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Dodici migranti buttati in mare perché cristiani

La polizia di Palermo ha fermato 15 musulmani, tra cui un minorenne, dopo lo sbarco. La violenza scattata in una rissa per l’acqua

Il dramma dell’immigrazione si unisce al dramma della persecuzione religiosa: dodici migranti sono stati buttati in mare da un barcone che dalle coste della Libia si dirigeva in Sicilia solo perché cristiani. A compiere il gesto crudele sono stati altri immigrati a bordo dell’imbarcazione di fede islamica. I dodici, di orgine nigeriana e ghanese, sono annegati, mentre altri si sono salvati da una simile sorte legandosi fra di loro in una catena umana, ancorata allo scafo.  

A raccontarlo sono gli stessi superstiti, una volta sbarcati al porto di Palermo mercoledì. “Abbiamo lottato per vivere, ma loro erano molti di più e non so per quanto tempo avremmo potuto resistere”, ha detto un giovane nigeriano.

La polizia di Stato, in base alle testimonianze di sei dei 95 profughi ma anche a riconoscimenti fotografici, ha quindi disposto un provvedimento di fermo per 15 persone (tra cui un minorenne di 17 anni) con l’accusa di “omicidio plurimo aggravato dall’odio religioso”. La maggior parte di loro proviene dalla Costa d’Avorio, il resto da Mali, Guinea Bissau e Senegal. Le indagini, tuttavia, sono ancora in corso perché i responsabili della violenza potrebbero essere molti di più. 

Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, sul gommone partito domenica scorsa, intorno alle 20, è scattata una “rissa mortale” a danno dei cristiani, a causa di una presunta loro pretesa di “gestire” l’acqua da bere a bordo e di averla negata ai musulmani, in numero maggiore. Quindi si è scatenata la violenza che ha portato alla morte di 12 persone che hanno lottato con le unghie e con i denti per salvarsi e non cadere in acqua. 

Mentre la Commissione Europea avverte che sul fronte immigrazione la situazione “è grave e peggiorerà nelle prossime settimane e mesi”, la Chiesa si dice attonita per una vicenda che assume i toni dell'”imbarbarimento”, come ha affermato mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei.

“C’era da aspettarselo – ha detto alla Radio Vaticana -. Alcuni discorsi finora erano stati tenuti sul piano ideologico, e l’ideologia andava ad alimentare alcuni comportamenti tenuti da elementi più o meno strutturati”; adesso “questo tipo di discorso di rivendicazione, questo tipo di contrapposizione purtroppo basata sulla religione ma che con la religione non ha niente a che fare, viene speso a livelli spiccioli e di contrasti individuali. Ecco questo, secondo me, rappresenta un passo avanti nell’imbarbarimento, nella strumentalizzazione della religione”.

Dicendosi “più che deluso” per come l’Europa sta reagendo all’enorme fenomeno dell’immigrazione, Galantino sottolinea la necessità di “mettere in campo altri modi di pensare, altri modi di agire, altri modi di intendersi. Qui l’alternativa è o allargare le braccia o andare a far guerra”. Ma – domanda – “possibile che non esista la possibilità per tanti Stati, per tante nazioni che hanno al loro interno energie anche intellettive e organizzative straordinarie, possibile che non siano in grado di pensare interventi che non siano quelli dell’intervento armato oppure delle braccia allargate? Io ho l’impressione veramente che si tratta soltanto di una sorta di modo elegante per lavarsi le mani di fronte a un dramma che diventerà sempre più insopportabile dall’Italia”.

Ma quella di Palermo non è l’unica tragedia legata all’immigrazione in Italia. Ci sono anche le 41 persone scomparse in mare in un altro viaggio partito dalla Libia e terminato a Trapani; un cadavere trovato in un altro gommone, a bordo del quale c’erano circa 90 migranti. E, poi, dopo lo sbarco di 592 migranti due giorni fa ad Augusta, l’arresto di 10 presunti scafisti. 

Secondo mons. Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, “sarebbe necessario che tutti i Paesi europei affrontassero questa emergenza e questa situazione di arrivo di persone che, come sappiamo, fuggono da situazione gravi di guerra e di persecuzioni”. Sempre alla Radio Vaticana, Perego parla di una riorganizzazione da parte dell’Europa del trattato di Dublino, per fare in modo che il continente “diventi una casa in grado di tutelare il diritto di asilo”.

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