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Dall’Humanae vitae all’Evangelii gaudium

Sintesi della riflessione svolta in occasione dell’incontro “Bambini non nati, una via per la pace” che si è svolto a Roma il 5 novembre nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe e San Filippo

Parto da una lettura che è stata proposta lo scorso anno dalla psicoanalista Marie Balmary a un incontro del Pontificio consiglio per la famiglia.

Nel 1962, al Concilio Vaticano II, si verificò un fatto inaudito: i padri conciliari rifiutarono di adottare i testi preparati dalla curia romana, esprimendo invece il desiderio di riunirsi in commissioni. «Immaginate cosa possa significare […] che dei vescovi venuti a Roma da tutto il mondo, si rifiutino di obbedire a un ordine e ottengano ciò che vogliono. La libertà, niente di più contagioso. […] Esiste un rapporto tra l’apertura di un Concilio a Roma e le rivolte studentesche? Non ho una risposta per questa domanda. Ho solo l’impressione che le grandi aperture simboliche, i grandi avvenimenti di parola, potrebbero essere legati tra loro.»[1]

Il Sessantotto giunse dopo oltre vent’anni di pace, in un’Europa che aveva vissuto fra dittature e guerre mondiali, che avevano provocato 230 milioni di morti: quasi un decimo dell’umanità. Il Maggio francese si diede una parola d’ordine: il est interdit d’interdire.

In tale contesto, la pubblicazione dell’Humanae vitae(25 luglio 1968) non poté essere compresa: l’enciclica venne infatti letta come un documento che poneva dei divieti, in particolare sulla contraccezione, e non come una riflessione alta sull’amore coniugale.

Il 1 dicembre 1970 in Italia, viene introdotta la legge sul divorzio (1 dicembre 1970) e un referendum la conferma (12 maggio 1974). Nell’udienza del 15 maggio 1974, Paolo VI si rivolse alle coppie di sposi novelli senza nascondere lo stupore e il dolore per quel passo, che disattendeva «il suo richiamo alla fedeltà alla legge di Dio e della Chiesa […]. S’intravede in queste parole la preoccupazione per ciò che le forze radicali, fin dall’inizio della loro campagna, avevano proclamato e, cioè, che il divorzio era solo il primo passo verso la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza […]»[2]

Questa si realizzò il 22 maggio 1978. «Negli anni precedenti numerose erano state le manifestazioni per la legalizzazione dell’aborto, soprattutto dopo l’incidente della nube tossica di Seveso (10 luglio 1976), che si temeva avesse contaminato anche le donne in gravidanza.»[3]

Torniamo quindi alla stesura dell’Humanae vitae, sia per coglierne il senso profetico, sia per dar conto del non secondario contributo del cardinal Karol Wojtyla.

Come spiegò lui stesso all’indomani della morte di Paolo VI, nell’aprile 1967 fu chiamato in udienza perché esprimesse la propria opinione in merito alla questione della procreazione responsabile e del controllo delle nascite. Dopo averlo ascoltato, secondo quanto riferì Wojtyla stesso, Paolo VI disse: «Se si trovasse in Polonia, a Cracovia, qualche persona che per quella difficile questione desiderasse offrire le sue preghiere a Dio, e soprattutto le sue sofferenze: mi sta molto a cuore.»[4]

Questa considerazione, colpì profondamente Wojtyla, in filigrana anticipa la sollecitazione dell’Evangelium vitae(25 marzo 1995): «[…] è urgente una grande preghiera per la vita, che attraversi il mondo intero. Con iniziative straordinarie e nella preghiera abituale, da ogni comunità cristiana, da ogni gruppo o associazione, da ogni famiglia e dal cuore di ogni credente, si elevi una supplica appassionata a Dio, Creatore e amante della vita. Gesù stesso ci ha mostrato col suo esempio che preghiera e digiuno sono le armi principali e più efficaci contro le forze del male […] Ritroviamo, dunque, l’umiltà e il coraggio di pregare e digiunare, per ottenere che la forza che viene dall’Alto faccia crollare i muri di inganni e di menzogne, che nascondono agli occhi di tanti nostri fratelli e sorelle la natura perversa di comportamenti e di leggi ostili alla vita, e apra i loro cuori a propositi e intenti ispirati alla civiltà della vita e dell’amore.»[5]

Oggi, si può dire che papa Francesco abbia accolto l’invito di Paolo VI, rielaborato con forza da Giovanni Paolo II, con la sua visita al ‘Giardino dei bambini abortiti’ di Kkottongnae, durante il viaggio apostolico in Corea del Sud (16 agosto 2014).

