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Da profughi a calciatori

Le storie del siriano Mohammed Jaddou e del karen Kler Heh dimostrano come il calcio possa rappresentare un’occasione di riscatto sociale

Una via di fuga dalla guerra e dalla segregazione la si può trovare correndo dietro a un pallone. Lo insegnano le storie di Mohammed Jaddou e di Kler Heh. Culture e percorsi di vita differenti, ma ciò che li unisce è lo status di profughi e la comune passione per il calcio che diventa strumento di riscatto.

Il primo dei due, diciassettenne siriano, ha iniziato a farsi conoscere in tutto il mondo finendo anche sul New York Times. Come tanti connazionali negli ultimi quattro anni, si è lasciato alle spalle gli affetti ed è fuggito dal suo Paese a causa della guerra. Del conflitto bellico che sta insanguinando la Siria, Mohammed ha conosciuto tutte le declinazioni più spietate: il campo da gioco dove si allenava abitualmente è stato bombardato, l’autobus che prendeva ogni giorno è stato attaccato due volte, lui stesso è stato vittima di minacce da parte degli oppositori del Governo di Bashar al-Assad.

Malgrado le condizioni scoraggianti, Mohammed ha deciso di continuare a coltivare la sua passione per il calcio. Ispirandosi al suo idolo Cristiano Ronaldo, ha fatto emergere tutto il suo talento a tal punto da diventare capitano della Nazionale siriana under 16. Grazie anche al suo carisma e alle sue prestazioni, è riuscito a far qualificare la squadra per il Mondiale Under 17, che nel 2017 si terrà in Cile.

Tuttavia, salvo sorprese, Mohammed non sarà presente, non rappresenterà il suo Paese nel corso di quel campionato. È un rifugiato, si allena in una cittadina nei pressi del lago di Costanza, al confine tra Austria, Svizzera e Germania, dopo aver affrontato le intemperie di un viaggio per terra e mare durato due mesi. “Ho visto la morte in faccia”, afferma il giovane accusato soltanto di essere il capitano della squadra di calcio del suo Paese. È andata peggio al suo migliore amico e compagno di squadra, Tarek Ghrair, rimasto ucciso nell’aprile scorso a seguito di un attentato terroristico che ha colpito la sua abitazione vicino Damasco.

Il coraggio nasce spesso dalla paura. Quella che ha percorso la schiena di Mohammed non solo quando era nella Siria falcidiata dalla guerra, ma anche quella che ha vissuto nel corso del viaggio in mare che stava trasferendo lui e altri 130 passeggeri dalla Turchia all’Italia. La barca non aveva elettricità e il timone non funzionava. “Abbiamo dovuto buttare tutto in mare, inclusi cibo e vestiti. Non abbiamo mai dormito, dovevamo buttare fuori l’acqua con le mani”, ricorda Mohammed. Solo dopo cinque giorni e cinque notti, la barca è stata intercettata dalle autorità italiane e messa in salvo.

Mohammed e suo padre sono stati dunque condotti in un centro di detenzione per fornire generalità e poi rilasciati. Così i due si sono spostati in treno fino a Milano, per poi raggiungere Monaco, in Germania, ultima tappa di un viaggio disperato che li ha condotti infine nella piccola Oberstaufen, in Baviera, dove risiedono alcuni loro parenti.

È qui che per Mohammed inizia una nuova avventura. La figlia del sindaco sente parlare di lui e si mobilita concedendogli un’opportunità di un provino con la squadra del Ravensburg, che milita in una serie minore. Tra tanti modesti calciatori, spiccano fin da subito le qualità del giovane siriano, che si ritaglia un posto in prima squadra e l’interesse di alcuni club della Bundesliga (la massima serie tedesca). Tra poche settimane scadrà però il suo permesso e per Mohammed il sogno di diventare un professionista del football in Europa potrebbe tramontare.

È appena cominciata l’alba, invece, per il sogno di Kler Heh. Diciottenne, ha firmato la scorsa settimana il suo primo contratto da professionista con la squadra inglese dello Sheffield United. Sono 13 mila i chilometri che separano la placida Sheffield dal suo luogo d’origine, il campo profughi di Umpiem Mai. Il nome esotico potrebbe far pensare a qualche luccicante spiaggia dolcemente adagiata dinanzi un mare cristallino del Sud Est asiatico. È invece una zona inospitale, al confine con il Myanmar (ex Birmania), dove gli agguati a colpi di kalashnikov sono frequenti quanto le piogge torrenziali che innaffiano copiosamente le foreste.

Kler Heh è di etnia karen, una minoranza che affronta ogni giorno l’oppressione del regime birmano e lotta strenuamente per la sua sopravvivenza. “Non si può uscire, nessuno ha un passaporto per andare in Thailandia e viaggiare come un normale essere umano”, denuncia il giovane al The Guardian.

Il suo destino è stato più benigno di quello di suoi tanti connazionali: grazie a un programma di protezione delle Nazioni Unite istituito, nel 2006 si trasferisce a Sheffield. All’inizio non parla nemmeno una parola d’inglese, ma grazie alla sua abilità con il pallone tra i piedi riesce ad abbattere ogni frontiera linguistica e culturale.

Prende parte a una rassegna organizzata dal “Football Unites Racism Divides”, che promuove l’interazione tra diverse comunità etniche attraverso il calcio. Kler si fa notare sin da subito dagli osservatori dei maggiori club britannici. Viene chiamato per due volte a fare un provino per lo Sheffield United, ma entrambe le volte viene respinto. Il giovane asiatico non si perde d’animo, così ritenta una terza volta, che è finalmente quella buona: firma un contratto con la squadra biancorossa, che milita nella terza serie inglese.

Quest’anno giocherà con la squadra giovanile, ma il suo obiettivo un giorno è quello di calcare i campi della Premier League. “Voglio diventare – ammette – un modello positivo e un simbolo di speranza che ci sia vita al di fuori dei campi profughi”. Sia lui che Mohammed, in realtà, dei simboli di speranza lo sono già.

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