del bene, per costruire il presente e il domani del loro Paese e dell’Europa”, e affida i frutti della sua visita alla Madonna del Buon Consiglio, venerata nel Santuario di Scutari, “affinché Lei continui a guidare il cammino di questo popolo-martire”.

L’auspicio del Pontefice è che “la dura esperienza del passato lo radichi sempre più nell’apertura verso i fratelli, specialmente i più deboli, e lo renda protagonista di quel dinamismo della carità tanto necessario nell’odierno contesto socio culturale”. 

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