Nel 1995, il cardinal Joseph Ratzinger scrisse: «Il Vaticano II era cominciato in questo clima ottimistico della riconciliazione possibile fra epoca moderna e fede; la volontà di riforma dei suoi padri ne era plasmata. Ma già durante il Concilio questo contesto sociale cominciò a mutarsi. […] Quell’epoca moderna, con la quale si era cominciato a riconciliarsi, ora non doveva più esserci.»[6]

Quando mise mano all’Humanae vitae, Paolo VI era consapevole delle difficoltà. Lo testimonia il passaggio di un’intervista rilasciata ad Alberto Cavallari e pubblicata dal Corriere della Sera il 3 ottobre 1965: «Tacere non possiamo. Parlare è un problema. La Chiesa non ha mai dovuto affrontare per secoli cose simili. E si tratta di materia diciamo strana per gli uomini della Chiesa, anche umanamente imbarazzante.»[7]

Dopo la pubblicazione dell’enciclica, le prese di posizione contrarie furono durissime. Mi limito qui a ricordare l’ostilità di molti teologi, di alcune università cattoliche, delle conferenze episcopali austriaca e canadese, nonché di Robert McNamara, presidente della Banca mondiale, il quale «dichiarò che il Fondo Monetario Internazionale, nella concessione dei suoi aiuti, avrebbe privilegiato quei Paesi che s’impegnavano a sostenere programmi di controllo delle nascite.»[8]

Il dibattito fu ampio e aggressivo, perché il Sessantotto aveva messo in causa una serie di questioni riguardanti ciò che, in tempi successivi, sarebbero stati definiti diritti individuali, tra cui il divorzio, la contraccezione e l’aborto.

Nella coscienza soggettiva,cioè nell’io, veniva riconosciuta una dignità superiore a qualunque indirizzo morale collettivo, nello specifico del magistero cattolico. Ma sarebbe riduttivo credere che il processo di scissione fra il sesso, visto sempre più come soddisfacimento delle proprie pulsioni, e la procreazione, nascesse lì.

Quella modernità di cui parla il cardinal Ratzinger fu un evento assai più vasto e complesso, che da decenni agiva nel profondo della società occidentale: col Sessantotto,semplicemente trovò una modalità espressiva, verso cui vasti strati della popolazione si rivolsero con favore.

Se però si volesse datare l’origine del fenomeno – intendo della modernità che, dalla fede in Dio, si decentra nell’individualismo – sarei tentato di indicarla nella decisione assunta nel 1926 da Alfred Sloan, presidente della General motors, il quale stabilì che il rinnovamento annuale delle auto di loro produzione non dovesse più limitarsi ai miglioramenti tecnici, come freni più sicuri o motori più affidabili, bensì introdurre novità «cosmetiche o stilistiche intese a dare una gratificazione emotiva.»[9]

Era la prima volta che ciò avveniva in una produzione di massa, ma tracciava una «linea che troverà un momento trionfale nell’economia dell’impulso di oggi, nella soddisfazione immediata dei desideri.»[10]

*

NOTE

[1] M. Balmary, Le prove e le trappole della trasmissione, pp. 93 e 95, in V. Paglia (a cura di), Ho ricevuto, ho trasmesso, atti dell’incontro omonimo (Pontificio consiglio per la famiglia, Roma, 15-16 novembre 2013), Vita e Pensiero, Milano, 2014, pp. 93-108.

[2] E. Apeciti, Parte quarta 1963-1978, p. 472, in X. Toscani (a cura di), Paolo VI, EdizioniStudium Roma, Brescia, 2014, pp. 357-543.

[3] Ibidem, p. 539.

[4] E. Versace,Quando Paolo VI annotava le «intuizioni» di Wojtyla,«Avvenire», 22 ottobre 2014, p. 3.

[5] Evangelium vitae, 100.

[6] R. Colombo, Montini – Ratzinger profezia sull’uomo, «Avvenire», 23 ottobre 2014, p. 3.

[7] L. Moia, Paolo VI e la famiglia «quella legge bellissima», «Avvenire», 15 ottobre 2014, p. 6.

[8] E. Apeciti, Parte quarta 1963-1978, cit., p. 449.

[9] D. Taino, Non c’è rimedio al capitalismo del Suv, «Corriere della Sera – La Lettura», 14 settembre 2014, p. 4.

[10] Ibidem.

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