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Dei delitti e delle pene

Editoriale dell’arcivescovo di Catanzaro-Squillace sulla questione carceraria in Italia, pubblicato su “La Gazzetta del Sud” di domenica 4 maggio

«Non fatemi vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri, poiché da esse si misura il grado di civiltà d’una nazione».

Chissà se avranno parlato anche di Voltaire, Papa Francesco e Marco Pannella. Certo è che la telefonata del Pontefice al leader dei Radicali, oltre a caratterizzarsi come un bel gesto di cortesia personale, ha riportato l’attenzione su quell’universo dolente che sono le carceri. Altrettanta attenzione hanno richiamato le parole del Santo Padre nel successivo invito, rivolto a Governo e Parlamento, a fare il punto sul sovraffollamento carcerario, a sei mesi dal messaggio del Colle alle Camere ed a meno di un mese dalla scadenza del termine concesso dalla Corte europea di Strasburgo all’Italia per mettersi in regola.  

Qualche dato per capire il problema: i 206 istituti penitenziari italiani, progettati per una capienza massima di 47.709 posti, nel dicembre scorso ospitavano 62.536 detenuti; erano 14.827 i detenuti in eccesso. In realtà la cifra del sovraffollamento reale sale a circa 23.000 posti, se si considera che dei 47.709 previsti per legge, più di 6.000 sono inutilizzabili, a causa di lavori di manutenzione o ristrutturazione Grazie agli ultimi interventi legislativi il totale è diminuito di oltre 5.000 unità in pochi mesi. Ma il 28 maggio a Strasburgo il Governo italiano dovrà dimostrare che nelle celle del Belpaese ciascun detenuto, come vuole la legge,  ha a disposizione almeno tre metri quadrati.

Risarcimenti a parte, é una questione di umanità. Come scriveva il cardinale Carlo Maria Martini, «l’uomo non è una bestia da domare, un bersaglio da colpire, un nemico da sconfiggere, un parassita da uccidere; è persona da stimare pur quando non ci stima, da comprendere anche se ha la testa dura, da valorizzare pur se ci disprezza, da responsabilizzare anche se appare incapace, da amare anche se ci odia». E ciò vale anche di più per i condannati al “fine pena mai”, cioè agli ergastoli ostativi che impedisce a circa 700 detenuti di usufruire di benefici o sconti di pena, nonostante il 9 luglio 2013la Corteeuropea abbia sancito, per la prima volta, che la mancata previsione della liberazione anticipata costituisca una violazione dei diritti umani.

La pena viene irrogata a fronte di un delitto e va espiata, ma deve avere l’obiettivo del recupero umano e sociale della persona evitando offese alla dignità ed ai diritti di cui essa gode. Si impongono perciò una seria riflessione e concrete iniziative, specie in ambito politico ed istituzionale. Il giorno in cui le ingiustizie comminate dallo Stato di diritto saranno cancellate si potrà fare finalmente ammenda del furto sacrilego e disumano della speranza, ovvero della risorsa ultima anche del più disgraziato e sventurato tra gli abitanti del pianeta. Non necessitano formule magiche per fare qualcosa: basta seguire, nell’educazione delle coscienze, il modello pedagogico di Dio, avendo per bussola l’amore e lasciandosi guidare dalla necessaria consapevolezza che il male può essere trasformato in bene, senza dimenticare – per dirla con Silvio Pellico – che  «la legge può aver diritto di condannar i rei; l’uomo non ha mai diritto d’esultare del lor dolore, né di dipingerli con colori più neri del vero».

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