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Dialogo e solidarietà, antidoto all’esplosione globale di violenza

L’arcivescovo Silvano Tomasi, Osservatore vaticano presso le Nazioni Unite, esorta la comunità internazionale a proteggere i diritti umani fondamentali e spiega il ruolo della Santa Sede in quella che il Papa ha definito una “terza guerra mondiale”

La recrudescenza della violenza in Iraq ha risvegliato il mondo secondo mons. Silvano Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra. Ospite del Meeting di Rimini, il presule ha esortato la comunità internazionale a difendere e proteggere i diritti umani fondamentali di tutte le parti. E in un’intervista a ZENIT ha ribadito tale invito, esprimendo il proprio punto di vista non solo sull’escalation di violenze in Medio Oriente che – come ha detto Papa Francesco – lasciano pensare ad una sorta di “terza guerra mondiale”, ma anche su come si dovrebbero affrontare certe atrocità. Di seguito l’intervista a mons. Tomasi.

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Alla conferenza stampa tenutasi in occasione del Meeting di Rimini, alla domanda su ciò che la Santa Sede sta facendo per rispondere alla crisi in Medio Oriente, Lei ha affermato che il Vaticano ha proposto un incontro tra i vescovi dei territori colpiti in Iraq e il presidente americano Barack Obama, in modo da informarlo su quanto sta accadendo. Può darci qualche altra informazione in merito?

Non so se ci sarà un incontro con il presidente Obama. Ho sentito dire che si terrà una riunione a Washington dei vescovi delle Chiese del Medio Oriente a cui, probabilmente, saranno presenti i vescovi degli Stati Uniti, anche se questa è una mia ipotesi. Oltre a ciò non dispongo di un programma ufficiale. Dobbiamo aspettare un po’ per vedere cosa accadrà e come le cose si svilupperanno. La riunione è prevista per la seconda settimana di settembre, dobbiamo ancora vedere chi ci sarà, come e dove si svolgerà. Bisognerà vedere quali sono gli obiettivi specifici che si intende raggiungere e via dicendo.

Dalla sua esperienza, può dirci se sarebbe utile che il Presidente degli Stati Uniti possa essere informato dai Vescovi iracheni della situazione nei loro paesi?

Penso che sarebbe utile per chiunque ascoltare le persone che vivono in quelle zone, perché dispongono della conoscenza e dell’esperienza diretta di quanto sta accadendo nelle loro comunità, specialmente ai cristiani e agli altri gruppi religiosi presenti nella Piana di Ninive e nella città di Mosul. La conoscenza diretta è sempre molto utile per avere la misura e arrivare a decisioni concrete e prudenti.

Lei crede che la relazione del cardinale Fernando Filoni, inviato personale del Papa in Iraq, in cui si riferisce delle violazioni dei diritti umani compiute dall’Isis, potrebbe essere presentata alle Nazioni Unite?

Sembra che effettivamente la relazione verrà presentata a Ginevra, nel corso di una sessione speciale del Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU, convocata per il 1° settembre. C’è la possibilità che il cardinale Filoni possa testimoniare direttamente. L’inviato del Papa ha recentemente visitato le comunità religiose ed etniche del nord dell’Iraq e nei campi profughi. Decine di migliaia di persone sono state costrette alla fuga per sopravvivere, vittime del cosiddetto Califfato. L’incontro e la testimonianza potrebbe essere molto utile per la Comunità internazionale in modo che si possano difendere i diritti umani fondamentali delle persone nel nord dell’Iraq e per fornire gli aiuti umanitari di cui hanno bisogno. I profughi si trovano in una situazione disperata, quasi tutti sono dovuti fuggire  con i soli abiti che indossavano. I cristiani hanno gli stessi diritti umani di qualsiasi altro cittadino nel mondo e la loro identità religiosa non dovrebbe essere il motivo che giustifica l’indifferenza nei loro confronti.

Quindi sarà il cardinale Filoni stesso a raccontare quanto ha visto durante la sua missione?

È una possibilità. La decisione definitiva deve ancora essere presa.

Può raccontarci, invece, ciò che il prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli ha scritto nella sua relazione?

