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“Dipartita finale”: scherzando con la morte… ma non troppo

La pièce scritta e diretta da Franco Branciaroli è una sorta di parodia del classico beckettiano Finale di partita

Per tutti, alla fine, arriva il tempo della “dipartita finale”: la fine dei giochi, il “game over delle relazioni sociali”, in una sola parola, la morte. Ed è proprio la sua ineluttabilità e l’inesorabilità che l’uomo sin dai tempi della tragedia greca ha voluto esorcizzare con le arti in genere: prima il teatro e la letteratura, e poi il cinema.

Ed è proprio questo sentimento ad animare Dipartita finale, la pièce scritta e diretta da Franco Branciaroli, regista di lungo corso, ex direttore artistico del Piccolo di Milano, che ha magistralmente diretto due mostri sacri del teatro e della televisione italiana: il 96enne Gianrico Tedeschi nei panni di Pol e il 78enne Ugo Pagliai, alias Pot. Nel cast si annovera, anche, Maurizio Donadoni, attore cinematografico, presente nel cast de “La vita solitaria” di Claudio Cupelllini, premiato, nel 2010, con il David di Donatello.

Dipartita finale rappresenta la parodia di Finale di partita, un classico beckettiano ascrivibile al filone dell’assurdo, ripresentando il tema ma con un finale davvero sorprendente, che ironizza sulla morte, in modo ilare e assolutamente imprevedibile.

Leggiadro, a tratti impalpabile, ma con una presenza scenica assolutamente grave e memorabile è Gianrico Tedeschi, 96 anni, di cui 65 passati sulla scena, diretto persino da Giorgio Strehler, nel 1947. Qui interpreta Pot, un clochard anziano che non dorme mai, per fare da balia al suo compagno di vita Pol, un uomo altrettanto grande, che, invece, non fa altro che dormire, in un paesaggio post-atomico surreale. A fare da contraltare, compare il Supino, un fenomenale Maurizio Donadoni, un alieno richiamato dalla sua gente per la fine del mondo, il collasso termico, che si oppone al rientro “per una ragione personale, ma inconfessabile”.

E il motivo, infine, si scopre essere, la fede. Tante le tematiche coinvolte: la religione, l’interdipendenza amorosa, la morte, la noia. Una pièce innovativa, che trae le mosse da Beckett, con rimandi, inoltre, ad Aspettando Godot, nello stile dei dialoghi tra i due clochard, ma cela una verità metafisica ed escatologica, la cui conoscenza accomuna tutto il genere umano.

Consigliato, inintaccabile la bravura di Gianrico Tedeschi: un talento “inossidabile”, imperturbabile allo scorrere del tempo.

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CTB Teatro Stabile di Brescia

Teatro de Gli Incamminati

Dipartita Finale

Regia di Franco Branciaroli

Con Gianrico Tedeschi, Ugo Pagliai, Maurizio Donadoni

E con Sebastiano Bottari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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