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Diplomazia vaticana e Ucraina: qualche nota

Viaggio del Papa in Ucraina? Troppe oggi le difficoltà. Intanto però la diplomazia pontificia tesse con tenacia la sua tela per una tregua in vista di una pace giusta e definitiva

Il 25 febbraio scorso una fonte ucraina ha preannunciato una visita di papa Francesco nel Paese, riferendosi a una presunta risposta positiva del Santo Padre a una lettera-invito del presidente Poroshenko trasmessa alla Segreteria di Stato pochi giorni prima. Il preannuncio ha suscitato subito forti perplessità, perché, se è sicuramente credibile che il Papa desideri ardentemente testimoniare con la sua presenza la vicinanza alle ormai tante vittime di un grave conflitto che si sperava di evitare, organizzare tale visita è oggi impresa molto ardua, prescindendo dagli ormai consueti problemi di sicurezza.

Visita solo a Kiev? Anche in altre città come Leopoli? E il Donbass? E la Crimea? Come fare per tener conto nel dovuto modo delle diverse componenti del cattolicesimo ucraino? Come di quelle del variegato mondo ortodosso? Come evitare una possibile (o probabile) strumentalizzazione da parte del governo ucraino in carica? Come evitare di irritare la Russia? Sono tutte domande cui sarebbe utopico pensare di dare una risposta a breve termine.

Ciò non significa certo che il Vaticano resti inerte di fronte a quanto sta avvenendo in Ucraina, uno dei Paesi che nella storia ha molto sofferto in odium fidei. E’ così che la diplomazia è in piena attività e il Segretario di Stato cardinale Parolin sarà in Bielorussia dal 12 al 15 marzo e il giorno prima della partenza sarà ospite alla Gregoriana per l’annuale Dies Academicus, pronunciandovi una prolusione dal titolo significativo: La pace: dono di Dio, responsabilità umana, impegno cristiano, laddove evidentemente “responsabilità” e “impegno” sono propri degli uomini.

La Bielorussia non è certo una scelta casuale: nella sua capitale, Minsk, si sono tenuti i due vertici ucraino-russo-europeo di settembre e di febbraio per cercare in primo luogo di far tacere le armi nel conflitto in corso. Dal 15 febbraio vige una tregua, pur assai precaria; un passo necessario – strappato con grandi sforzi – ma certo ancora insufficiente a far sì che appaia vicina la luce della pace.

Il conflitto è stato definito dal Papa, nell’udienza generale di mercoledì 4 febbraio, “orribile violenza fratricida”. Francesco ha anche aggiunto a braccio: “Quando io sento le parole ‘vittoria’ o ‘sconfitta’ sento un grande dolore. (…) Ma pensate, questa è una guerra fra cristiani! Voi tutti avete lo stesso battesimo! State lottando tra cristiani. Pensate a questo, a questo scandalo”. 

E’ stata poi necessaria il 10 febbraio una dichiarazione di padre Lombardi per placare le reazioni amareggiate e furibonde dell’episcopato ucraino, che riteneva tali affermazioni offensive del popolo ucraino e della sua lotta contro “l’aggressione russa” e che aveva molto mal digerito la pubblica soddisfazione espressa del Patriarcato di Mosca. Il direttore della Sala Stampa precisava perciò che il Santo Padre, anche il 4 febbraio, intendeva “sempre rivolgersi a tutte le parti interessate, confidando nello sforzo sincero di ciascuna per applicare le intese raggiunte di comune accordo e richiamando il principio della legalità internazionale”.

In effetti è lecito pensare che il Papa non avesse tutti i torti parlando di “orribile violenza fratricida”. Ogni conflitto armato già di per sé contrappone uomini e dunque è fratricida, se- come crediamo – tutti gli uomini sono fratelli. Poi: il conflitto in Ucraina vede impegnati da ambo le parti dei cristiani: e pure da tale punto di vista è  fratricida. Ancora: l’Ucraina è un Paese i cui abitanti sono sovente di ascendenza mista. E’ facile incontrare ucraini per un quarto o per metà russi o almeno russofoni. Specularmente non sono pochi i russi con addentellati familiari ucraini. Tante le famiglie dolorosamente divise, tante le persone lacerate già a partire da se stesse. Il conflitto è dunque fratricida anche sotto questo aspetto.

La diplomazia vaticana è ben cosciente della complessità della situazione e procede alla ricerca di una soluzione di pace con una prudenza pari alla tenacia. Chiede un dialogo a 360 gradi: in tal senso non vuole un ritorno agli anni della Guerra fredda con tutte le conseguenze anche umane negative che ciò comporterebbe. Perciò evita con cura i pronunciamenti di tipo ‘politico’, rifugge da condanne spesso affrettate in un contesto tanto complesso, da una parte e dall’altra. Punta invece prioritariamente ad alleviare le già enormi sofferenze causate dal conflitto, di cui sono vittima ormai più di un milione di persone, oltre ai seimila morti già registrati.