Dalle interviste rilasciate ai mass media e altri commenti pubblici, risulta che il cardinale abbia potuto osservare, ascoltare e valutare la condizione di tutti i rifugiati. Persone che sono dovute fuggire dal cosiddetto Califfato. Persone innocenti, inermi, sono state uccise brutalmente. È emersa anche la necessità di assistere i profughi con la fornitura di acqua e cibo, al fine di garantire la sopravvivenza di queste comunità ormai sradicate. Il cardinale Filoni ha anche chiesto la protezione di queste minoranze e la possibilità di tornare nelle loro case in condizioni di sicurezza. La comunità internazionale non può accettare l’idea che i cristiani, come pure gli yazidi, e altri gruppi religiosi vengano esiliati perché identificati come gruppi religiosi. Sono almeno due le garanzie che dobbiamo fornire: aiuti umanitari d’emergenza e protezione. I Patriarchi delle Chiese orientali, inoltre, sia quelli ortodossi che cattolici, hanno chiesto la presenza dei “Caschi Blu” delle Nazioni Unite, i quali dovrebbero intervenire per stabilizzare la situazione e garantire la protezione delle persone che ritornano ai loro villaggi.

Di fronte a tante situazioni di guerra qual è la risposta della Santa Sede?

Davanti a tutte le esplosioni di violenza che si stanno verificando in più parti del mondo, ma in particolare in Medio Oriente, la Santa Sede si è impegnata attivamente attraverso la voce del Santo Padre. Papa Francesco non ha risparmiato alcuno sforzo in parole e preghiere per spiegare che l’unico modo ragionevole per garantirsi un futuro è quello di promuovere il dialogo e la negoziazione, in modo che le persone possano vivere insieme, nel rispetto reciproco, riconoscendo le differenze, ma soprattutto riconoscendo che tutti condividiamo la stessa umanità. La prima risposta a alla violenza è quindi di riconoscere la dignità e l’uguaglianza dell’altro, come membri della stessa famiglia umana. Per questo, il Santo Padre ha esortato più volte con urgenza ad elevare preghiere per chiedere a Dio il dono della pace. Inoltre, abbiamo bisogno di motivare la comunità internazionale ad assumersi le proprie responsabilità, perché quando uno Stato non è più in grado di proteggere i propri cittadini, allora è importante che la comunità internazionale faccia proprio il dovere di proteggere queste persone.

Il dovere di proteggere queste persone implica anche l’utilizzo delle armi?

La scelta dei mezzi da utilizzare per la protezione delle popolazioni sarà decisa dagli Stati membri della comunità internazionale. Non è compito della Chiesa indicare i mezzi specifici che dovrebbero essere usati per proteggere le persone che devono essere protette. La Chiesa ricorda che c’è un dovere di proteggere gli esseri umani e tale responsabilità deve essere esercitata attraverso il meccanismo che la comunità internazionale si è data per affrontare emergenze come quella che stiamo confrontando nel nord dell’Iraq.

In che modo dovrebbero comportarsi le comunità cristiane per aiutare le vittime dei conflitti?

Il Santo Padre ha chiesto di pregare e rendere l’opinione pubblica favorevole alla protezione di questi esseri umani che rischiano la vita. La comunità internazionale è chiamata a proteggere le vittime dell’oppressione. Persone che non hanno più la protezione del proprio governo e che rischiano il genocidio. Questo indipendentemente dal fatto che siano cristiani, sciiti o sunniti. I diritti umani fondamentali di ogni essere umano devono essere protetti e garantiti, perché ognuno di noi ha l’uguale dignità e pari valore come membro della famiglia umana e come figlio di Dio.

Cosa dovrebbe fare, invece, l’Europa per aiutare queste persone?

Come parte della comunità internazionale, l’Unione Europea dovrebbe unirsi nella ricerca di una risposta adeguata alla crisi.

Un eventuale intervento del Pontefice alle Nazioni Unite potrebbe cambiare la situazione?

Beh, esperienze passate mostrano che le visite dei Pontefici alle Nazioni Unite hanno sempre generato non solo l’interesse dei media, ma anche un rinnovato senso di responsabilità da parte della comunità internazionale. Se Papa Francesco decidesse di visitare la sede delle Nazioni Unite, sono sicuro che potrebbe risvegliare non solo un interesse per i problemi legati alla pace e la giustizia nel mondo, ma anche il senso di responsabilità al fine di proteggere le vittime da ogni violenza e ingiustizia.

Papa Francesco ha detto che il mondo sta vivendo una terza guerra mondiale, combattuta a spezzoni. Qual è la sua opinione in merito?  

Il Papa ha catturato l’attenzione del mondo con questa espressione. Essa ci spinge a riflettere sui molti conflitti che si stanno verificando in ogni angolo del globo: dalla Repubblica Centrafricana alla Libia e al Congo; dalla Siria all’Iraq settentrionale, solo per citarne alcuni. Si tratta della globalizzazione di una cultura in cui prevalgono solo gli interessi personali o nazionali. E questo facilita il ricorso alle armi per la soluzione delle differenze. Papa Francesco ci invita invece ad abbracciare una diversa cultura della solidarietà e del dialogo, come unica via per costruire un futuro comune di pace e di progresso.

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