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Dov’è Dio?

Non possiamo scrutare per intero il segreto di Dio: ne scorgiamo solo frammenti e non abbiamo elementi, né potestà, per ergerci a giudici

«Io so cosa vuol dire non tornare, una notte infinita è da dormire».

Guardando il sole tramontare sul campo di concentramento di Fossoli, Primo Levi coniò versi struggenti, intrisi della sua personale, drammatica esperienza di prigioniero nei lager nazifascisti. Parole che ci richiamano al dovere del ricordo, specialmente in vista della Giornata della memoria, memoriale della Shoah, ed utili anche per dare risposta al quesito che prepotente ritorna ogni volta che l’uomo o la natura fanno scempio di povere e indifese vite: dov’è Dio?

L’interrogativo è riecheggiato anche nelle ultime ore, dopo i disastri scaturiti in Abruzzo dall’infausta unione tra terremoto e nevicate: oggi come allora, dov’era Dio, quando il male imperversava e faceva strage di innocenti?

Umanamente, sembra non esservi risposta: quando un mostro distrugge storie, abitazioni, i luoghi di lavoro e quelli della fede; quando tutto questo succede, la paura diventa orrore, schiudendo le porte alla depressione del corpo e dell’anima. È il momento cruciale: l’abisso o la rinascita sono il bivio che si trova di fronte. Non si può più vivere aspettando che passi, perché potrebbe non passare, o almeno non prima di un lungo tempo. Allora si deve allenare l’animo a sopportare una condizione di emergenza protratta, a considerarla come una nuova ordinarietà, anche se tutto l’essere si ribella. E poiché l’uomo non è fatto per vivere così, dentro di lui sale un urlo che è – contemporaneamente – di dolore, rabbia e ribellione.

È, anzitutto, lo svelamento di una finzione. È la caduta del mito della modernità, dell’uomo insediatosi al centro della creazione nel delirio di una campagna di conquista e sottomissione dell’imponderabile, del prometeico tentativo di bonificare le insidiose paludi della vita. Ma è poi anche – e soprattutto – il segno della presenza divina: è il male a far apprezzare il bene, a far ricordare per esempio – quando questo si veste da terremoto – che la dolcezza dell’ambiente ed il benessere non sono garantiti e quando ci sono bisogna riconoscerli come doni, di cui essere grati.

In definitiva, noi non possiamo scrutare per intero il segreto di Dio: ne scorgiamo solo frammenti e non abbiamo elementi, né potestà, per ergerci a giudici. Se così facessimo, non difenderemmo l’umanità, ma al contrario ne favoriremmo la distruzione. Come sottolineò nel 2006 Papa Benedetto XVI recandosi in visita ad Auschwitz, il nostro richiamo a Dio a voler essere presente «deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio, affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell’egoismo, dell’indifferenza e dell’opportunismo».

Ce lo hanno insegnato i sopravvissuti di Rigopiano. Per ore dati per spacciati, poi improvvisamente riemersi alla luce tra le lacrime di noi tutti. Quella da loro indicata è la strada da seguire per non perdere mai la speranza, anche quando la morte è tra i vivi. E per gli irriducibili vale sempre l’ode di Giorgio Caproni: «Un’idea mi frulla, scema come una rosa. Dopo di noi non c’è nulla. Nemmeno il nulla, che già sarebbe qualcosa. E un altro personaggio, di rimando: e allora, sai che ti dico io? Che proprio dove non c’è nulla – nemmeno il dove – c’è Dio».

Dio c’è. L’uomo non sempre.

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