Tutto ciò si ritrova pienamente nel testo del discorso ai vescovi ucraini in visita ad limina: un discorso consegnato alla fine dell’udienza papale del 20 febbraio e non pronunciato. Ma ciò non sminuisce il valore del testo. I vescovi sono invitati ad agire, “non nel senso di promuovere una concreta azione politica, ma nell’indicazione e riaffermazione dei valori che costituiscono l’elemento coagulante della società ucraina”, facendosi “difensori delle famiglie, dei poveri, dei disoccupati, dei deboli, dei malati, degli anziani pensionati, degli invalidi, degli sfollati”. Perciò, si legge nel testo, “la Santa Sede è al vostro fianco, anche presso le istanze internazionali, per far comprendere i vostri diritti, le vostre preoccupazioni e i giusti valori evangelici che vi animano”.

Non è proprio quell’affiancare in senso politico come lasciato ripetutamente intendere – a proposito del Papa – dall’arcivescovo maggiore della Chiesa ucraina greco-cattolica Svjatoslav Shevchuk nella conferenza-stampa di lunedì 23 febbraio presso la Radio Vaticana. Un presule, Shevchuk, che del resto non cessa di parlare di guerra di “aggressione” da parte della Russia verso l’Ucraina. Ma, come già detto, è questo un terreno su cui la Santa Sede non può seguirlo, un po’ per l’oggettiva complessità della situazione, un po’ per non pregiudicare la ricerca del bene comune della pace.

C’è un’altra ragione importante che contribuisce a spiegare l’atteggiamento prudente della diplomazia vaticana: il rischio di vanificare anche il dialogo con la Chiesa ortodossa russa, di per sé già un dialogo che procede lentamente, irto di ostacoli e tuttavia oggi ancora più prezioso di ieri. Sia in prospettiva ecumenica che in prospettiva geopolitica, considerati i legami del Patriarcato di Mosca con il potere politico, incarnato da Vladimir Putin. Negli ultimi anni Vaticano e Russia si sono ritrovati alleati su importanti questioni di politica internazionale (vedi situazione nel mondo arabo, vedi protezione dei cristiani perseguitati) e antropologiche (vedi difesa dei valori della vita e della famiglia in una società secolarizzata). 

Nel testo del discorso consegnato il 20 febbraio ai vescovi ucraini si evidenziano criticamente alcuni aspetti dell’odierna situazione ucraina. Quello oligarchico, per cui “un ristretto gruppo di persone si è enormemente arricchito a discapito della grande maggioranza dei cittadini”, ciò che “ha inquinato in varia misura, purtroppo, anche le istituzioni pubbliche”.

Si legge poi nel testo: “Non stancatevi mai di fare presenti ai vostri concittadini le considerazioni che la fede e la responsabilità pastorale vi suggeriscono. Il senso di giustizia e di verità, prima che politico, è morale, e tale incombenza è affidata anche alla vostra responsabilità di Pastori. E’ noto che il nuovo governo ucraino, varato all’inizio di dicembre 2014, comprende in tre ministeri-chiave tre naturalizzati-lampo: alle Finanze la statunitense (pur di origine ucraina) Natalia Jaresko (già dipendente del Dipartimento di stato americano, poi attiva come finanziera), all’economia un banchiere lituano (legato tra l’altro al noto speculatore internazionale Georges Soros), alla salute l’ex-ministro della sanità georgiana (favorevole a una sanità redditizia, dunque per chi può pagare). Una situazione a dir poco anomala, perdipiù in un Paese in grave difficoltà economica e sociale.

Altro aspetto evidenziato molto criticamente nel testo consegnato ai vescovi ucraini è quello della divisione interna tra episcopato greco-cattolico e cattolico di rito latino. In un’intervista all’agenzia Sir del 20 febbraio ha detto tra l’altro Meczyslaw Mokrzycki, l’arcivescovo latino di Leopoli: “Fra cattolici latini e cristiano ortodossi non ci sono problemi: viviamo nel reciproco rispetto. Purtroppo i rapporti non sono buoni con la Chiesa greco-cattolica. La Chiesa greco-cattolica, senza il permesso dei latini, ha preso molte delle nostre strutture (…) In Europa la Chiesa cattolica apre le proprie chiese ai greco-cattolici, molto presenti a causa dell’immigrazione e in Ucraina, invece, la convivenza con i confratelli di rito latino è difficile…”.

Una situazione che è ben nota anche in Vaticano. Infatti nel testo papale già citato si legge: “A me personalmente fa male sentire che vi siano incomprensioni e ferite. Sia come greco-cattolici che come latini siete figli della Chiesa Cattolica, che anche nelle vostre terre per un lungo periodo è stata soggetta al martirio. Il sangue dei vostri testimoni, che per voi intercedono dal cielo, sia ulteriore motivo che vi sospinge verso la vera comunione dei cuori”.

Aiuto ai diseredati (poveri, sfollati), appello alla giustizia sociale, unità interna e nel contempo dialogo ostinato per la ricerca di un bene comune che può trovare piena espressione solo nella pace sul territorio: questo suggerisce il Papa ai vescovi ucraini. In piena consonanza con la diplomazia pontificia che intanto esplora tutte le vie possibili perché la “orribile violenza fratricida” lasci il campo prima a una tregua duratura, poi a una pace definitiva. 

[Fonte: Rosso Porpora]

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