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Dare da bere agli assetati: la seconda opera di Misericordia corporale

Dare da bere agli assetati significa dialogare con le tante donne samaritane del mondo che vivono nella vergogna e nell’emarginazione la condizione di insensatezza sul valore della vita

L’acqua è un elemento essenziale per la nascita e il mantenimento della vita umana. Nelle nazioni più evolute l’acqua è un diritto acquisito per tutti i suoi cittadini. Anche se i prezzi dell’acqua sono sempre in continuo aumento e vi è il tentativo di privatizzare la gestione dell’acqua con l’intenzione di affidarla a organizzazioni che vorrebbero ottenere massimi ricavi, esistono ingenti fasce della popolazione residenti nella zone più povere del mondo che hanno accesso restrittivo all’acqua, oppure non hanno l’acqua che arriva nelle loro abitazioni o, ancora peggio, sono costretti a utilizzare acque malsane che si trasformano in fonti di malattie.

Questa breve introduzione sulla situazione dell’utilizzo dell’acqua potrebbe far ritenere che dare da bere agli assetati sia una opera di misericordia corporale che andrebbe attuata esclusivamente nell’ambito di una cooperazione internazionale che sviluppi la creazione e la diffusione di reti idriche per garantire l’accesso all’acqua nelle abitazioni dei paesi del Terzo Mondo.

In realtà la dottrina cristiana attribuisce a quest’opera di misericordia un valore rigenerante, evangelizzatore e salvifico. Gesù sulla croce afferma di avere sete, una sete che verrà placata accostando alle labbra una spugna imbevuta di aceto. Questo episodio è ricco di significati dai quali si diramano delle riflessioni che spiegano il valore di questa opera di misericordia. La sete è una necessità primaria che se viene ritardata provoca rapidamente la morte.

Gesù che aveva dichiarato di essere la fonte di acqua viva per la vita eterna, chiede di essere dissetato. La fonte chiede l’acqua, la vite che produce il vino raffinato chiede qualche goccia di aceto, la sorgente inesauribile della gioia domanda una spugna di amara consolazione, colui che ha sete di salvezza delle anime riceve l’opera di corruzione della natura umana.

Dare da bere agli assetati significa dialogare con le tante donne samaritane del mondo che vivono nella vergogna e nell’emarginazione la condizione di insensatezza sul valore della vita, che le costringe a vivere con sudore e fatica la loro esistenza, seguendo i tanti idoli di questo mondo. La parola idolatria è da sempre la meno pronunziata ma è la più praticata. L’avarizia, l‘egoismo, l’indifferenza, la corruzione, il carrierismo, sono atteggiamenti che ci fanno prostrare davanti all’idolo muto del potere.

Ma questi idoli, al quale l’uomo moderno si inchina, offrono acqua che non disseta. Dopo un breve sollievo producono un bisogno impellente di continuare a bere con l’illusione di rimanere, prima o poi, appagati e saziati. L’acqua dello Spirito Santo che Cristo offre dal suo costato trafitto continua a sgorgare anche oggi diventando fonte inesauribile di vita eterna, che diventa a suo volta sorgente in coloro che la ricevono.

Questo fiume di acqua viva è l’insegnamento di Cristo e la tradizione della Chiesa che da duemila anni percorre tutti i tempi della storia irrigando, fertilizzando e beneficando tutti coloro che l’accolgono. L’arrivo di missionari cristiani e dei predicatori del Vangelo sono quei tanti affluenti della Chiesa che arrivano in ogni area del mondo per trasformarsi, con l’acqua della predicazione e con il sangue del martirio, in strumenti di conversione per i tanti cuori rimasti aridi a causa dell’assenza di una autentica testimonianza cristiana.

La donna samaritana dopo avere ricevuto la parola di Cristo, ha lasciato la brocca d’acqua accanto al pozzo ed è diventata annunziatrice del Vangelo, adorando Dio in spirito e verità. Dar da bere agli assetati significa parlare alla vita delle persone con rispetto e con dolcezza ma sempre nella verità. L’ipocrisia che esiste tra le persone conduce a stabilire relazioni aride e sterili, dove non è possibile parlare delle proprie difficoltà senza essere giudicati e dove non è possibile correggere il male altrui perché si subisce la reazione di essere rimproverati ed allontanati.

L’acqua versata da Cristo nel Cenacolo durante la lavanda dei piedi simbolizza la disponibilità al servizio più alto, che consiste nel perdonare le offese e i torti ricevuti. Dare da bere acqua agli assetati significa avere il coraggio di offrire il perdono e di accettare la scuse altrui. Quest’acqua disseta l’animo umano perché purifica le incrostazione del giudizio, allevia le ferite del male subìto e rimargina le piaghe del peccato commesso. Quanto bisogno ha ogni essere umano di ricevere da un altro essere umano l’acqua di Cristo, l’acqua del perdono, che viene da Dio e torna a Dio attraverso un canto di grazie e un sentimento di profonda gratitudine.

Dare da bere l’acqua è quel gesto di carità attuabile da ogni persona, anche la più povera del mondo, che offre un gesto di solidarietà che troverà abbondante ricompensa nel Regno dei Cieli. La semplicità e l’accessibilità di questa opera di misericordia corporale richiama l’essenzialità dell’amore di Dio, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati, compiendo atti di carità che sono alla portata di tutti perché sono l’essenza e la necessità della vita quotidiana.

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