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Dag Hammarskjöld, un credente alla guida dell’Onu

Menzionato oggi dal Papa nel discorso alle Nazioni Unite, lo storico Segretario generale Onu, svedese, fu un coraggioso difensore dei diritti dei paesi in via di sviluppo

Nel discorso pronunciato davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite il Santo Padre, rendendo omaggio a tutti gli uomini e le donne che hanno servito da funzionari dell’Organizzazione con lealtà e sacrificio l’intera umanità in questi 70 anni, ha desiderato ricordare in particolare coloro che hanno dato la loro vita per la pace e la riconciliazione dei popoli, a partire da Dag Hammarskjöld, coraggioso difensore del diritto delle nazioni piccole a non essere calpestate dalle grandi potenze.

Dag Hammarskjöld, nato nel luglio 1905 a Jokping, in Svezia, è stato uno storico Segretario Generale dell’Onu (eletto nel 1953) il quale ha perduto la vita in un incidente aereo del 17 settembre 1961, nella Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia), sulle cui dinamiche non è mai stata fornita una versione realmente credibile. Oltre a essere un diplomatico svedese che guidò le Nazioni Unite dal 1954 al 1961, anni in cui imperversavano i lampi della Guerra fredda e in cui il mondo tratteneva il respiro di fronte alla minaccia della guerra nucleare, Dag è ricordato primariamente in quanto testimone di una profonda fede evangelica. 

Una fede vissuta in solitudine, scoperta solo dopo la morte, quando fu trovato il suo diario il cui tema principale era costituito – per usare le sue stesse parole – “dal mio commercio con me stesso e con Dio”. Le preziose pagine di quest’opera postuma hanno mostrato al mondo il vero animo di quest’uomo del quale tutti lodavano le straordinarie virtù politiche alle quali è stato poi aggiunto il cammino spirituale intrapreso in età matura e arricchito dagli insegnamenti di San Giovanni della Croce, Blaise Pascal, Martin Buber.

Molti critici della storiografia letteraria e numerosi esponenti del cattolicesimo si stupirono di scoprire che una persona che ricoprisse un così alto incarico a livello mondiale e immersa nel pieno delle crisi internazionali – dovette affrontare quella di Suez nel 1956 e quella del Congo nel 1960 – avesse una vita spirituale tanto intensa. Contemplazione e preghiera: la sua probabilmente è stata una fede interiorizzata, un’azione introspettiva tesa ad analizzare debolezze, difetti, tentazioni tipiche dell’uomo come l’ambizione e l’orgoglio, di cui nel diario rivolgendosi a un eventuale, ipotetico e trascendentale lettore, li riconosce in sé, li mette sotto una lente di ingrandimento, dandone definizioni brevi, significative e spesso inclementi, usando un linguaggio rintracciabile nelle Confessioni di Sant’Agostino.

Come inoltre hanno riflettuto in molti, se si accostano le date del diario a quelle degli eventi che caratterizzarono gli anni in cui fu alla guida dell’Onu, si può tracciare con lucidità la figura di un credente che esprimeva la sua fede impegnandosi nel civile, essendo egli al servizio dell’umanità e alla pace. Quella che perseguì pertanto non fu una diplomazia dei rapporti di forza, quanto piuttosto una «diplomazia della riconciliazione», motivo per il quale gli venne assegnato, postumo, il premio Nobel per la pace. 

Un esempio della spiritualità di Hammarskjöld è una sala di meditazioni, laStanza del silenzio, che desiderò istituire nella sede dell’Onu a New York. Come egli stesso spiegava, in un palazzo “tutto dedicato al lavoro e al dibattito, doveva esistere una stanza dedicata al silenzio, nel senso esteriore, e alla quiete, nel senso interiore”, un luogo aperto a gente di ogni fede e privo di qualsiasi simbolo, perché – diceva Hammarskjöld – “è compito di chi vi entra riempire il vuoto con ciò che trova al centro della propria quiete interiore”. 

In occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della morte di Dag Hammarskjöld, Ulla Gudmundson, Ambasciatrice di Svezia presso la Santa Sede dal 2008 al 2013, ha spiegato che la sua autobiografia spirituale mostra con profondità il credo di Hammarskjöld che parla direttamente all’anima e rivela la lotta interiore di una persona che è stata in costante “negoziato con Dio”. “Ai suoi occhi – scrisse nel 2011 l’ambasciatrice sulle pagine de L’Osservatore Romano – la maturità spirituale era la qualità più importante dei leader mondiali, dei funzionari civili e dei diplomatici. Per lui la libertà non equivaleva a un limitato individualismo, ma al coraggio e all’umiltà di seguire una vocazione e di vivere secondo la propria coscienza. Si resta colpiti dalla somiglianza fra questa definizione di libertà e quella espressa da Benedetto XVI, nel libro intervista con Peter Seewald. Ascoltare una conversazione fra loro sarebbe stato affascinante, anche se non necessariamente avrebbero concordato su tutto. Il cammino personale di Dag Hammarskjöld verso Dio fu decisamente cristiano ed è stato sottolineato che “Gesù è presente in ogni pagina di Markings”. Fu la forza mistica e unificatrice della ricerca onesta e infinita di Dio, intrapresa dall’uomo lungo numerose vie, a essere centrale nella sua vita”.

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